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Tito Boeri: “Riprendiamoci lo Stato”. Più di un libro, un manifesto per una Italia ad un’altra velocità

La saggistica è un genere per lo più ostico e che spesso allontana gran parte, dei pochi lettori italiani. Questo è un vero peccato quando si pensa a un libro come Riprendiamoci lo Stato, edito da La Feltrinelli e scritto dall’ex presidente di Inps Tito Boeri e dal noto giornalista Sergio Rizzo. Questo lavoro che denuncia come il tempo stia scadere per una Italia soffocata da una pubblica amministrazione “piena di falle, disfunzioni e incompetenze“, è più di un saggio potendo perfettamente essere annoverato tra i manifesti più dettagliati per una credibile agenda politica che riporti il Paese all’onore del mondo. L’Italia ha bisogno di un’altra velocità e Tito Boeri, dopo i quattro anni di esperienza maturati in Inps, è alquanto credibile nel descrivere le pecche della poliburocrazia che uccide gli interessi dei cittadini sull’altare dell’autoreferenzialità. Abbiamo avuto il piacere come StrumentiPolitici.it di intervistarlo per affrontare i temi trattati nel libro.

Foto – La biografia dell’intervistato Tito Boeri

– Come è nata l’idea del suo libro?

– Anzitutto dall’esperienza che ho acquisito dirigendo l’INPS: sentivo il bisogno di ‘trasmetterla’, poichè contiene aspetti di interesse generale. A spingermi è stata anche la consapevolezza del fatto che i problemi della nostra Pubblica Amministrazione sono cruciali per l’Italia, ne spiegano la performance economica così deludente e i problemi che incontriamo oggi nell’affrontare le emergenze.

– Quanto ha inciso la ‘poli-burocrazia’ nell’impedirLe di risolvere i problemi endemici dell’INPS?

– Nei miei quattro anni da Presidente dell’INPS penso di essere comunque riuscito a realizzare diverse cose, rimuovendo molti ostacoli che bloccano il buon funzionamento dell’apparato. C’erano moltre altre cose che andavano fatte, ma in un quadrienno è impossibile. Peraltro, prima di lasciare l’incarico, per facilitare il passaggio di consegne a chi mi avrebbe sostituito, scrissi un documento destinato al Presidente del Consiglio (autorità che mi aveva nominato) in cui spiegai tutto ciò che avevo fatto e tutto quello che ancora andava realizzato. Ho trasmesso questo documento anche al mio successore. Detto ciò, in molte occasioni la poli-burocrazia si è piazzata sulla strada che percorrevo verso le riforme e il cambiamento. La prima volta fu per riorganizzare l’organigramma irrazionale che avevo ereditato in INPS, che contava 48 direzioni centrali che rappresentavano la mera sommatoria delle direzioni pre-esistenti all’Inps e all’Inpdap prima della fusione: chi c’era prima di me, le aveva create per accontentare tutti. Costituivano spesso direzioni anacronistiche e senza ragion d’essere, con un pletora di direttori centrali tutti ospitati a Roma. Non si trattava solo di uno spreco di denaro, ma soprattutto qualcosa che poteva bloccare qualsiasi scelta o decisione; le sovrapposizioni di competenze, infatti, costringevano a dover mettere d’accordo molte voci al fine di prendere le decisioni anche più semplici. Ho quindi lottato per ridurre questo numero assurdamente elevato, portarlo da 48 a 36, e poi spostare i dirigenti dalla sede centrale di Roma verso i singoli territori regionali e provinciali. Dietro molte scelte sugli incarichi c’era poi un gioco di lottizzazioni molto forte, in cui erano coinvolti la politica e i sindacati. Ho passato un anno e mezzo a combattere senza sosta per cambiare questa situazione. I politici venivano da me per raccomandarmi questo o quel dirigente, ma io ho usato questa stessa leva contro di loro, evitando appositamente di favorire i personaggi che mi venivano suggeriti con veri e propri “pizzini”. Ho vissuto scontri anche su altri aspetti come le pensioni dei sindacalisti. Per risolvere il problema preparammo una circolare che chiariva che la contribuzione aggiuntiva che i sindacati versano per coloro che hanno fatto carriera al loro interno, andasse valorizzata con le regole del sistema contributivo. Noi questa circolare l’abbiamo inviata al Ministero (di cui ci occorreva il benestare), il quale però, dopo mesi di attesa, ce l’ha rimandata indietro con delle osservazioni; noi abbiamo prontamente risposto soddisfacendo le richieste del Ministero, che però ha infine soffocato la questione, probabilmente sotto le pressioni della poli-burocrazia. Purtroppo non sono riuscito a portare a termine l’operazione. Comunque ho potuto vedere da vicino come opera la poli-burocrazia: il Ministro di turno non ha le competenze e non se la sente nemmeno di avere un rapporto diretto con la tecno-struttura, così si rivolge a figure intermedie che lo assecondano nei suoi desideri politici e che gestiscono infine i rapporti con la tecno-struttura, ma si tratta di soggetti che non hanno le conoscenze tecniche appropriate né sono dei politici che rispondono ai cittadini. Questi capi di gabinetto o direttori degli uffici legislativi per essere confermati assecondano il Ministro di turno sottacendogli i problemi che possono insorgere nell’attuazione delle diverse norme. Sarebbe utile che i politici si sedessero attorno a un tavolo discutendo direttamente con la tecno-struttura chiamata ad attuare le norme che vogliono varare, per capire quali saranno le difficoltà contro cui si andranno a scontrare le nuove norme.

