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Avventurismo iraniano e affaire Soleimani: un’analisi retrospettiva

L’Oxford English Dictionary definisce proxy war: “una guerra fomentata da una potenza senza che questa ne sia [direttamente] coinvolta”. È anche da questo concetto che si dovrebbe partire per meglio comprendere l’insieme di cause all’origine dell’azione statunitense che, il 3 gennaio scorso, ha portato all’uccisione del comandante della Nīrū-ye Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (pasdaran), Qassem Soleimani. Alcuni dei soprannomi attribuitigli già in vita dalla pubblicistica occidentale di lingua inglese e dai media arabi suonavano indicativi: per loro era “the shadow commander” (“il comandante ombra”) o il “puppet master” (“burattinaio”). Secondo le fonti d’intelligence che lo contrastavano, Soleimani era il deus ex machina di un sistema di guerre per procura combattute da milizie sciite (in primis Hezbollah) e alleati regionali (Damasco), in un teatro di scontri che va dalla Siria allo Shatt al-‘Arab e dal Kurdistan iracheno ai territori yemeniti contesi da Ansār Allāh (houthi). Proprio a questo aspetto facevano riferimento il movente dichiarato e al tempo stesso il monito pronunciato dal Presidente statunitense, Donald Trump, dalla tenuta di Mar-a-Lago, il giorno stesso dell’operazione che ha condotto all’eliminazione di Soleimani: “the Iranian regime’s aggression in the region, including the use of proxy war fighters to destabilize its neighbors, must end, and it must end now”.

FOTO – L’auto di Quassem Soleimani in fiamme (Iraqi Prime Minister Press Office via AP)

Lo stesso Soleimani nel 2010 avrebbe rivendicato il proprio peso nello scenario mediorientale mediante un messaggio indirizzato all’allora direttore della CIA, David Petraeus, in cui affermava: “You should know that I control the policy for Iran with respect to Iraq, Lebanon, Gaza, and Afghanistan” [fonteAEI*]. Già in un cablogramma del 13 novembre 2009, scambiato tra il Servizio Diplomatico del Dipartimento di Stato e l’ambasciata statunitense a Baghdad, veniva sollevata tale circostanza, poiché Soleimani era indicato come: “the point main directing the formulation and implementation of the [Islamic Republic of Iran Government’s] Iraq policy, with authority second only to Supreme Leader [Ali] Khamenei”.

Una stima, datata gennaio 2020, fatta dal Council on Foreign Relations, ha valutato che la forza numerica di tale proxy network sciita al servizio di Teheran oscilli tra le 149.400 e le 244.500 unità, ossia circa un terzo o la metà delle forze armate attive iraniane, pasdaran compresi [fonte: RFERL**, 2020]. Benché, ad un primo sguardo, le cifre elencate possano impressionare, esse sarebbero indice di una inferiorità militare sul piano convenzionale. È, ad esempio, l’opinione espressa nell’ottobre 2017 da Melissa Dalton del Center for Strategic & International Studies (CSIS), la quale, parlando dinnanzi al sottocomitato sul terrorismo, non-proliferazione e commercio della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentati a Washington, indicò tale aspetto facendo un raffronto con le capacità dei principali avversari di Teheran ovvero Stati Uniti, Israele e gli Stati del Gulf Cooperation Council (GCC). Per supplire a tale gap, i pasdaran avrebbero quindi optato per un “hybrid strategic approach”, scegliendo di giocare la loro partita regionale in quella zona d’ombra che sta tra la pace e la guerra.  

