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Arab News: il destino della Libia è appeso a un filo

Il giornale saudita “Arab News” fa un breve e preciso riassunto degli eventi in Libia, cominciati con la caduta di Gheddafi e proseguiti nella guerra civile con gli interventi di forze straniere, fino alla speranza di stabilità delle prossime elezioni a dicembre.

Dal momento in cui nel 2011 venne deposto il dittatore Muammar Gheddafi, la Libia è affondata nel caos. Dopo dieci anni dalle proteste che portarono alla caduta del regime, questo Paese ricco di petrolio è dilaniato dall’instabilità politica, dalla violenza, dal caos economico e, a partire dallo scorso anno, dal diffondersi delle infezioni di COVID-19. Il 21 settembre il parlamento libico, situato nell’est del Paese, ha emesso un voto di sfiducia al governo di unità nazionale che era stato formato in precedenza quest’anno. L’organo temporaneo creato per sostituire le due amministrazioni concorrenti che avevano lottato a lungo l’una contro l’altra, deve far svolgere sul territorio del Paese le elezioni nazionali, fissate per il 24 dicembre. In questo modo, così come sembrava che la Libia si stesse muovendo su un percorso verso la pace e la stabilità, ora invece rischia di nuovo di scivolare in una guerra civile con duri scontri tra le formazioni rivali nella capitale Tripoli.

Le ingerenze straniere probabilmente rappresentano la causa principale per cui la Libia non riesce ad andare avanti e a creare un’unica amministrazione stabile. Gli esperti dicono che gli attori esterni, sponsorizzando ognuno la sua fazione preferita nel conflitto, gettano periodicamente benzina sul fuoco. Il problema principale che ostacola la stabilità in Libia è l’intrusione esterna e l’esistenza di forze e di mercenari stranieri che si combattono sul suo territorio, ha dichiarato al giornale Dalia al-Aqidi, membro senior del Center for Security Policy di Washington D.C. In un Paese come la Libia, il conseguimento della sicurezza e della stabilità politica richiedono l’unità di differenti soggetti politici di rilievo. Tuttavia, se si hanno politici locali che seguono programmi redatti da stranieri e che sono fedeli a questi ultimi, è difficile convenire su un unico obiettivo, sostiene l’esperta. Gli analisti inoltre ipotizzano che la Libia si sia trasformata in nient’altro che un teatro operativo di interessi stranieri contrastanti, per i quali il bottino di guerra, costituito da petrolio, contratti di fornitura di armi e influenza strategica, è lì per essere agguantato. Jonathan Winer, ricercatore del Middle East Institute ed ex inviato speciale in Libia per gli Stati Uniti, ha spiegato che l’unico modo per sostituire questo sistema corrotto e frantumato è un governo civile unico che distribuisca i beni in un modo inclusivo e che dia qualcosa quasi a tutti.

Quando il regime di Gheddafi cadde, la situazione non appariva così cupa. Ispirati dagli eventi negli Stati vicini quali Tunisia ed Egitto, nel febbraio 2011 i giovani libici uscirono in strada chiedendo di mettere fine a un governo durato 42 anni. Ma quando le forze di sicurezza di Gheddafi diedero inizio a una sanguinosa repressione, i moti diventarono una rivoluzione armata. Nell’agosto del 2012 Consiglio nazionale di transizione, guidato dai ribelli, passò l’autorità all’organo noto come Congresso generale nazionale, a cui fu concesso un mandato della durata di 18 mesi per redigere una costituzione democratica. L’instabilità comunque proseguì: fu compiuta una serie di attacchi terroristici contro le rappresentanze diplomatiche straniere. Nel maggio 2012 a seguito dell’attacco contro il consolato americano a Bengasi, nell’est della Libia, morì l’ambasciatore USA Christopher Stevens e tre collaboratori. In risposta alla minaccia, il militare libico-americano Khalifa Haftar cominciò un’avanzata contro i gruppi armati a Bengasi nel maggio 2014. Alla sua formazione diede il nome di Esercito Nazionale Libico e si accaparrò ben presto il sostegno di quegli Stati arabi che lo ritenevano il loro miglior alleato nel contenimento della diffusione dell’Islam radicale, in primo luogo quello dei Fratelli Musulmani.

