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Alta tensione in Europa tra NATO e Russia, ma nei fatti nessuno vuole lo scontro

È in corso Defender Europe 2021, una delle più grandi esercitazioni a guida americana mai effettuate in Europa. Di fatto si tratta della riedizione delle manovre dello scorso anno, forzatamente ridimensionate a causa dello scoppio della pandemia. La cifra complessiva delle truppe impiegate in Defender Europe è di 28mila soldati, provenienti da 27 Paesi diversi. Queste esercitazioni sono caratterizzate non soltanto da numeri elevatissimi, ma anche dalla complessità delle operazioni e dalla vastità del territorio su cui vengono effettuate. Sono infatti operazioni quasi simultanee su più di 30 aree di addestramento, condotte su una dozzina di Stati sfruttando rotte terrestri e marittine che collegano tre continenti (Europa, Africa e Asia) e che si estendono fino al Baltico e al mar Nero, ossia il “fianco orientale” dell’Alleanza Atlantico, considerato il più esposto ad attacchi di tipo convenzionale

Dunque, la pandemia è capace di bloccare la vita sociale e l’economia di alcuni Paesi europei (vedasi in Italia il coprifuoco alle 22 prolugato fino a luglio), ma non certo un’esercitazione militare in grande stile. D’altronde, a tranquillizarci è lo stesso generale Christopher Cavoli,   comandante dell’esercito americano in Europa e in Africa: nel programma delle manovre di quest’anno sono state inserite le restrizioni anti-COVID e il monitoraggio delle situazione pandemica, e in ogni caso la Nato “ha dimostrato la capacità di condurre l’addestramento in modo sicuro a dispetto della pandemia”. E ha aggiunto: “Qualunque cosa accada, le nostre nazioni contano sul fatto che le nostre forze siano pronte a difendere la pace”. Una narrativa che si presta facilmente ad essere contraddetta da chi, invece, vi vede un dispiegamento di forze sovradimensionato rispetto a minacce che dovrebbero essere ipotetiche e soprattutto realizzato in aree di elevatissima tensione politica e militare. Il ministro della Difesa della Federazione Russa, Sergey Shoigu, ha detto che sono ben 40mila i soldati di USA e NATO che si stanno concentrando lungo il confine occidentale della Russia; secondo Shoigu queste operazioni hanno un chiaro carattere anti-russo, così come le altre che vengono ogni anno tenute dalla NATO sul territorio europeo.

Al di là delle ovvie “diversità di vedute”, ci sono segnali preoccupanti che provengono da quello che è attualmente il punto di attrito più caldo tra Occidente e Russia, cioè il Donbass. In Ucraina qualcuno soffia sul fuoco o più semplicemente dice le cose come stanno: ed è proprio questa l’espressione usata da Oleksiy Arestovich, rappresentante dell’Ucraina nel Gruppo di contatto trilaterale sul Donbass. All’inizio di un’intervista per il canale televisivo on-line Ukrlife.tv, ha detto che le imponenti esercitazioni NATO sono una preparazione “alla guerra con la Russia, al confronto militare con la Russia”. Una dichiarazione ancora più pesante è poi giunta (ma subito attenuata, praticamente smentita da Kiev) dall’ambasciatore ucraino in Germania Andij Melnyk, che alla radio tedesca ha lanciato una sorta di ultimatum: o l’Ucraina riuscirà a entrare in un’alleanza militare (allude evidentemente della NATO) o potrebbere persino valutare l’ipotesi di tornare ad avere armi nucleari nella prospettiva di difendersi dalla Russia. Dal canto suo, al Cremlino dicono esplicitamente di non essere interessati ad alcun tipo di conflitto con l’Ucraina, tanto meno militare: così si è espresso il viceministro degli Esteri russo Andrey Rudenko, che bolla come “fake news” i discorsi relativi a un futuro scontro tra i due Paesi. 

La stampa occidentale ha gioco facile nel presentare qualunque spostamento di truppe che la Russia fa all’interno del suo stesso territorio come “diretto a un’aggressione” verso l’Europa. Sul prestigioso “Foreign Policy” l’analista di questioni relative alla sicurezza nazionale e ai servizi segreti Amy Mackinnon pone direttamente l’interrogativo se Mosca non si stia davvero preparando alla guerra contro l’Ucraina, basando l’ipotesi sulla concentrazione di truppe lungo il confine e sulle parole interpretabili di alcuni personaggi di vertice del Cremlino. Speriamo che abbia insegnato qualcosa l’esperienza di “Able Archer 83”, le esercitazioni del novembre 1983 che avevano rischiato di diventare il detonatore di una guerra nucleare tra USA e URSS: se all’epoca mancava il dialogo tra Est e Ovest, oggi forse sono in troppi a parlare, usando parole grosse e generando tensioni. Magari se ne è accorto pure il presidente americano Biden, che infatti ha direttamente chiesto a Putin un incontro da tenersi in un Paese terzo per discutere dei temi più scottanti, come il Donbass. Anche i leader europei non vogliono spingere troppo avanti la soglia di un pericoloso confronto con la Russia. A seguito del viaggio a Parigi del presidente ucraino Zelensky, Francia e Germania hanno emesso un comunicato congiunto in cui si uniscono alle rimostranze di Kiev contro l’ammassamento di truppe russe lungo il confine e nella Crimea “annessa illegalmente”; ma se a parole sostengono le richieste ucraine, nei fatti evitano di dare seguito alla domanda di Kiev di entrare nella NATO. Macron, infatti, durante l’incontro con Zelenskynon ha fatto alcuna promessa di appoggio della candidatura, cosa che a Kiev attendevano, ma ha rimandato la questione al prossimo summit dell’Alleanza.  

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