Lungo questa falsariga, la risposta statunitense null’altro sarebbe stata che una reazione speculare ovvero proporzionata a tale strategia. L’uso della forza fatto dalla Casa Bianca il 3 gennaio scorso può infatti essere accostato alle misure “short of war” che, poiché di entità inferiore alla guerra vera e propria perciò slegate dallo ius in bello, garantiscono allo Stato che sceglie di impiegarle libertà d’iniziativa nel campo dell’autotutela o, come sembra essere stato nel caso di Washington, della rappresaglia armata. Le dichiarazioni stesse di Trump e del Segretario alla Difesa, Mark Esper, sembrano confermarlo. Parlando a caldo subito dopo l’azione americana, Trump affermò infatti che gli Stati Uniti non avessero intenzione “to start” bensì “to stop a war”. Il 7 gennaio successivo lo stesso concetto veniva ribadito da Esper con queste parole: “The United States is not seeking a war with Iran, but we are prepared to finish one. We are seeking a diplomatic solution, but first this will require Iran to deescalate”. Descalare il conflitto era già stato il proposito espresso da Trump il 3 gennaio, quando aveva affermato che gli Stati Uniti non cercassero affatto il “regime change” in Iran. Questa assicurazione dovrebbe tuttavia essere presa con beneficio di inventario, principalmente in ragione della variabilità cui sembra essere soggetta la situazione mediorientale e di riflesso i motivi che, di volta in volta, animano le scelte politiche degli attori coinvolti. Un pregresso storico, assai significativo, lo suggerisce. Esso riguarda gli sviluppi che nel 1952 contraddistinsero la politica statunitense quando questa iniziò a valutare la proposta per mezzo della quale il Foreign Office, nel novembre di quell’anno, notificò all’alleato statunitense: “that it would be disposed attempt to bring about a coup d’etat in Iran, replacing the Mosadeq Government” [fonte: Nsa-Gwu***]. Washington diede quindi il via libera all’operazione “TPAJAX” che nell’agosto del 1953 portò alla caduta del Primo Ministro iraniano Mohammed Mossadeq, colpevole, secondo Londra, di non essere sufficientemente “reliable”. L’indice di mutevolezza di quella situazione risiede in un dato. Solo un anno prima che gli Stati Uniti cominciassero a prendere in considerazione la proposta britannica, Mossadeq era stato indicato “Man of the Year” dalla rivista statunitense TIME che, dipingendolo come “il George Washington iraniano”, lo aveva definito “a nobleman”.

FOTO – La copertina dedicata dal Time a Mohammed Mossadeq

L’apparente rinuncia al regime change non significa che Washington non si riservi comunque l’utilizzo di strumenti coercitivi diversi dall’uso della forza militare. Le sanzioni statunitensi verso Teheran suggeriscono che nei confronti della repubblica islamica gli Stati Uniti stiano attuando un piano abbastanza simile al concetto di economic warfare ovvero financial siege. Ciò induce ad allargare il numero degli attori coinvolti, volgendo lo sguardo verso il principale competitor economico di Washington, la Repubblica Popolare Cinese, così che quella iraniana non appare più solamente una questione regionale, in virtù soprattutto del fatto che lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali naval choke point lungo le rotte petrolifere che dal Medio Oriente scorrono verso i mercati asiatici. Rispetto a quest’ultimo approccio andrebbero però considerati due dati. In primo luogo, la Cina risulterebbe essere un partner più importante per l’Iran rispetto a quanto lo sia Teheran per Pechino. Ad esempio, nel marzo 2019 il mercato cinese è stato il principale importatore di crude oil dall’Iran con 613mila bpd**** [fonte: StatistaCharts]. Di contro, nel mese precedente l’import petrolifero cinese dall’area mediorientale aveva visto, in percentuale, l’Iran attestarsi al quarto posto (5%) dietro Arabia Saudita (15,2%), Iraq (9,5%) e Oman (5,3%) [fonte: GAC/Banchero Costa]. Un secondo dato sembra tuttavia mettere in discussione il primo. Tra il dicembre 2018 e il giugno 2019 [con una sola eccezione rappresentata dall’aprile 2019] l’import cinese di crude oil iraniano dichiarato sarebbe stato inferiore rispetto al volume di greggio effettivamente ricevuto. Questa discrasia può forse spiegarsi considerando un aspetto connesso alle sanzioni imposte da Washington sull’esportazione di greggio iraniano dopo la denuncia ovvero ritiro unilaterale (8 maggio 2018) dal “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPOA). Secondo tale congettura, successivamente alle, nuove (effettive dal 7 agosto 2018) e vecchie (ma reintrodotte dal 5 novembre 2018), sanzioni statunitensi, diverse petroliere in arrivo ai terminal cinesi avrebbero stoccato quantità di greggio iraniano senza passare per le dogane locali ed effettuare la registrazione dei dati di importazione [fonte: Bloomberg, 2019].

