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Tutti a scuola, anzi proprio tutti no. Un ‘primo giorno’ da fiato sospeso

Tutti a scuola il 14 settembre. Sì, ma non esageriamo, proprio tutti no… anzi, molti meno: solo gli studenti che hanno l’aula con le nuove capienze, i nuovi banchi, l’insegnante e il mezzo che li porta all’edificio scolastico. Insomma, l’essenziale affinché le lezioni possano tenersi. E a quanto risulta sono almeno un quarto i ragazzi senza tutto ciò, come hanno denunciato pure i presidi ancora negli ultimi giorni. Dunque niente di più che uno slogan, quella data fissata dal governo con baldanzosa sicumera come se tutto fosse pronto da chissà quanto tempo. 

Ritardi, approssimazione, contrordini, proposte inverosimili, fantasie galoppanti, banchi con rotelle ma anche senza, plexiglas tra un banco e l’altro ma anche no, doppi turni ma lasciamo perdere, ore di lezione più corte ma vedremo. Il tutto in un crescendo che nel corso di questi due mesi ha raggiunto picchi di vero e proprio delirio. Nessuno può certo sostenere che sarebbe stato facile affrontare e risolvere i problemi che pone la ripresa della scuola, soprattutto in considerazione delle annose carenze – a tutti note – di cui soffre la complessa organizzazione del sistema scolastico. Ma proprio perché si trattava di un’impresa titanica, sarebbe stato necessario un governo capace con un ministro efficiente e autorevole che avrebbe dovuto muoversi tempestivamente e con decisione, da quei giorni tra fine febbraio e inizio di marzo in cui è stata dichiarata la fermata nazionale di tutte le attività e il confinamento. E invece si è preso e perso tempo prezioso tra rinvii e tentennamenti, incertezze e inefficienze, sfide tra governo e regioni, commissioni di esperti e commissari ad hoc. Un labirinto che ha portato alla situazione caotica di oggi. 

Altro che 14 settembre scuola per tutti! Ma tra i banchi quando e dove si può, chi oggi e chi domani, una regione sì e una no, in un comune si apre e in un altro si rinvia. Eppure a Palazzo Chigi ci si è stracciate le vesti nell’affermare l’importanza della scuola, dell’istruzione, dell’aula come primo nucleo di comunità, e via decantando. Intanto le famiglie restano col fiato sospeso, senza sapere quando e in quali condizioni i loro ragazzi potranno tornare nelle aule. E il governo negli ultimi giorni non ha trovato di meglio che aggrapparsi alle mascherine. Già, quelle sì che ci sono, pronte e per tutti, una al giorno per ogni allievo, milioni e milioni. E udite udite, gratis. Però, questa sì che si chiama tempestività ed efficienza!

Eppure non sarà il caos della scuola, che peraltro basterebbe, a segnare la vita di un governo che col suo vertice ha dato prova di inadeguatezza. E chissà se e quando arriverà un definitivo casus belli, dopo le innumerevoli vicende che negli ultimi mesi avrebbero potuto portare a una rottura. Perché ancora oggi si continua a vivere un tempo politicamente sospeso. La gravità della situazione economica e sociale con gli impegni europei da una parte, e dall’altra i precari rapporti politici nella maggioranza e all’interno del due principali partiti, senza dimenticare le importanti diversità di vedute su molti temi dei partiti di opposizione, a cominciare da quelle forme di “collaborazione istituzionale” di cui si parla da tempo, rendono quanto mai difficile un cambio di governo o la via più drastica ma democraticamente più corretta, vale a dire lo scioglimento delle camere e nuove elezioni. Anzi, si direbbe paradossalmente che la soluzione più deleteria ma anche la più prossima alla complessità dello stato delle cose sia l’impasse, stare fermi, immobili, tirare a campare.

Uno stato di necessità che è finito per diventare virtù, dopo l’azzardo di un anno fa, quando il governo giallo-verde, a sua volta azzardato, venne disinvoltamente sostituito dal governo giallo-rosso, con due partiti che fino a quel momento erano come il diavolo e l’acqua santa, e per sovrammercato con lo stesso presidente del Consiglio. Il tutto non perché ci fosse nella nuova maggioranza un sentire comune, una visione politica e sociale in qualche modo condivisa e maturata nel tempo, un programma di governo che li accomunasse pur nelle diversità, ma semplicemente perché con nuove elezioni era certa l’affermazione della destra, e per di più quella destra su cui ancora oggi pende una sorta di scomunica al di qua e al di là dei confini nazionali. Studiosi, storici ed esperti potrebbero discutere a lungo sulla legittimità o “necessità” di tali soluzioni politiche, sulla scelta del male minore, sulla ragion di Stato, perfino su una presunta e possibile immaturità dell’elettore che può lasciarsi sedurre da slogan e demagogia, ma c’è un principio non negoziabile che supera ogni altro: la chiarezza e la trasparenza delle scelte che si compiono in democrazia.

