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Un’Europa senza leader e con poche idee

Bisogna ammetterlo: in questo momento (un momento che dura da parecchio tempo) l’Europa non è soltanto priva di ispirazione, ma manca di un qualunque pensiero politico strutturato, che possa definirsi tale. Essa si trascina con la sequela di generici slogan, che da consueti si sono ormai trasformati in desueti, travolti dai cambiamenti sempre maggiori che stanno avvenendo nel resto del mondo. Mancano le idee, mancano i leader per realizzarle. Persino i soliti volti, quello rassicurante e sicuro di sè di Emmanuel Macron e quello determinato e affidabile di Angela Merkel, vengono screditati un po’ alla volta dai mass media occidentali. Il vecchio viene scaricato, ma il nuovo non è ancora uscito.

Ed ecco che il giornale greco “I Kathimerini” nota come nemmeno la Merkel sia in grado trovare la strada verso il risanamento della costruzione sovrastatale europea, come mostrano i risultati sotto le aspettative raggiunti nei 6 mesi di presidenza europea detenuti dalla Germania e in via di scadenza. La stessa Cancelliera ha dichiarato che diversi punti del programma non sono stati implementati, tra cui la riforma digitale, la nuova politica di concessione dell’asilo e la lotta al cambiamento climatico. Data la longevità della sua carriera politica, difficilmente avrà nuove chance per centrare i suoi obbiettivi, e d’altro canto ha già annunciato di voler uscire di scena il prossimo anno, anche se sappiamo che questo tipo di promesse non sempre vengono mantenute – almeno in Italia e almeno in una certa area (rammentiamo Veltroni che voleva andare in Africa e Renzi dopo la sconfitta nel referendum). La Germania, la locomotiva continentale, è dunque in attesa di sapere chi prenderà quel posto di macchinista occupato da ben tre lustri da Merkel. Se ne parlava in Italia già all’alba della pandemia, nel febbraio scorso, quando “Formiche” eliminava il polemico Martin Schulz dal novero dei candidati e definiva il mondo politico tedesco “un cantiere in costruzione”, bloccato dal lungo regno di Angela, rimasta sola proprio “come il suo collega Macron”, il quale “non ha a chi appoggiarsi”. L’americano “Time” definisce la Merkel “un’anatra zoppa” e nello stesso articolo si dedica a spiegare come il suo alleato Macron, volendo dare la leadership dell’agenda globalista alla Francia, le abbia invece tolto quella del Vecchio Continente, indebolendola e indebolendo l’Unione Europea. E allora quali capi potranno risollevare le sorti del super-Stato europeo che rimane sempre in embrione? 

Certo, si trovano dei leader nuovi che riescono a mettersi al posto di guida, ma non sono quelli graditi all’élite. Pensiamo a Viktor Orbán, premier ungherese, capo indiscusso del suo Paese e punto di riferimento per partiti e correnti politiche di diversi Stati membri dell’Unione Europea. Ma questo non basta per farne un leader UE, perché le sue posizioni, pur condivise da milioni di cittadini europei, cozzano con il pensiero dominante che esprime l’élite, impregnato di parole-chiave così vuote da porterci mettere qualunque contenuto e altrettanto tremende quando vengono brandite come maledizioni con cui marchiare i concorrenti: il multiculturalismo, il politicamente corretto, la tolleranza. Orbán no, Orbán non va bene nemmeno se ha restituito i pieni poteri che il Parlamento gli aveva affidato per la gestione dell’emergenza, Orbán va stigmatizzato dai mass media a qualunque costo, persino in Italia, dove il tollerante, multiculturale e politicamente corretto governo giallo-rosso va avanti a colpi di DPCM di dubbia costituzionalità.

Eppure già due anni fa lo storico francese Edouard Husson diceva che i governi di Germania e Francia, oltre a quello della Gran Bretagna e degli USA, erano finiti ormai in un vicolo cieco. Inoltre metteva in guardia contro la mancanza di volontà dei vertici europei di restituire ai cittadini e alle associazioni di cittadini la reale possibilità di partecipare alla vita politica senza essere marginalizzati al ruolo di spettatori di decisioni prese nelle riunioni “a invito” o peggio ancora di “masse ignoranti”, qualora essi decidano di dare il proprio voto al candidato “sbagliato” – come avvenuto con Trump negli Stati Uniti. Secondo Husson, la situazione attuale somiglia all’inizio degli anni ’80 del XX secolo, quando l’avvento di Ronald Reagan e Margaret Tatcher rappresentò una sfida al dominio socialdemocratico che durava da almeno un paio di decenni. Una sfida ideologica prima ancora che politica o economica. All’Europa degli anni ’20 del XXI secolo servono nuovi leader, magari di stampo conservatore, che indubbiamente siano espressi con pienezza dalla volontà popolare anche quando essa cozza prepotentemente contro quanto proposto con insistenza dai mass media occidentali.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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