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Tutti insieme al governo, tranne uno. Quanto durerà il governo Draghi?

Tutti insieme al governo, tranne uno. Tutti insieme, certo, ma non proprio appassionatamente, anzi, al contrario, obtorto collo, come dire costretti a diventare alleati. Trascinati da una situazione sanitaria, economica e sociale che ha indotto il Presidente della Repubblica a non concedere le elezioni con lo scioglimento delle Camere e a chiamare tutti al senso di responsabilità e a un’alleanza di unità nazionale. E all’appello hanno risposto tutti, eccetto Fratelli d’Italia, partito che per giustificare il diniego si è richiamato alla propria coerenza. E così nel governo di Mario Draghi voluto dal presidente Sergio Mattarella si sono adattati a coabitare il Pd con Forza Italia, la Lega con LeU, i 5Stelle con Italia Viva. Alleanze categoricamente impossibili solo fino a qualche momento prima: destra e sinistra, sovranisti e populisti, europeisti e antieuropeisti della prima e dell’ultima ora. Un miracolo politico o un azzardo calcolato. Entrambe le cose, forse. C’è da dire che nel volgere di pochi giorni si è passati da un acritico entusiasmo alla soddisfazione moderata, poi fino alla freddezza, al distacco e alla delusione, mentre non hanno tardato a manifestarsi apertamente i dissensi interni alle singole forze politiche – e si vedrà quanto irriducibili -. Tant’è che proprio quando nasceva, sul governo Draghi già ci si chiedeva quanto durerà, e naturalmente, data la variopinta compagine, come potrà andare avanti. Il Capo del governo, i suoi ministri e i partiti della cosiddetta “unità nazionale” dovranno impegnarsi duramente nell’arte del compromesso, nobile fino a un certo punto, e dovranno accantonare e tenere in sordina temi come immigrazione e MES, per citare solamente due argomenti che li vedono in netto contrasto.

In primo piano c’è la lotta contro il virus, con i provvedimenti e le calibrate restrizioni per contenerlo, e un deciso impulso alla vaccinazione, che per mille motivi (non ultimo la disponibilità delle fiale) va a rilento in modo preoccupante. Mentre il governo si insediava, il vaccino aveva coperto un misero 5% della popolazione, a fronte di altri Paesi che avevano già superato il doppio della copertura. E su questo fronte è atteso – e sarebbe quanto mai salutare per la fiducia unita alla speranza che i cittadini ripongono sul nuovo governo – un fermo passo del premier Draghi in persona verso le Istituzioni europee o addirittura malgrado le Istituzioni medesime, su cui scaricare il peso della sua personalità e autorevolezza, peraltro universalmente apprezzate. Un vero e proprio colpo di reni che darebbe davvero il segno di una svolta, dentro e fuori i confini del Belpaese. Un modo concreto, palpabile, per lanciare un messaggio che qui, in Italia, qualcosa è cambiato, che qui d’ora in poi si fa sul serio. L’altro fronte caldissimo è quello del Recovery plan, sul quale, stando anche alle sollecitazioni giunte nelle ultime settimane dall’Europa, c’è un pesante ritardo. Dopo i pericolosi pasticci e i balbettamenti del precedente governo, ora si può affermare che il dossier è in mani sicure, quelle di Draghi innanzitutto, e a seguire del ministro dell’Economia Franco (paragonato a una sorta di alter ego del Presidente del Consiglio), del leghista Giorgetti allo Sviluppo economico, dei “tecnici” Colao all’Innovazione tecnologica, Cingolani alla Transizione ecologica, ministero che pur nella denominazione retorica e vagamente nebulosa, se fatto funzionare può contenere molta carne al fuoco, e Giovannini alle Infrastrutture e Trasporti. Il piano ereditato dal governo Conte è in buona parte da rifare, a detta di molti esperti, mentre l’Europa vuole impegni e progetti precisi, circostanziati e coerenti con le sue indicazioni in fatto di rispetto dell’ambiente e di applicazioni tecnologiche innovative, e non di semplici titoli di intenti.