– Lei ne parla nel libro, citando in particolare i Dpcm che di riferiscono al credito durante la quarantena.

– Questo è il problema fondamentale del nostro Paese: abbiamo un numero altissimo di leggi e facciamo riforme che sulla carta sono giuste e che ci aiuterebbero a far ripartire la nostra economia, ma… poi queste leggi restano inattuate, perché sono scritte male, perché generano equivoci o perché il Legislatore invade altri campi che possono essere serenamente gestiti con regolamenti attuativi, i quali sono uno strumento “snello” (infatti, mentre il regolamento attuativo può essere modificato rapidamente, la legge per essere modificata deve tornare in Parlamento e tempi quindi si dilatano enormemente).

– La stratificazione delle lottizzazioni è un peso soltanto a livello dirigenziale oppure affatica tutto il corpo amministrativo dei funzionari?

– Il problema è certamente più serio a livello dei dirigenti di prima fascia che non per quelli di seconda. Nelle Amministrazioni pubbliche ci sono spesso delle seconde linee di grande valore, che meritano di essere promosse e valorizzate. Purtroppo ci sono mille stratagemmi per sfuggire al meccanismo concorsuale, oppure in caso di concorso vi sono dei trucchi per renderlo più malleabile verso gli obiettivi della lottizzazione. Sono stato testimone di richieste del sindacato interno all’INPS, di fronte anche a concorsi per promozioni interne, in cui ci chiedevano di rivelargli in anticipo le prove d’esame. E questo è solo uno dei modi con cui i concorsi possono essere falsati. Un’altra battaglia epica fu quella contro la riserva dei posti, che era fortemente caldeggiata dal sindacato interno, ma io mi sono fortemente opposto a questa scelta perché il nostro orientamento è sempre stato quello della meritocrazia e della valutazione oggettiva e trasparente di coloro che partecipano ai concorsi. 

– Oltre a limiti imposti dalle appartenenze politiche, può trattarsi anche di un problema di anni? L’età molto alta o il grado di anzianità elevato rappresentano un disvalore per la Pubblica Amministrazione?

– Non è un disvalore di per sé, ma il problema deriva dal blocco del turnover durato troppi anni. Avere dei funzionari di una certa età può essere un grosso vantaggio, grazie alle competenze che essi hanno acquisito durante la carriera. Ma i giovani sono indispensabili per garantire il futuro. 

– Al governo c’è una forza politica che si dipingeva come alfiere del cambiamento. A un certo punto, nel Suo libro, parafrasando un loro slogan dice: “uno vale uno” nel senso che per valere devi essere uno di loro. E allora, il governo Conte potrebbe ancora raddrizzare la barca della P.A. oppure anch’esso si è adeguato ai metodi della lottizzazione?

– Sin qui mi sembra che abbiano seguito la logica della continuità rispetto a quanto è sempre stato fatto dai governi precedenti. Anzi, questo governo ha fatto pure di peggio. No, non c’è stato alcun cambiamento di rotta. Comunque ci sono ancora molte nomine da fare, ci sono i concorsi da effettuare, c’è ancora quella grande opportunità rappresentata dal Recovery Fund per rinnovare la P.A. Nei due anni che mancano alla fine della legislatura, il governo Conte ha ancora margini per lanciare dei segnali concreti di discontinuità rispetto al passato.

