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Algeria, continuano i processi politici per i giornalisti scomodi. Tre anni Khaled Drareni

Il New York Times ha riportato la notizia della condanna a tre anni di carcere comminata ad un noto giornalista algerino per aver raccontato di manifestazioni antigovernative. Si tratterebbe dell’ennesimo segno di una progressiva repressione sulla stampa in Algeria, che ha portato gli osservatori internazionali a condannare il fatto.

Il giornalista Khaled Drareni, 40 anni, che fa parte di Rsf ed è fondatore del sito Casbah Tribune oltre che corrispondente in Algeria del canale internazionale francofono TV5 Monde, era imprigionato da marzo dopo aver riferito di una manifestazione del movimento di protesta noto come Hirak. Le manifestazioni di questo gruppo hanno attraversato l’Algeria l’anno scorso, per chiedere riforme e forzando la rimozione del governatore di lunga data Abdelaziz Bouteflika. Il tribunale di Algeri lo ha condannato per “incitamento a un raduno disarmato” e “pericolo per l’unità nazionale“.

Sia il signor Drareni che i suoi avvocati hanno detto che è stato imprigionato e condannato per niente di più che per aver svolto il suo lavoro. “Le accuse sono completamente prive di fondamento” hanno commentato al Nyt i legali del giornalista “Tutto quello che ha fatto è stato fornire informazioni, con parole e immagini. Non ha fatto altro che il suo lavoro di giornalista. Anche il giorno del suo arresto, stava solo facendo il suo lavoro. La giustizia in Algeria serve il potere al potere e il sistema, non il popolo e lo Stato“. L’arresto sarebbe la conseguenza della sempre più palpabile intolleranza che caratterizza il nuovo governo che ha sostituito Bouteflika.

Drareni è il sesto giornalista condannato negli ultimi mesi o incarcerato in attesa di processo. Fanno compagnia a tanti leader del movimento Hirak anch’essi arrestati e rilasciati.

Il New York Times ricorda come la Comunità internazionale avesse sperato che il nuovo governo di Tebboune si sarebbe dimostrato più aperto alle riforme rispetto al regime autocratico di Bouteflika. Ma Amnesty International ha documentato che a giugno, dopo che 500 manifestanti sono stati arrestati, “le promesse delle autorità di ascoltare il movimento di protesta sono ben lontane dall’essere state tradotte in realtà“. Anche l’International Crisis Group ha affermato in un recente rapporto che l’inasprimento della sicurezza in Algeria è diventato “palpabile” e ha osservato che si stava verificando sullo sfondo di una crisi economica e del calo dei prezzi del petrolio e del gas, da cui il governo dipende principalmente delle sue entrate.

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