Certamente Draghi, i ministri e i partiti avranno ancora molto da discutere su come e dove indirizzare i 200 e passa miliardi e di risorse messe a disposizione dall’UE, e per scegliere i settori dell’economia e le aree del Paese sui quali puntare per investire al meglio quei fondi che potranno risollevare il sistema socio-economico. Ma l’attesa di tutti è che facciano presto e possibilmente bene: la riuscita del miracolo, o l’azzardo della singolare alleanza politica che sostiene il governo, si misurerà proprio su questo, accanto al superamento dell’emergenza sanitaria. Nell’ampia maggioranza di unità nazionale sono tutt’altro che sopite le fibrillazioni, e i singoli partiti, anche quelli che ostentano soddisfazione, sono attraversati dal malcontento. Il caso eclatante è quello dei 5Stelle, che escono in frantumi da questa vicenda politica. Tra abbandoni, distinguo e malumori, nel partito di Beppe Grillo la scissione è nei fatti. I grillini hanno conservato il ministero degli Esteri per Luigi Di Maio, perché evidentemente Draghi non ha trovato uno migliore di lui per quell’alto incarico – ma c’è chi dice che il premier la politica estera se la farà da solo –  e per il resto sono rimasti con un pugno di mosche. Grillo aveva fatto capire ai suoi che il ministero per la Transizione ecologica sarebbe stato affidato a un 5Stelle organico o comunque di comprovata fede, e che avrebbe inglobato anche lo Sviluppo economico e chissà quali e quanti altri dicasteri. Risultato: niente di tutto questo.

Il Pd mantiene Guerini alla Difesa e Franceschini alla Cultura, dà il ministero del Lavoro al vicesegretario Orlando, ma il segretario Zingaretti deve fare i conti con durissime polemiche interne, a cominciare dalla clamorosa assenza di donne nella sua delegazione al governo: l’ironia della sorte talvolta si accanisce, il partito che sventola a destra e a manca la bandiera della parità di genere e delle quote rosa – “quote” di per sé irrispettose nei confronti delle donne – è caduto proprio sul suo presunto cavallo di battaglia. Forza Italia prende la Pubblica amministrazione con Brunetta, ministero di grande peso contrariamente a una vulgata che lo vuole tra i minori, gli Affari regionali con Gelmini, dicastero assurto a un rango di rilievo con i numerosi conflitti di competenza tra Stato e regioni, e il Sud con Carfagna, a sua volta rilevante se si considerano anche le attese del Mezzogiorno dal Recovery plan; Berlusconi si è detto soddisfatto, nonostante l’esclusione del suo “vice” Tajani dal governo, e si fa anche notare che le scelte di Draghi, segnatamente per Brunetta e Carfagna, premiano le fronde di Forza Italia. La Lega di Salvini, con il segretario fresco di un improvviso afflato europeista, una conversione alla quale vengono attribuite mire e progetti che vanno ben al di là del “semplice” consenso al governo Draghi, conquista un ministero di primissima fascia con Giorgetti allo Sviluppo economico, il redivivo Turismo per Garavaglia, ora sganciato dai Beni culturali, settore di grande peso per l’economia nazionale, e la non irrilevante Disabilità per Stefàni. LeU, pur costretto a convivere con i vituperati Berlusconi e Salvini, conserva la Sanità con il discusso Speranza. Italia Viva di Matteo Renzi deve accontentarsi delle Pari opportunità per Bonetti, ma il dinamicissimo segretario ed ex Presidente del Consiglio, al quale, a quanto si dice anche a nome e per conto del Pd e di qualche frangia dei 5Stelle, si deve la caduta del governo Conte, viene già dato in movimento in vista del dopo-Draghi. E quanto durerà, appunto, il governo Draghi?

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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