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Tre migranti recuperati dalla Guardia Costiera libica trucidati ad al-Khums, UNHCR: “sono 1.750 i morti nel 2018 e 2019”

L’Europa, e l’Italia in particolare, continuano a finanziare la Guardia Costiera libica, prolungando le sofferenze di migliaia e rendendosi complice della morte di migranti e rifugiati, intrappolati nel Paese nordafricano martoriato da 10 anni di conflitto. Come hanno denunciato continuamente le Nazioni Unite, le cosiddette politiche “push-back”, implementate dall’Europa in collaborazione con i suoi partner libici, si trasformano sempre più spesso in una condanna a morte per coloro che cercano di raggiungere le nostre coste attraverso i pericolosi viaggi via mare. La Libia non è un porto sicuro, continuano a ripetere esperti ed agenzie delle Nazioni Unite. Ciò è evidente dal sempre maggior numero di libici che decidono di lasciarsi tutto alle spalle e fuggire illegalmente verso l’Europa. Le condizioni di vita per il popolo libico sono peggiorate considerevolmente dall’insediamento dell’esecutivo di Fayez al-Serraj, dal 2015 ostaggio di milizie criminali e gruppi armati fuori controllo. Nel corso degli anni, investigazioni giornalistiche hanno dimostrato che coloro che erano stati incaricati di fermare i flussi migratori illegali dalle coste libiche erano anche i principali responsabili di questi traffici. La mancanza di mezzi e formazione, la partecipazione di elementi di dubbia moralità tra i guardacoste e le forze anti-immigrazione libiche, sono alla base di numerosi incidenti che si sono verificati nel corso degli anni nei porti e nei centri di detenzione della Tripolitania.

È di martedì notte l’ultimo incidente. Tre persone di nazionalità sudanese sarebbero state uccise in una sparatoria al punto di sbarco di Al Khums, dopo che la Guardia costiera libica aveva intercettato un’imbarcazione con a bordo almeno 70 migranti. Secondo le prime ricostruzioni, la sparatoria sarebbe avvenuta quando i migranti sono stati fatti scendere dai guardacoste al porto di Al Khums per consegnarli come da prassi all’anti-immigrazione, una milizia armata affiliata al Ministero dell’Interno di Tripoli. Secondo quanto riferito dagli operatori dell’UNHCR, l’International Rescue Committee (IRC) ha aiutato a portare un ferito in ambulanza in ospedale, ma l’uomo è morto lungo il tragitto. Altre due persone sono morte sul posto e altre due sono rimaste ferite. Le indagini sarebbero ancora in corso, ma da quando si apprende le milizie avrebbero aperto il fuoco per placare i migranti che si rifiutavano di tornare nei lager dove sapevano sarebbero stati detenuti. “Questo incidente sottolinea fortemente che la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco”, ha ribadito nuovamente Vincent Cochetel, inviato speciale dell’UNHCR per la situazione nel Mediterraneo centrale. “È necessario aumentare la capacità di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, comprese le navi delle ONG, al fine di aumentare la probabilità di operazioni di salvataggio che portino a sbarchi in porti sicuri fuori dalla Libia. È inoltre necessaria una maggiore solidarietà tra gli Stati costieri del Mediterraneo”. La tensione è ancora più alta, secondo il racconto di alcuni membri dei gruppi armati locali, dopo che è stato ordinato di “serrare” il Mediterraneo per via dei numerosi rapporti di jihadisti e mercenari siriani in fuga verso l’Europa. Nei giorni scorsi, il Comando degli Stati Uniti in Africa (Africom) è intervenuto per fermare una barca con 131 immigrati clandestini, a circa 80 chilometri a nord-ovest di Misurata, in collaborazione con la Guardia costiera libica. Il 21 luglio, un’unità navale che stava conducendo operazioni di sorveglianza si è coordinata con le autorità marittime libiche e maltesi per facilitare il salvataggio di un’imbarcazione in difficoltà. “Il monitoraggio continuo lungo la costa del Nord Africa ha dato alla leadership l’opportunità di dare una mano”, ha affermato il generale Stephen Townsend al comando di AFRICOM. “La collaborazione internazionale rimane importante per affrontare sfide comuni. In questo caso, i contributi collettivi hanno contribuito a salvare vite umane”. Ha aggiunto. Il vice comandante delle comunicazioni militari civili in AFRICOM, l’ambasciatore Andrew Young, ha affermato inoltre che “l’operazione di salvataggio evidenzia il livello di cooperazione che abbiamo sviluppato non solo con i nostri partner in Africa, ma su una scala più ampia nella regione”.