– Nel capitolo “La grande abbuffata di soldi e mattoni”, la politica interna alla Pubblica Amministrazione appare contraddittoria: prima fa delle scelte e poi le disattende andando nella direzione opposta e creando persino dei danni erariali.

– Parliamo di una stagione di operazioni in gran parte fallimentari, dettate proprio dalla miopia nel chiudere un esercizio di bilancio senza sforare il vincolo del 3%. E’ l’eredità dell’operazione Fip. In certe trasmissioni televisive ho sentito criticare l’INPS per la gestione del suo patrimonio immobiliare: ma gran parte dei problemi derivano da quella sciagurata operazione costata tantissimo ai contribuenti italiani. E oggi rende difficile l’INPS dismettere i propri immobili, cosa che ho sempre ritenuto necessaria perché questo ente non ha in sé le caratteristiche di un affittuario. Se lo Stato vuole occuparsi del settore immobiliare, allora è bene che crei un’agenzia ad hoc che gestisca tutto il patrimonio immobiliare nazionale e che lo metta a frutto grazie a dirigenti specializzati. La questione di fondo consiste nella miopia delle scelte di breve periodo, che portano risultati catastrofici e che ricadono sulle singole amministrazioni. 

– Lei affronta anche il tema del potere dei professionisti: quanto pesano in termini di efficenza dello Stato?

– Contano molto, perchè i professionisti possono diventare una sorta di organizzazione parallela che non fa gioco di squadra, ma che cerca di trarre i massimi vantaggi per il proprio settore. I casi dei medici e degli avvocati che riporto nel libro sono eloquenti. Non comprendo il motivo per cui le diverse professioni debbano avere uno statuto autonomo all’interno della P.A. Certamente bisogna rispettare il loro ruolo e la loro deontologia, ma proprio non capisco perchè l’organizzazione del lavoro, le ferie o la rotazione debbano essere decise autonomamente. Anche qui ho condotto una battaglia mentre ero presidente dell’INPS, ma ho ottenuto solo risultati parziali. La P.A. necessita di tante competenze diverse, anche quelle scientifiche o quelle di manager o economisti, senza che queste categorie debbano poi essere cristallizzate in sorta di corporazioni distinte. Occorrono figure apicali riservate a competenze rispondendo al vertice delle diverse amministrazioni.

– Il Suo libro si chiude con delle idee per riprenderci lo Stato. Quali sono quelle che Le stanno più a cuore?

– Tutte le proposte per migliorare mi stanno a cuore, ma in questo momento credo sia importante ridurre le ‘stazioni appaltanti’, che temo diventeranno un serissimo problema nel momento in cui verranno messi a disposizione i soldi del Recovery Fund. Il caso dei vaccini lo dimostra appieno: fare troppo gare senza avere le competenze per seguirle è qualcosa che fa spendere di più, peggio e troppo tardi. Un’altra idea attualissima è la cassa integrazione per i pubblici dipendenti. Nell’opinione comune si è creata, specialmente durante la quarantena, una visione del dipendente pubblico come persona che non fa nulla ma che prende comunque i soldi derivanti dalle tasse dei cittadini. La cassa integrazione correggerebbe questa visione, perché essa comporta una riduzione della retribuzione pari a quella sofferta dai dipendenti privati quando costretti a ridurre le ore lavorate.

– Da quando è uscito il Suo saggio, ha avuto dei riscontri da parte del governo o di altri esponenti politici interessati alle soluzioni che Lei propone?

– No, non ho ricevuto reazioni dirette dai membri del governo. Ho provato a parlarne con il Ministro della Funzione Pubblica Dadone per proporgli le mie idee e confrontarci, ma finora non ha ritenuto di impegnarsi a discuterne. Spero di avere con lei prima o poi un’occasione di confronto. D’altronde, anche quando presentai il documento cui accennavamo prima e in cui avevo raccolto ciò che avevo fatto nei 4 anni precedenti all’INPS, nemmeno il Ministro del Lavoro, che all’epoca era Di Maio, mi ricevette. Ovviamente gli feci comunque recapitare il documento.

– Lei è favorevole al MES?

– Visti i ritardi con cui potremo utilizzare i fondi del Recovery Fund e l’aggravarsi della pandemia, penso che sia utile accedere ai fondi del MES per interventi in campo sanitario. Ciò detto, il problema delle amministrazioni pubbliche non è tanto la mancanza di risorse, quanto l’incapacità di spenderle bene. Per questo è fondamentale ridurre il numero di stazioni appaltanti. 

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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