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Che cosa è accaduto in Nagorno-Karabakh e perché. Sei tesi

Gerard Libaridian, noto storico, diplomatico e politico armeno che abbiamo già intervistato per la nostra rivista, ha tentato di ricostruire per il quotidiano Mirror Spectator le ragioni profonde del conflitto appena terminato in Nagorno-Karabakh con la tregua siglata grazie alla mediazione russa. Riportiamo il suo interessante ed autorevole punto di vista.

Stiamo vivendo un periodo estremamente difficile della nostra storia. Dal 27 settembre al 10 novembre il nostro esercito ha combattuto una guerra feroce e ha subito una significativa sconfitta che avrà enormi conseguenze. Prima di riuscire a trovare l’uscita da questa buia galleria, anzi proprio per trovare la via di uscita, dobbiamo prima capire che cosa è accaduto e perché. E abbiamo bisogno di venirci a patti, di accettarlo. Molti colleghi hanno proposto delle risposte: questo è il mio contributo al dibattito.

1) L’Armenia, l’Artsakh e tutto il mondo armeno hanno subito una perdita epocale.

– Abbiamo perso una guerra che avremmo dovuto evitare ad ogni costo, una guerra che non avremmo potuto vincere.

– Un altro segmento della nostra gente ha perduto la sua dimora ancestrale e la sua vita di comunità.

– Abbiamo perso un’intera generazione di giovani uomini, uno dei nostri beni più preziosi.

– Abbiamo perso il capitale umano e finanziario investito in Artsakh nel corso di molti anni.

– Il nostro premier ha fallito i tre obiettivi che si era posto per risolvere il conflitto del Karabakh: portare la leadership dell’Artsakh a un tavolo di trattative; rendere qualsiasi soluzione soggetta all’approvazione di tutte e tre le nazioni coinvolte, cioè Artsakh, Azerbaigian e Armenia; la possibilità, magari anche in un lontano futuro, di garantire l’indipendenza del Karabakh. 

– Abbiamo perso la fiducia in noi stessi, l’ottimismo e i progressi fatti, forse persino la fede nella democrazia. Siamo un popolo traumatizzato che non è ancora pronto ad accettare ciò che è accaduto e perché.

– Abbiamo perso un’altra fetta di indipendenza e di sovranità.

Il 10 novembre 2020 il cessate il fuoco e la dichiarazione del presidente Putin hanno reso evidente che è l’Armenia a parlare per l’Artsakh, anche se non è chiaro quanta voce in capitolo abbia per determinare il futuro corso degli eventi, ma nonostante tutto l’Armenia viene definita come la parte in causa che era ed è responsabile per tutto ciò che accade in Artsakh.

2. Dopo la sconfitta siamo confusi e vediamo confusione intorno a noi.

Da una parte siamo sopraffatti dal senso di incredulità e di tradimento; non ci sentiamo ancora sicuri di poter raccogliere i cocci di un mondo distrutto. Dall’altra siamo bombardati di mutue recriminazioni, di discorsi e affermazioni che vorrebbero trovare un altro colpevole per gli errori che abbiamo commesso, di scuse e motivi per le nostre azioni e le nostre parole, di giustificazioni al perché la guerra fosse inevitabile e al perché la sconfitta non sia in realtà una sconfitta, di invocazioni alla vendetta. Avventurieri, opportunisti e super-patrioti gettano in pasto al pubblico tutto ciò che hanno, dal più piccolo gesto eseguito male durante la guerra fino alle più estreme teorie del complotto, dalle accuse di valutazioni sbagliate, di codardia, di diserzione fino al tradimento da punire con la ghigliottina. Ma soprattutto dubitiamo di essre davvero concentrati su ciò che è essenziale. Non ci fidiamo più della nostra facoltà di sapere se stiamo facendo la domanda giusta, senza contare se abbiamo poi il diritto alle risposte giuste su come considerare il percorso che ci ha portato qui e su cosa fare in futuro.

3. Eppure continuiamo a chiederci: come abbiamo fatto a finire così? Come abbiamo fatto a tirar fuori la sconfitta dalle fauci della vittoria? Che cosa è andato storto?