Le elezioni si tennero nel giugno del 2014, dando luogo al Parlamento orientale o Camera dei Rappresentanti, dominato dagli anti-islamisti. Ad agosto dello stesso anno, però, i combattenti islamisti reagirono ai risultati assaltando Tripoli e stabilendo l’autorità dei radicali. Così, la Libia rimase con due governi e due parlamenti. Nel dicembre del 2015, dopo alcuni mesi di trattative e di pressioni internazionali, i parlamenti concorrenti firmarono in Marocco un accordo sulla creazione del Governo di Accordo Nazionale (GNA). Nel marzo 2016 il capo del GNA Fayez al-Sarraj arrivò a Tripoli per definire la nuova amministrazione. La Camera dei Rappresentanti però non diede il voto di fiducia al nuovo governo e Haftar si rifiutò di riconoscerlo. Poi, nel gennaio 2019, Haftar iniziò un’avanzata sulla Libia meridionale, ricca di petrolio, conquistando il capoluogo della regione Sebha e uno dei principali giacimenti del Paese. In aprile ordinò alle sue truppe di marciare su Tripoli, ma verso l’estate, quando la Turchia dispiegò i suoi soldati a difesa dell’amministrazione tripolina, entrambe le parti rimasero bloccate in uno stallo. Quella che era cominciato come una rivolta popolare si trasformò in una guerra per procura, soprattutto intorno agli interessi confliggenti di altri Stati della regione. Il 23 ottobre 2020 a Ginevra finalmente è stato concluso un accordo sul cessate il fuoco con la mediazione dell’ONU, dopo di che a Tunisi è stata raggiunta un’intesa sull’effettuazione di elezioni sia parlamentari che presidenziali nel dicembre di quest’anno. Il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibah è stato approvato dai legislatori il 10 marzo 2021. Il 9 settembre il portavoce del Parlamento Aguila Saleh ha però ratificato una norma regolante le elezioni presidenziali, la quale è stata giudicata contraria alla dovuta procedura legale nonché a favore di Haftar. Di conseguenza, il Parlamento ha votato la summenzionata mozione di sfiducia contro il governo, mettendo a rischio le imminenti elezioni e la pace faticosamente conquistata.

Come risultato di questa prolungata discordia politica e delle lotte intestine, i cittadini libici hanno dovuto fare i conti con la caduta del tenore di vita e con la distruzione delle infrastutture fondamentali. In precedenza quest’anno il dinaro (la valuta nazionale libica) era crollato, mentre i prezzi al consumo sono bruscamente aumentati. La mancanza di carburante e lo spegnimento dell’energia elettrica sono diventati fenomeni comuni, e persino l’acqua potabile è diventata scarsa in un Paese che una volta era uno dei più ricchi dell’Africa e rimane al secondo posto dopo la Nigeria per volume di produzione di petrolio nel continente. La Libia è una società danneggiata ma non devastata, ha detto ad Arab News Karim Mezran, direttore del North Africa Initiative e membro senior del Rafik Hariri Center e del Middle East Programs del Consiglio Atlantico. I problemi maggiori sono rappresentati dalla pandemia di COVID-19 e dal fatto che il Paese costituisce uno dei centri principali di migrazione degli africani verso l’Europa meridionale. Comunque, con una qualche livello di stabilità la Libia è e deve essere uno Stato prospero, considerando le abbondanti riserve di petrolio e di altre risorse naturali in combinazione con una popolazione relativamente piccola. Invece di uscire dall’epoca di Gheddafi con una grande apertura, con una crescita economica e un’interazione produttiva con la comunità internazionale, la Libia ha patito l’anarchia e il collasso istituzionale, divenendo qualcosa di simile a uno Stato ormai decaduto.

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