Questo escamotage può essere considerato alla base delle sanzioni imposte nel settembre 2019 dal Dipartimento del Tesoro di Washington nei confronti di sei compagnie di navigazione cinesi accusate di essere coinvolte nel trasporto di greggio iraniano in violazione delle sanzioni. Nel novembre 2018 il Dipartimento di Stato, annunciando un nuovo round di sanzioni, aveva inoltre parlato di: “an international network by which the Iranian regime and Russia are providing millions of barrels of oil to the Assad regime in exchange for the movement of hundreds of millions of dollars to the Islamic Revolutionary Guard Corps-Qods Force, and for onward transfer to terrorist organizations such as Hamas and Hizballah” [fonte: state.gov]. Foggy Bottom indicava anche l’esistenza di un “international financial system to […] provide support for sectarian militias responsible for […] destabilize the region”. Quest’ultimo particolare consente di tratteggiare meglio la natura del proxy network guidato da Soleimani, che si sarebbe fondato su due elementi: l’uso di una componente armata irregolare formata da milizie sciite e una rete internazionale per il sostegno economico-finanziario alle attività paramilitari di queste ultime. Peraltro, il (presunto) coinvolgimento cinese nella violazione delle sanzioni risulterebbe anche da valutazioni riportate dalla Reuters, secondo cui nel luglio del 2019, per il secondo mese dopo la fine (maggio 2019) dell’esonero dalle sanzioni, la Cina avrebbe continuato ad importare greggio iraniano [fonte: Reuters, April 23, 2019; August 8, 2019]. L’azione statunitense del 3 gennaio scorso può così essere interpretata come il tentativo di spezzare tale proxy network colpendone il leader, dopo che questi, nel 2007, era già stato inserito da Washington in una lista di personalità iraniane oggetto di provvedimenti individuali per “proliferation activities and support for terrorism”.

Secondo quanto reso noto il 29 dicembre dall’Assistente del Segretario della Difesa, Jonathan Hoffman, il crescendo di violenze che ha provocato la morte di Soleimani avrebbe avuto inizio venerdì 27 dicembre 2019 con il lancio di alcuni razzi, ad opera della milizia sciita Kata’ib Hezbollah [il 30 dicembre il portavoce del governo iraniano, Ali Rabei,  aveva tuttavia respinto ogni coinvolgimento iraniano], contro la base militare irachena K-1 nei pressi di Kirkuk, che ospita personale dell’operazione Inherent Resolve, causando la morte di un contractor statunitense e il ferimento di quattro membri del personale americano, oltreché di due agenti delle forze di sicurezza irachene. Come risposta, le forze americane, il 30 dicembre, avevano lanciato un attacco aereo, colpendo il quartier generale di Kata’ib Hezbollah ad Al-Qai’m nell’Iraq nord-occidentale al confine con la Siria, uccidendo venticinque miliziani e ferendone cinquantuno. Quella risposta forniva il pretesto per l’assalto condotto il 31 dicembre da una folla furiosa contro l’ambasciata statunitense a Baghdad. Sebbene i motivi dell’azione statunitense del 3 gennaio nei confronti di Soleimani debbano essere immediatamente ricondotti a queste circostanze, essi meriterebbero di essere letti anche considerando il più ampio scenario diplomatico sullo sfondo del quale l’Iran sta giocando la sua partita con Washington. In questo senso, la risposta di Teheran al ritiro unilaterale (8 maggio 2018) di Washington dal JCPOA è risultata essere maggiormente incisiva sul piano diplomatico ovvero giuridico-internazionale rispetto a qualsivoglia tendenza o minaccia bellicista. Questo, infatti, è ciò che sembra avere dimostrato la strategia adottata dal ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, che il 5 settembre 2019, in ottemperanza a quanto previsto dall’articolo 36 del JCPOA, aveva notificato, tramite lettera, all’Alto rappresentante dell’Unione [europea, N.d.A.] per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, che, pur senza uscire definitivamente dall’accordo, l’Iran avrebbe ripreso lo sviluppo del proprio programma nucleare. Già nel giugno 2016 Teheran aveva inoltre eccepito, portando il caso dinnanzi alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, che le sanzioni imposte dall’Amministrazione statunitense violassero l’art. 20 del Trattato di amicizia siglato con gli Stati Uniti nel 1955. Come espressamente previsto dall’art. 21 di tale trattato, il 16 luglio 2018 la disputa fu nuovamente rimessa alla Corte dell’Aia, pure con riferimento alle nuove sanzioni annunciate da Trump dopo il ritiro statunitense dal JCPOA. Il 3 ottobre 2018, i giudici dell’Aia accolsero infine la richiesta iraniana con la seguente formula: “The Court considers that the United States, in accordance with its obligations under the 1955 Treaty, must remove, by means of its choosing, any impediments arising from the measures announced on 8 May 2018”. 