La maggior parte delle risposte su che cosa sia andato storto si focalizzano sugli errori e sui calcoli sbagliati fatti durante la guerra e sui fallimenti della nostra diplomazia. Molti individuano gli errori anche nella persona stessa del Primo ministro. Tali risposte ci conducono a soluzioni del tipo: chiedere le dimissioni del premier, rifiutare l’accordo di tregua del 10 novembre oppure cercare di modificarlo, spingere più intensamente verso il riconoscimento internazionale dell’indipendenza dell’Artsakh, correggere gli errori relativi alla conduzione della guerra per prepararci così a un nuovo round di combattimento e attenderci un esito diverso al fine di restaurare lo status quo ante. Ci sono certamente molte cose che avrebbero potuto andare diversamente nella preparazione e nella conduzione della guerra, ma non è sicuro che sarebbe finita con un risultato significativamente diverso da quello che abbiamo ora. Gli esperti, le commissioni e gli storici analizzeranno per lungo tempo questi fallimenti e forse saranno in disaccordo su quanto andò nel modo sbagliato. Nessuna di queste risposte, prese insieme o separatamente, forniscono una risposta soddisfacente al problema essenziale che ci si para davanti.

4. Abbiamo perso perché invece di affrontare la realtà, per oltre due decenni i nostri leader hanno basato i loro giudizi su considerazioni ideologiche, politiche, di parte e personali. Abbiamo perso perché abbiamo rifiutato di vedere come stesse slittando l’equilibrio del potere e di accettare per tempo che esso non stava andando nella nostra direzione. Abbiamo confuso lo stare bene con il pensare in maniera strategica.

Nel caso specifico del premier Pashinyan, dobbiamo anche tener conto di due fattori: la sua fede nobile ma mal riposta, oltre che pericolosa, che un’Armenia democratica potesse ottenere il supporto internazionale per le sue posizioni sulla questione del Karabakh e che l’Occidente tenesse più alla democrazia che ai suoi propri interessi, che un appello agli azeri che scavalcasse l’autorità del presidente Aliyev avrebbe prodotto una diversa posizione dell’Azerbaigian, più vicino a quella massimalista dell’Armenia. E la sua mancanza di volontà di agire da statista e di negoziare il ritorno delle regioni in modo ordinato e pacifico per averne in cambio delle equivalenti garanzie di sicurezza per la nostra gente sul proprio suolo e per la pace. L’Ovest, l’Est, il Sud e il Nord ci hanno detto nel corso di oltre 20 anni che non riconosceranno l’indipendenza del Karabakh e che considerano i sette distretti controllati dall’Armenia adiacenti al Karabakh come distretti occupati, e che qualunque sia la ragione per la quale essi si trovano sotto il nostro controllo, noi dobbiamo restituirli. L’Azerbaigian ci ha sempre detto di essere pronto alla guerra per avere quei distretti. Pur avendoli ignorati così a lungo, ci siamo appellati all’Occidente per farci aiutare a mantenere i sette distretti e a riconoscere l’indipendenza del Karabakh quando abbiamo iniziato a perdere la guerra.

5. Il nostro problema fondamentale è la maniera in cui pensiamo.

Quando dico “noi”, intendo la maggior parte dei nostri leader e dei partiti politici. Il nostro problema è la maniera in cui guardiamo al conflitto in Karabakh e al modo in cui abbiamo inquadrato le questioni relative alla sua risoluzione: siamo partiti dalla conclusione che corrispondeva ai nostri sogni e abbiamo posto soltanto le domande che confermavano questa nostra conclusione e che non sfidavano i nostri presupposti. Il nostro problema è la cultura politica che poggia sui sogni invece che sui meri fatti; il modo in cui formuliamo le strategie, in cui mettiamo facilmente da parte ciò che il mondo esterno e i nostri antagonisti dicono e fanno se ciò disturba qualunque nostro preconcetto o determinata credenza. Accomodiamo le strategie politiche ai nostri desideri, a quello che ci fa sentire bene con noi stessi piuttosto che prendere in considerazione i puri fatti che compongono la realtà circostante.

Il nostro problema è il modo in cui permettiamo che la nostra capacità di giudizio sia oscurata dalle soluzioni più alte, nobili e ideali ai nostri problemi o alle nostre illusioni. Il nostro problema è costituito dalla maniera in cui insistiamo a sopravvalutare le nostre capacità, così che non dobbiamo mettere in discussione la nostra strategia e rovinare i nostri sogni. Pensavamo che la nostra strategia di “non cedere di un millimetro” fosse quella giusta solo perché la nostra causa è quella giusta, e credevamo di poter piegare la volontà del nemico e della comunità internazionale e fare in modo che pensassero e sentissero nel nostro stesso modo. Pensavamo che i nostri sogni fossero così nobili che il solo fatto di coltivarli costituisse un programma politico, e che raccontarli al mondo potesse sostituire il pensiero strategico. Non volevamo disturbare il nostro comodo sentirci patrioti.

