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Tripoli respinge l’iniziativa del Cairo. Ora si rischia un conflitto tra Turchia ed Egitto in terra libica

Il 6 giugno è stata emanata la “dichiarazione del Cairo” sulla ricomposizione della crisi politica interna della Libia. La “dichiarazione del Cairo” è stata redatta sulla base delle conclusioni dei colloqui del 5 giugno al Cairo tra il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il comandante dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) fedlmaresciallo Khalifa Haftar, in presenza del presidente della Camera dei rappresentanti (il parlamento eletto della Libia) Aguila Saleh. La dichiarazione prevede il cessate il fuoco tra le parti in conflitto, cioè i reparti dell’LNA e le unità fedeli al Governo di Accordo Nazionale (GAN) di Fayez al-Sarraj, a partire dall’8 giugno. Prevede anche lo scioglimento e il totale disarmo delle formazioni paramilitari illegali, la consegna delle armi ai magazzini dell’esercito libico e l’uscita di tutte le forze straniere dai confini del Paese.

La sequenza di realizzazione delle suddette misure dovrà essere elaborata dalla commissione militare congiunta “5+5” a Ginevra, sotto l’egida dell’ONU. È stata decisa anche l’effettuazione di un complesso di trasformazioni socio-politiche, come l’unificazione di istituti statali delle parti attualmente in conflitto e la creazione di un consiglio presidenziale con una larga rappresentanza delle tre regioni del Paese.

Nello stesso giorno, le autorità di Tripoli hanno rigettato l’iniziativa del Cairo. Il presidente dell’Alto consiglio di Stato libico Khalid al-Mishri, agendo insieme al GAN, ha comunicato ad Al JazeeraAi libici non serve più alcuna iniziativa. Dopo la sconfitta, Haftar vorrebbe tornare al tavolo delle trattative, ma noi rifiutiamo la sua presenza. Il rifiuto di un possibile dialogo con l’LNA è stato confermato dal capo del GAN Fayez al-Sarraj, che ha espresso da Ankara dopo i colloqui col presidente turco Recep Erdoğan la ferma intenzione di proseguire le operazioni militari fino a una completa vittoria sulle forze del feldmaresciallo Haftar.

Il 6 giugno le forze del GAN hanno lanciato alcuni attacchi aerei utilizzando droni turchi contro postazioni militari dell’LNA nella città di Sirte. Il comando delle formazioni armate di al-Sarraj ha annunciato l’inizio della preparazione dell’attacco decisivo nelle regioni orientali del Paese controllate dalle truppe di Haftar. È possibile prevedere con una certa sicurezza il passaggio del conflitto armato a un livello nuovo e più aspro: il Governo di Accordo Nazionale, insieme alla Turchia che lo sostiene, dopo aver conseguito una serie di vittorie significative sui suoi avversari non vuole accettare la fine delle ostilità, ma arriverà invece a sbaragliare completamente l’Esercito Nazionale Libico.

A sua volta l’LNA, senza un grosso appoggio esterno, non è in grado di contrastare l’assalto di decine di migliaia di mercenari siriani ingaggiati dalla Turchia, i quali conducono le azioni militari col diretto supporto delle Forze armate di quest’ultima. È ben difficile che in condizioni come queste Ankara tenga in considerazione l’opinione pubblica internazionale e accetti di eseguire risoluzioni che impongano di sospendere gli aiuti militari a una delle parti in conflitto. Inoltre Erdoğan potrebbe fomentare una escalation tramite il coinvolgimento diretto dell’esercito turco per ottenere più rapidamente la vittoria su Haftar.

Un attacco diretto della Turchia contro la Libia potrebbe coinvolgere anche l’Egitto in una guerra al fianco dell’LNA: recentemente Abdel Fattah al-Sisi ha giudicato con severità le azioni della Turchia nella zona. Il leader egiziano riconosce come assolutamente reale la minaccia alla sicurezza del suo Paese rappresentata dall’insediamento nella vicina Libia di un regime politico, al cui fondamento si trova l’ideologia propagandata dall’organizzazione radicale internazionale dei Fratelli Musulmani: perciò è improbabile che i vertici egiziani reagiscano serenamente a quello che potrebbe accadare in Libia.

Per quel concerne la Russia, essa sta cercando di mantenere i rapporti con entrambe le fazioni combattenti e si esprime in favore di una “pacificazione” del conflitto interno alla Libia basata sulla fine delle ostilità e in favore dell’inizio di colloqui politici sotto l’egida dell’ONU. La Russia guarda con apprensione alla linea politica adottata da Erdoğan nei confronti della Libia, ma si astiene dal criticarla o giudicarla: a Mosca conviene un indebolimento della presenza delle formazioni armate illegali in Siria.

Al tempo stesso a Mosca si rendono perfettamente conto che l’eventualità di un rafforzamento turco in Libia toglierebbe alla Russia la possibilità di riallacciare una cooperazione economica rilevante con un governo libico filo-turco: solamente la parte vincitrice dello scontro interno può contare sull’ottenimento di benefici politici e altri vantaggi.

Risulta evidente anche come le ultime dichiarazioni turche sull’intenzione di aumentare il volume di acquisti di armamenti russi costituiscano solo una sorta di cortina di fumo che ha lo scopo di impedire che venga dato aiuto militare ad Haftar. In linea di massima, alla Russia converebbe la vittoria del feldmaresciallo, che determinerebbe l’annientamento delle bande di mercenari siriani, decadendo quindi anche il problema del ritorno di questi in patria. Si ritiene che Mosca sia pronta a fornire un aiuto tecnico-militare all’Esercito libico, ma a condizione che lo si possa fare grazie all’Egitto favorevole.

L’8 giugno vede una tregua unilaterale in Libia, dopo consultazioni molto attive sulla realizzazione della “dichiarazione del Cairo”. Questo documento, tuttavia, nella forma di cui si presenta oggi, non è in nessun modo gradito alla Turchia, mentre la modifica dei suoi punti in ambito militare contrasta con gli interessi dell’Egitto. I prossimi sviluppi della situazione in Libia, e intorno ad essa, dipenderanno così dai piani dell’Egitto e dai Paesi arabi e non arabi che appoggiano quest’ultimo. 

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