UNHCR e il Mixed Migration Center (MMC) presso il Danish Refugee Council hanno rilasciato oggi, mercoledì 29 luglio 2020, un nuovo report che conferma come migliaia di rifugiati e migranti muoiono e subiscono violazioni estreme dei diritti umani nei viaggi tra Africa occidentale e orientale e la costa mediterranea dell’Africa. “In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori”, evidenzia come la maggior parte delle persone in queste rotte subiscono o assistono a indicibili brutalità e disumanità da parte di contrabbandieri, trafficanti, milizie e in alcuni casi persino funzionari statali. “Per troppo tempo, gli abusi strazianti subiti da rifugiati e migranti lungo queste rotte terrestri sono rimasti in gran parte invisibili”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Questo rapporto documenta omicidi e violenze diffuse di natura più brutale, perpetrate contro persone disperate in fuga da guerre, violenze e persecuzioni. Una forte leadership e un’azione concertata degli Stati della regione sono necessarie, con il sostegno della comunità internazionale, per porre fine a queste crudeltà, proteggere le vittime e perseguire i criminali responsabili”.

La raccolta di dati precisi sui decessi, nel contesto di flussi irregolari di popolazione mista, controllati da trafficanti e contrabbandieri di esseri umani, è estremamente difficile in quanto molti avvengono nell’ombra e lontano dalla visione delle autorità e dei loro sistemi formali per la gestione di dati e statistiche. Tuttavia, il rapporto suggerisce che un minimo di 1.750 persone sono morte in questi viaggi tra il 2018 e il 2019. Ciò rappresenta un tasso di almeno 72 decessi al mese, che rende la rotta una delle rotte più mortali al mondo per rifugiati e migranti. Queste morti si aggiungono alle migliaia di persone che sono morte o scomparse negli ultimi anni tentando viaggi disperati attraverso il Mar Mediterraneo verso l’Europa, dopo aver raggiunto le coste nordafricane. Circa il 28% dei decessi segnalati nel 2018 e nel 2019 è avvenuto mentre le persone tentavano di attraversare il deserto del Sahara. Altri punti di crisi sono stati Sabha, Kufra e Qatrun, nella Libia meridionale, l’hub di contrabbando di Bani Walid a sud-est di Tripoli, e diversi luoghi lungo il percorso nella parte occidentale dell’Africa, tra cui Bamako e Agadez. Se i dati del 2020 sono ancora in arrivo, almeno 70 persone tra rifugiati e migranti sono già morti quest’anno, di questi almeno 30 persone sono state uccise per mano dei trafficanti di Mizdah a fine maggio. A questi si aggiungono le morti avvenute al porto di al-Khums.

Secondo il rapporto presentato oggi, gli uomini, le donne e i bambini che sopravvivono sono spesso lasciati con problemi di salute mentale duraturi e gravi a causa dei traumi che hanno dovuto affrontare durante il viaggio. Per molti, il loro arrivo in Libia è l’ultima scena in un viaggio caratterizzato da orribili abusi tra cui omicidi casuali, torture, lavori forzati, e percosse. Altri continuano a riferire di essere stati sottoposti a brutali violenze, tra cui essere bruciati con olio caldo, plastica fusa o oggetti metallici riscaldati, elettrocuzione ed essere legati in posizioni di stress. Donne e ragazze, ma anche uomini e ragazzi, sono ad alto rischio di stupro e violenza sessuale e di genere, in particolare nei posti di blocco e nelle aree di confine e durante gli attraversamenti nel deserto. Circa il 31% delle persone intervistate hanno assistito o sono sopravvissuti alla violenza sessuale nel 2018 o 2019, in più di un luogo. I trafficanti sono stati i principali responsabili di violenze sessuali nell’Africa settentrionale e orientale, rappresentando il 60% e il 90% delle segnalazioni provenienti dalle rispettive rotte. Tuttavia, nell’Africa occidentale, i principali responsabili erano le forze di sicurezza, i funzionari militari e di polizia, che rappresentano un quarto degli abusi segnalati. Molte persone hanno riferito di essere state costrette a prostituirsi o altre forme di sfruttamento sessuale da parte dei trafficanti. Tra gennaio 2017 e dicembre 2019, l’agenzia ONU ha registrato oltre 630 casi di tratta di rifugiati nel Sudan orientale, con circa 200 donne e ragazze che sono sopravvissute alla violenza sessuale e di genere. Una volta all’interno della Libia, rifugiati e migranti sono a rischio di subire ulteriori abusi, poiché il conflitto in corso e lo stato di diritto debole fanno sì che i trafficanti e le milizie sono spesso in grado di agire impunemente. Molti di coloro che tentano la traversata in mare verso l’Europa vengono intercettati dalla Guardia costiera libica e ritornano sulle coste libiche. Più di 6,200 rifugiati e migranti sono stati finora sbarcati in Libia nel 2020, il che suggerisce che il dato finale di persone riportate in Libia quest’anno potrebbe arrivare a 9,035.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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