Poiché l’antagonista non voleva darci ciò che sognavamo, abbiamo deciso che tale antagonista fosse rigido e non desideroso di negoziare. Perciò abbiamo dichiarato che la guerra era inevitabile, che fosse un’opzione sostenibile e che non fosse colpa nostra. Alla fine, questa logica ha raggiunto la sua inevitabile conclusione: la guerra è qualcosa di desiderabile, la avremmo combattuta e certamente avremmo vinto, costringendo il nemico ad accettare le nostre idee, le nostre condizioni, la nostra soluzione. E che qualunque valutazione realistica dell’equilibrio di poter andasse al diavolo… tanto era meglio tentare la fortuna con la guerra che con la pace. Pensavamo che tentare la fortuna con la pace fosse da perdenti, che non ci fosse bisogno di investire nelle trattative ogni cosa che avevamo, che non ci fosse bisogno di sacrificare la purezza dei nostri sogni. Avevamo persino la cornice giusta in cui inquadrare le inevitabili perdite di giovani vite. Dopo tutto, la nostra storia non è piena di eroi e di martiri? Anzi, specialmente di martiri? Non siamo forse benedetti dalla memoria della battaglia di Vartanank, quando si immolarono più di mille combattenti? La nostra storia e la nostra Chiesa non ci hanno sempre detto che era accettabile che giovani uomini venissero uccisi, anche qualora mille sacrifici non portassero alla vittoria? La pace era trattata tutt’al più come una scelta da non venir valutata più della guerra, che poteva essere presa o lasciata. La nostra retorica corrispondeva a quella arroganza, e oserei aggiungere, a un giudizio pericolosamente stolto. Entrambe le soluzioni, con le negoziazioni o con la guerra, erano un rischio. Ognuna aveva i propri rischi connessi. Ma alla peggio, con una pace fallita saremmo finiti dove siamo oggi o magari pure meglio. Con la guerra, il 10 novembre l’accordo di tregua era il massimo a cui potevamo aspirare.

6. Ciò che abbiamo oggi nell’area del pensiero strategico, così come il governo e l’opposizione che lo vuole sostituire, è qualcosa di estremamente preoccupante e pericoloso. Assistiamo al continuo rifiuto di vedere le vere questioni e le risposte auto-evidenti, e al ripetersi degli stessi slogan, all’appigliarci alle stesse illusioni. Stiamo offrendo la soluzione sbagliata alla diagnosi sbagliata. Insistendo con la medesima strategia fallimentare e costosa, il governo sta provando a convincere noi  (e forse pure sé stesso) che il modo in cui ragionava sulla questione era l’unico modo possibile, che le cose fatte erano le uniche che potessero essere fatte. Il Primo ministro ha ammesso errori piccoli per coprire i veri fallimenti del suo pensiero e della sua strategia. I partiti che si oppongono sulle strade non hanno nemmeno realizzato ciò che Pashinyan ha fatto. Non hanno nemmeno riconosciuto di aver fatto degli errori, piccoli o grandi che siano. Quell’opposizione è composta di partiti che sono stati la spina dorsale della strategia difettosa e del modo erroneo di pensare; un gruppo che non ha mai sollevati dubbi sul cammino che ci portava inevitabilmente alla guerra, un’opposizione che applaudiva quando Pashinyan rifiutava la soluzione di compromesso offerta da Lavrov che ci avrebbe lasciato in condizioni migliori di quelle in cui siamo oggi e lo ha fatto senza tutte le perdite prima della guerra e in poco tempo. Dobbiamo chiedere: quale problema stavano risolvendo quelle persone? Alcuni stanno persino proponendo di stracciare l’accordo di cessate il fuoco e di forzare gli altri firmatari a cambiarlo, o perfino di tornare a fare la guerra per potersi vendicare. Abbiamo bisogno di Putin per avvertirci che qualunque mossa del genere equivarrebbe a un suicidio?

La probabile conseguenza dell’insistere nel modo di pensare che ci ha condotto fino a questa storica perdita è che la guerra potrebbe tornare a ripetersi e che perderemo ciò che ci è rimasto. Adesso è il tempo di cambiare il modo di vedere il nostro recente pasatto, se davvero vogliamo sviluppare un programma per il futuro, che resista alle prove del tempo e del buonsenso.

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