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Yuval Noah Harari in “Sapiens, da animali a Dei” si pone la domanda se l’umanità sia veramente felice

Siamo abituati a pensare a noi stessi come gli unici umani, ma dimentichiamo che 100.000 anni fa almeno sei specie di umani abitavano la Terra: animali deboli ed insignificanti, nel senso che erano incapaci di determinare alcun impatto sul pianeta. Oggi sulla Terra resta solo una specie, Homo Sapiens, che circa 70.000 anni fa si è diffusa rapidamente dall’Africa alle regioni euroasiatiche: cosa accadde alle altre specie non è chiaro, ma è certo che appena i Sapiens arrivavano in un nuovo territorio, la popolazione nativa, dopo un po’, si estingueva. Destino analogo toccò a diversi ecosistemi, la cui varietà biologica scomparve con l’arrivo di Homo Sapiens, che ha assunto sempre più i caratteri di un killer ecologico.

Oggi Homo Sapiens è il signore incontrastato del pianeta afferma Yuval Noah Harari l’autore di “Sapiens, da animali a Dei” edito da Bompiani. Quale fu il segreto del successo? Secondo Harari, a modellare il corso della storia, furono tre momenti fondamentali: la rivoluzione cognitiva, circa 70.000 anni fa, la rivoluzione agricola circa 12.000 anni fa e la rivoluzione scientifica, iniziata circa 500 anni fa.

Per due milioni e mezzo di anni, gli umani si sono nutriti raccogliendo piante e cacciando animali. Erano cacciatori-raccoglitori, che vivevano in piccoli gruppi. Non sappiamo cosa succedette, quale fu il meccanismo grazie al quale i gruppi divennero sempre più numerosi fino a fondare, successivamente, le prime città. Il segreto sta probabilmente nella nascita di miti comuni, la creazione di leggende, dèi e religioni, ovvero la rivoluzione cognitiva che ha segnato un punto di svolta: quello in cui la storia ha dichiarato la propria indipendenza dalla biologia.

Tutto questo cambiò circa 10.000 anni fa con la rivoluzione agricola, definita da Harari la più grande impostura della storia, tanto da arrivare a scrivere che gli agricoltori avevano un’esistenza generalmente più difficile e meno soddisfacente di quella dei cacciatori-raccoglitori. La rivoluzione agricola fu di enorme portata: vennero creati insediamenti stabili, ci fu un notevole incremento demografico che fu però accompagnato da una dieta più povera e dalla diffusione di malattie. Ma ciò che ha segnato una tappa di non ritorno è stata la necessità, propria di un’economia agricola, di reti sociali di cooperazione, che si fondavano sull’idea di “ordine immaginario costituito”. Le norme sociali non si basavano più su istinti radicati, ma su un comune credo di miti condivisi, ovvero la prima spinta verso lo sfruttamento e l’oppressione. L’impostazione sembra rimandare e, per certi versi sviluppare, l’idea tipicamente settecentesca dello “stato di natura” di Rousseau. Ancora oggi tutte le società sono basate su gerarchie immaginarie, che si sono formate come esito di una serie di circostanze storiche accidentali per poi essere perpetuate e perfezionate, fino a rivendicare uno status naturale ed inevitabile, in veri e propri circoli viziosi. Questi istinti artificiali che consentono a milioni di estranei di cooperare con efficacia, ci dice Harari, è quello per noi più comunemente noto col nome di “cultura”.

Le tradizioni premoderne della conoscenza, come il cristianesimo, l’islam ed il buddhismo, ritenevano di sapere già quanto fosse necessario conoscere. L’approccio cambiò circa 500 anni fa, con la rivoluzione scientifica. La disponibilità ad ammettere l’ignoranza ha reso la scienza moderna molto più dinamica, ma soprattutto ha posto le basi per la fiducia nel progresso e in condizioni migliori. Grazie alla comunanza di intenti (o di interessi) tra scienza, capitale ed impero, abbiamo assistito negli ultimi 500 anni a cambiamenti talmente profondi e repentini da non avere precedenti nella storia dell’evoluzione. 

Quello che sembra essere un excursus originale su Homo Sapiens in realtà mira a porre una serie di quesiti, accende un faro sul grande sentimento di inquietudine che attraversa oggi le nostre società. Siamo felici, si chiede Harari? Possiamo dire che l’abbondanza accumulata negli ultimi cinque secoli si sia tradotta in un appagamento prima sconosciuto? O la felicità sta nel sincronizzare le nostre illusioni sul senso della vita con le illusioni collettive prevalenti, di cui all’ordine immaginario prima richiamato? Oggi l’uomo gioca a fare Dio, ed in questo senso va letto il titolo del libro “Da animali a dèi”. Può esserci – conclude Harari – qualcosa di più pericoloso di una massa di dei insoddisfatti ed irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?

Infografica – La scheda del libro “Sapiens, da animali a Dei”

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Nato a Milano nel 1980. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte come responsabile dell’Ufficio Legislativo di un Gruppo consiliare. Collaboratore parlamentare per circa un decennio, è stato responsabile della segreteria dell’Assessorato all’Ambiente, Difesa del Suolo e Protezione Civile della Regione Piemonte dal 2010 al 2014. E’ affascinato dai viaggi e dalla montagna, oltre che lettore appassionato di romanzi storici, manuali di filosofia e saggi di attualità.

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