Foto – Corte di Giustizia Europea dell’Aia

Nel frattempo, la reazione della diplomazia statunitense non si era fatta attendere, anticipando di un giorno la decisione della Corte dell’Aia. Il 2 ottobre, infatti, il Segretario di Stato, Mike Pompeo aveva già provveduto a denunciare il trattato siglato nel 1955 con Teheran. All’annuncio di Pompeo si unirono le dichiarazioni dell’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, il quale affermò che la Corte Internazionale di Giustizia fosse un organo “politicized and ineffective”, aggiungendo che Washington si riservasse di rivedere tutti i trattati internazionali potenzialmente in grado di esporre gli Stati Uniti a decisioni vincolanti emesse dalla Corte Internazionale. Parlando di abuso del Tribunale dell’Aia da parte dell’Iran, Bolton aggiunse che gli Stati Uniti avrebbero anche considerato il ritiro dal Protocollo opzionale annesso alla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, (conchiusa nella capitale austriaca il 18 aprile 1961), il quale impegna le parti contraenti a riconoscere la giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia per la risoluzione di eventuali controversie diplomatiche. Bolton si spinse perfino oltre, affermando che gli Stati Uniti avrebbero parimenti avviato una revisione di tutti gli accordi internazionali: “that may still expose the United States to purported binding jurisdiction, dispute resolution in the International Court of Justice”. Queste ultime parole si riferivano soprattutto alla scelta statunitense di spostare l’ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme; decisione impugnata dallo Stato di Palestina il 28 settembre 2018 innanzi al massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite. Già nel marzo 2005 l’allora Segretario di Stato dell’Amministrazione [G.W.] Bush, Condoleezza Rice, con una lettera indirizzata al Segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, aveva notificato il ritiro degli Stati Uniti da un altro Protocollo opzionale, ossia quello annesso alla Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari siglata il 24 aprile 1963. La Rice, comunicando il ritiro da quel Protocollo, già dichiarava che gli Stati Uniti non avrebbero più: “recognize the jurisdiction of the International Court of Justice”, quantunque con precipuo riferimento ad una interferenza (ovvero da Washington ritenuta tale) nel proprio sistema giudiziario criminale interno. Poiché Washington non procedette anche alla denuncia della Convenzione di Vienna del ’63, alla quale il Protocollo è strettamente correlato, sorsero interrogativi circa l’effettiva validità della decisione statunitense. Nel 2018, tale ambiguità contraddistinse anche le parole di Bolton, il quale tenne a specificare che: “The United States remains a party to the underlying Vienna Convention on Diplomatic Relations and we expect all other parties to abide by their international obligations under the Convention”. 

Tutto ciò può forse contribuire a fornire ulteriori argomenti a chi volesse intravedere nell’agire della diplomazia statunitense, così come connaturatasi soprattutto a partire dalla presidenza di G.W. Bush, uno scollamento dal sistema delle regole internazionali. Tale condotta è forse conseguenza di un più vasto malessere globale che pare contraddistinguere l’attuale “terzo dopoguerra” e rispetto al quale gli Stati Uniti, non potendo più, in quanto Empire, ritirarsi dall’agone mondiale, come fecero, ad esempio, nel primo dopoguerra, quando rifiutarono di assoggettarsi al covenant della Società delle Nazioni, sembrano reagire in maniera scomposta, traducendo in termini giuridico-internazionali il loro exceptionalism ovvero considerando lo ius gentium una questione approcciabile à la carte secondo la convenienza del momento.

*American Enterprise Institute for Public Policy Research

**Radio Free Europe Radio Liberty

***National Security Archive – George Washington University

****barrels per day

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Si è formato all’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano) conseguendo la laurea magistrale in Storia con indirizzo specialistico storico-religioso. In qualità di studioso di storia delle relazioni internazionali e geopolitica, si è dedicato soprattutto al Medio Oriente pubblicando due studi brevi per i paper digitali curati dalla Fondazione De Gasperi dedicati all’area mediterraneo-mediorientale: Libia: radici storiche di un caso geopolitico (agosto 2016) e Un Califfato improbabile. Genesi e dinamiche storico- contemporanee di Daesh (febbraio 2017). Nel 2017 ha pubblicato il saggio Medio Oriente conteso. Turchi, arabi e sionisti in un conflitto lungo un secolo, con prefazione dell’ambasciatore Bernardino Osio.



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