Ora dunque si è proiettati sulle sette regioni chiamate alle urne, sei le maggiori, quelle in cui l’attesa è più forte, e le previsioni dei sondaggi e di molti commentatori danno risultati a favore del centro-destra e fortemente negativi per il centro-sinistra e i partiti di maggioranza. Naturalmente dalle parti del Pd, di 5Stelle e di Palazzo Chigi si nega che un risultato avverso debba mettere in discussione la tenuta del governo. Del resto, la campagna elettorale, fatte salve le polemiche di giornata, non ha registrato grandi accensioni; i partiti di governo, forse anche in previsione di una sconfitta, hanno mantenuto un profilo piuttosto basso – molto più animato è stato il dibattito sul referendum – e il Presidente del Consiglio, dopo aver sollecitato caldamente alleanze tra Pd e 5Stelle, invano, forse per gli stessi motivi ha evitato un vero coinvolgimento. Ma se le previsioni si avvereranno, a partire anche dal migliore dei casi per la maggioranza, cioè un semplice pareggio, non se ne potrà non tenerne conto. Da che mondo è mondo le elezioni locali risentono fortemente della situazione del quadro nazionale: un governo forte e gradito, così come uno fragile e inviso, possono trascinare il voto in una città, in una regione; è già accaduto molte volte e il caso di oggi non sfugge a questa tendenza. E tuttavia le previsioni restano nient’altro che quello che sono. C’è infatti la possibilità del voto disgiunto, che in qualche regione può fare miracoli, e pur senza tanti clamori i partiti di maggioranza si può esser certi si siano attrezzati alla bisogna.

Nella tornata elettorale c’è anche il referendum che deve confermare o bocciare la legge costituzionale sul taglio dei parlamentari, a suo tempo votata a stragrande maggioranza, e che tra i partiti, i commentatori e gli esperti ha suscitato passioni molto più accese. Ai tanti autorevoli sostenitori del Sì, infatti, si sono contrapposti molti fautori del No altrettanto provvisti di autorevolezza. Tranne i 5Stelle, a suo tempo promotori della legge, dove tuttavia non manca qualche voce contraria seppure isolata, si può senz’altro dire che tutti gli altri partiti, al di là dell’indicazione ufficiale per il Sì, che peraltro per il centro-destra è in linea con i voti espressi in Parlamento, vanno in ordine sparso. Tra le posizioni che hanno fatto discutere, in primo piano c’è quella del Pd, che dopo il No espresso con ben tre voti parlamentari, ora faticosamente indica uno stentato Sì, non dimentico del fatto che il cambio di posizione un anno fa alla quarta votazione era stato uno dei prezzi pagati sull’altare dell’alleanza con i 5Stelle. Quando si dice la coerenza! Ma nel corso delle settimane si sono moltiplicate le posizioni a favore del No, da ogni parte, Pd compreso. Così c’è il tiepido Sì, ma è “ammesso” anche il No, di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia, che a loro volta in Parlamento avevano votato a favore del taglio dei parlamentari, passando per le divisioni di LeU, la libertà di voto che è più un No che un Sì di Italia viva, il No di Azione e quello di Più Europa. Naturalmente, fatte salve le più che argomentate posizioni in fatto di riforme costituzionali e di funzionamento della macchina parlamentare, non sfuggono alcuni motivi per così dire collaterali che inducono al No chi a suo tempo aveva sostenuto il Sì. A cominciare dall’avversione per l’unico partito che può intestarsi la vittoria del referendum, i 5Stelle. Un risultato, la prevalenza del Sì, che potrebbre ridare un nuovo ancorché effimero vigore all’insieme del governo, facendo seppure per breve tempo dimenticare i mille gravi problemi irrisolti. E chi sta all’opposizione, ma anche le voci dissonanti all’interno del Pd, preferirebbe evitare una tale ventata di consenso.

