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Altro che Recovery Fund. L’Olanda torna al MES in salsa greca, peggiorato

L’Olanda ha finalmente messo nero su bianco le condizioni che vuole imporre per concedere aiuti ulteriori a quei “partner” europei colpiti più duramente dalla pandemia del coronavirus. Nel documento predisposto dal Ministero delle Finanze olandese, che verrà portato alla prossima riunione dell’Eurogruppo, non c’è alcuna traccia della tanto sbandierata solidarietà europea. Anzi, salta subito agli occhi il tentativo di far naufragare la trattativa, ponendo delle condizioni che sono di fatto inaccettabili. Wopke Hoekstra, il giovane ministro delle Finanze olandese, infatti ha fissato quattro paletti affinché i Paesi Bassi condividano il Recovery Fund: 1. la sottoscrizione di un memorandum nel quale lo Stato contraente si impegna ad usare gli aiuti solo per spese legate alla crisi sanitaria; 2 .accettare che le linee di credito siano disponibili soltanto fino alla fine dell’emergenza; 3. l’obbligo di un monitoraggio delle Istituzioni con annessa analisi della sostenibilità del debito del Paese che richiede l’aiuto; 4. una durata dei prestiti più breve rispetto ai programmi passati.

Si chiama Recovery Fund, ma in realtà si legge “Meccanismo Europeo di Stabilità”: è questa la sensazione che si prova nel vedere quali sono i criteri che vorrebbe imporre l’Olanda. Di fatto le regole previste non solo ricalcano il MES, ma lo rendono addirittura più coercitivo rispetto al MES stesso, servito in un’amarissima “salsa greca”. D’altra parte, Hoekstra non è nuovo ad interpretare il ruolo di mastino dell’austerity, anche se il suo aspetto è così cordiale e rassicurante. Tutti si ricordano la strenua opposizione mossa proprio da lui nel 2019, quando l’Unione Europea stava chiudendo l’accordo con l’Italia sulla Manovra di quell’anno: i Paesi Bassi non soltanto erano contrari, ma chiesero a più riprese, una volta che l’accordo era stato concluso, di avviare di una procedura d’infrazione.

Mentre il primo ministro olandese Mark Rutte richiama al rigore sul Recovery Fund, la portavoce per la Concorrenza, Arianna Podestà, rispondendo la scorsa settimana a una giornalista durante un briefing quotidiano per la stampa della Commissione europea, ha teso una mano indirettamente proprio all’Olanda, precisando che gli aiuti di Stato alle aziende sul loro territorio colpite dalla crisi del COVID-19 non potranno discriminare le imprese in base al Paese in cui hanno la loro sede fiscale, se tale Paese è uno Stato membro dell’Unione. Il diniego alla contribuzione può essere effettuato solamente per le società con sede in un “paradiso fiscale” incluso nella lista nera dell’UE sulle cosiddette “giurisdizioni non cooperative”, che riguarda i Paesi terzi. Dice la Podestà: spetta agli Stati membri decidere se desiderano concedere aiuti di Stato ed elaborare misure in linea con le norme dell’UE e i suoi obiettivi politici, quali la prevenzione delle frodi, dell’evasione fiscale, e dell’elusione o pianificazione fiscale aggressiva. Allo stesso tempo gli Stati membri devono rispettare le libertà fondamentali garantite dal trattato UE, anche in materia di libera circolazione dei capitali e libera circolazione delle persone. Ciò significache uno Stato membro non può escludere dai regimi di aiuto una società in base al fatto che ha sede o residenza fiscale in un altro paese dell’UE.

A causa della crisi del coronavirus, la Commissione ha allentato molto le maglie degli aiuti di Stato consentiti dalle norme UE antitrust, e molti Paesi ne stanno approfittando per concedere cospicue sovvenzioni alle imprese sul proprio territorio – si pensi ad Air France e a Lufthansa, per esempio – che a causa del lockdown rischiano addirittura di chiudere i battenti. Si genera così un bel paradosso: in diversi casi si potrebbe verificare che quelle aziende che hanno portato la propria sede fiscale in Paesi membri con basse imposte societarie, come l’Olanda, il Lussemburgo o l’Irlanda, potrebbero essere sovvenzionate proprio dal Paese d’origine, nel quale invece non pagano più le tasse.

Intanto la proposta su Recovery fund e bilancio pluriennale, che la Commissione europea pensava di poter approvare per mercoledì, forse anche a causa della “sortita” olandese è rimandata a data da destinarsi, si parla di un ritardo almeno di qualche settimana. La presidente Ursula von der Leyen deve riuscire a trovare una sintesi tra le esigenze del Nord e del Sud Europa. La vicepresidente Margrethe Vestager ricorda come sia essenziale che aiutare i Paesi più in difficoltà non é solo una questione di solidarietà, ma é anche un modo per preservare l’equilibrio del mercato unico. Intanto si lavora ai dettagli tecnici del MES, a cui venerdì l’Eurogruppo dovra’ dare il via libera definitivo. Inizialmente, a seguito del ‘conclave’ europeo che le aveva chiesto di mettere a punto una proposta di Recovery plan, l’idea era di presentarla assieme alla previsioni economiche di primavera, che mercoledì attesteranno il crollo del Pil 2020 nell’area Euro. Ma le marcate divergenze che dividono i 27 hanno stoppato le buone speranze della von der Leyen, che non vuole presentare una proposta non matura, rischiando che venga rigettata. Soprattutto la Vestager dovrà cercare di spiegare ai paesi come l’Italia che oggi si sentono la rampogna olandese e ancora pochi giorni fa tedesca, perché non bisogna prendersela con la Germania, che ha elargito massicciamente aiuti di Stato alle sue imprese.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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