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Brexit, l’occasione per tornare tutti al proprio posto nella storia

“Questo pasticcio è la dimostrazione che Brexit non si farà mai”. “Se i britannici potessero scegliere di nuovo, voterebbero per rimanere nell’UE.” È stato questo il ritornello che ci ha accompagnati per tre anni, dal referendum del 23 giugno 2016 fino alle dimissioni di Theresa May e all’insediamento del Governo di Boris Johnson. Johnson il quale – giova ricordarlo – è stato in questi anni ripetutamente accusato di aver abbandonato la nave dopo aver ottenuto un’insperata vittoria al referendum. Nulla di più falso. Johnson ha avuto chiara sin dal primo momento una cosa: finché nello stesso gruppo conservatore fosse rimasta una nutrita componente di Remainers, qualunque leadership si sarebbe logorata all’interno dello stesso Conservative Party.

Non è un caso del resto che immediatamente dopo le dimissioni di David Cameron, il partito avesse optato per una leader come la May, uno dei volti più esposti per il Remain nel 2016. Così mentre May cercava di conciliare da un lato l’appartenenza al Partito, il cui elettorato spingeva per il Leave, e dall’altro il dipendere da una classe dirigente in parte molto scettica nei confronti dell’esito referendario, Johnson ha mese dopo mese logorato la sua figura dall’esterno, sicuro che non sarebbe mai riuscita a far passare un accordo debole con Bruxelles e che presto o tardi sarebbe caduta. Cosa che effettivamente è successa nell’estate 2019, dopo quattro diverse bocciature di Westminster alle sue proposte di accordo, aprendo così le porte alla leadership di Johnson.

Johnson sin dal primo giorno ha condotto una comunicazione ossessiva sul messaggio “usciamo dall’UE entro il 31 ottobre”. Ha portato il Parlamento a votare un accordo per uscire entro quella data. Se il Parlamento avesse approvato, si sarebbe quindi usciti entro a fine ottobre, altrimenti non sarebbe stata più colpa sua e si sarebbe avuta una corretta ragione per chiedere di andare al voto. A quel punto con una netta vittoria alle elezioni e un gruppo parlamentare al 100% pro-Brexit, avrebbe avuto le carte per uscire immediatamente secondo quello stesso accordo. La palude che aveva bloccato Theresa May, il Parlamento, resa punto di forza perché messa spalle al muro. Questa è stata l’intuizione di Boris. Una win-win situation semplice, lucida e cinica.

È importante avere chiaro questo percorso per capire Brexit. Perché se non ci fosse stata una spaventosa capacità politica da parte di un leader, convinto come non mai di questa idea e forte di un rapporto diretto con il suo elettorato, non ci sarebbe stata alcuna Brexit. Tre anni e mezzo possono essere sembrati tanti, ma sono in verità un tempo più che congruo se pensiamo che i Trattati UE normano l’ingresso per nuovi Stati membri, ma non prevedono alcuna modalità d’uscita. Questo fatto dovrebbe già dirci molto sul senso democratico delle istituzioni comunitarie. Da pochi giorni, la Brexit è realtà. Boris Johnson, incapace e ignorante secondo il mainstream, ha fatto in poco più di due mesi ciò che proprio la stampa diceva che sarebbe stato impossibile fare.

Il Regno Unito era entrato nella Comunità Europea nella logica di un contesto di migliori e più facili relazioni commerciali. L’adesione era stata prettamente economica, e non è mai voluta né sarebbe mai potuta essere un’unione di tipo politico, che è quello che man mano l’UE ha scelto invece di diventare. Una scelta legittima, ma che ha cambiato fortemente i presupposti su cui aveva aderito il Regno Unito. Le opportunità ora saranno per entrambi i fronti. Londra potrà tornare in piena indipendenza a crescere, gestire il proprio commercio, i rapporti internazionali e ancor di più recuperare quel senso di orgoglio storico britannico che all’interno dell’UE sentiva soffocato. Dall’altro lato, la stessa UE potrà – si spera – imparare le lezione e comprendere quanto mai sia urgente un ritorno del prevalere della politica sulla burocrazia, e un rilancio dell’Unione su fronti dove proprio la presenza del Regno Unito aveva rappresentato un freno. Non ci sarà nessuna invasione di cavallette, nessuna tragedia. La UK ha tutte le forze per crescere al di fuori dall’UE. Del resto, sono usciti da un’organizzazione comunitaria, ma non usciranno certo da secoli di storia che hanno reso quel popolo e quello Stato un pilastro della cultura occidentale ed europea. Per la cui difesa sarà anzi verosimilmente ancor più in prima linea. 

Un ultimo accenno merita essere fatto sulla questione scozzese, nuovo baluardo degli ultras europeisti. Fallito ogni pronostico su Brexit, la moda è dirsi certi che la Scozia uscirà dal Regno per poi aderire autonomamente all’UE. Daremo forse un dispiacere nel dirlo, ma è uno scenario inverosimile per almeno tre motivi: primo, la Scozia ha già votato e uno dei cardini del referendum del 2014 fu “vada come vada, poi ci si tiene il risultato”; Johnson non ha quindi alcun motivo per concedere un nuovo voto. Secondo, l’UE stessa sarebbe quanto mai restia nell’accogliere la Scozia perché questo aprirebbe a un pericoloso precedente rispetto ad altre istanze indipendentiste in giro per l’Europa (fra tutte, la Catalogna). Terzo, la Scozia stessa ha un’economia legata mani e piedi al Regno Unito, dalla cui uscita rischierebbe un vero e proprio tracollo economico. 

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Ludovico Seppilli, torinese, 28 anni. Diplomato al Liceo Classico Valsalice di Torino e poi laureato in Economia e Commercio all’Università di Torino con una tesi sulla politiche di Margaret Thatcher. Con una grande passione per la politica sin da bambino, ha fondato nel 2011 il think-tank giovanile Muoviti Per la Novità, di cui è tutt’ora Presidente, attivo nella promozione di eventi e incontri dedicati alla sensibilizzazione delle nuove generazioni sulle tematiche di attualità. Lavora prosso la Camera dei Deputati come assistente parlamentare ed è stato già parte del Gabinetto della Segreteria del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.

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