Comunque vada, dopo le elezioni e il referendum, qualcosa dovrà accadere. I 5Stelle sono in una crisi di identità che li sta portando a lacerazioni che preludono a una spaccatura; non ultimo l’ex capo Di Maio ha lanciato a gran voce l’esigenza di una guida forte per il cosiddetto movimento che non vuole chiamarsi partito, e gli aspiranti al vertice ormai sono una schiera. Il Pd, seppure con toni più sfumati, a sua volta è alla ricerca di una linea politica, qualunque purché sia una linea, che potrebbe passare attraverso la sostituzione del suo segretario. E intanto premono alcune importanti e ineludibili scadenze. C’è da mettere nero su bianco i progetti particolareggiati attesi dall’Europa per l’utilizzo dei duecento e passa miliardi del Recovery fund; il governo si è affrettato a scrivere e mandare a Bruxelles le linee guida, che altro non sono che un elenco dei noti capitoli sui quali convogliare i fondi, peraltro già “suggeriti” dalle istituzioni europee all’atto di deliberare le risorse per i singoli Paesi; sull’utilizzo dei fondi c’è da studiare e discutere in Parlamento e il premier Conte, bontà sua, ha espresso la volontà di coinvolgere anche l’opposizione, un coinvolgimento tante volte enunciato ma che non arriva mai. Vista la massa di risorse da investire, al di dentro e al di fuori della maggioranza la discussione non sarà una passeggiata e susciterà molti appetiti; peraltro risulta che già tutti o quasi i ministri si siano portati avanti e abbiano fatto arrivare a Palazzo Chigi i loro desiderata con tanto di cifre in miliardi. C’è da affrontare una volta per tutte la questione Mes: chiedere o non chiedere all’Europa questi ulteriori fondi che tutti giurano non avere condizioni, comunque non condizioni-capestro come in passato. I 5Stelle, che non sono soli avendo dalla loro parte la Lega e Fratelli d’Italia, continuano ad essere fortemente contrari. Ma non soltanto: tutti ricordano le chiare parole, una volta tanto, di Conte che ha più volte escluso l’ipotesi di ricorrere al Mes, salvo progressivi aggiustamenti di tiro che lo hanno lentamente portato ad affermare che deciderà il Parlamento, e l’appuntamento con le Camere è stato via via rinviato a data da destinarsi e in primo luogo tassativamente dopo le elezioni. Nella maggioranza e con i suoi esponenti nel governo, il Pd invece preme perché si acceda al Mes senza indugio, ma beninteso non prima delle regionali. E, ancora, tanti altri problemi incombono: l’immigrazione fuori controllo, il lavoro, il drammatico calo dell’occupazione, i provvedimenti per intravedere l’avvio di una ripresa, mentre la diffusione dei contagi non dà tregua.

Da più parti per affrontare una simile agenda, da tempo si parla apertamente della necessità di un significativo cambio di passo, a cominciare da un robusto rimpasto di governo, almeno, che renda la guida del Paese più autorevole. Ma c’è chi vede troppi rischi nel mettere mano alla compagine di governo: un rimpasto si sa come inizia ma non si sa come finisce. E tra questi c’è anche il premier, l’unico, ma forse è in buona compagnia, che lascerebbe tutto così com’è, cercando ancora di sopravvivere giorno dopo giorno. Forse gli sono arrivati gli echi di certi bisbiglii di qualche cancelleria e di certi mondi che ora hanno notevolmente ridotto quel credito interessato che qualche tempo fa gli avevano dato. Del resto, è lo stesso Conte che si è visto recapitare una missiva del Presidente della Repubblica che, pur firmando il decreto Semplificazioni convertito in legge con un ennesimo voto di fiducia, con parole severe gli fa notare che le modifiche al codice della strada – multe facili e autovelox nelle città – “non sono attinenti“. Ed è sempre lo stesso goffo Conte che di recente a parere di molti si è esibito in due gaffes di prima grandezza. Una riguarda il presidente Mattarella, del quale, quando ancora manca un anno e mezzo alla scadenza del mandato, ha detto che lo vedrebbe bene per un secondo settennato. Un’uscita che si dice abbia fortemente irritato l’inquilino del Quirinale. L’altra riguarda l’ex presidente della Bce Draghi, che di tanto in tanto viene indicato come imminente successore di Conte. Ebbene, il Presidente del Consiglio ha rivelato di avere tentato di piazzare Draghi alla presidenza della Commissione europea, circostanza che peraltro andrebbe indagata, ma che l’interessato avrebbe declinato rispondendogli di essere stanco! E allora: se questo è un premier. 

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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