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Stop al Recovery Fund. Polonia e Ungheria pongono il veto e mettono a rischio l’UE

Tutti hanno ancora negli occhi il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte entusiasta dopo l’estenuante trattativa, durata quattro giorni e quattro notti, che pareva aver portato il 20 luglio scorso all’approvazione del Recovery Fund. Un fondo per la ripresa del valore di 750 miliardi di euro, oltre 200 destinati proprio all’Italia, che per la prima volta vedeva gli stati membri indebitarsi insieme per affrontare una crisi economica senza precedenti. Erano piovuti commenti trionfalistici. Per Emmanuel MacronÈ un giorno storico per l’Europa” e per Angela MerkelL’Europa ha dimostrato di essere in grado di aprire nuovi orizzonti in una situazione così speciale“. E Conte aveva rimarcato “Siamo soddisfatti: abbiamo approvato un piano di rilancio ambizioso e adeguato alla crisi che stiamo vivendo. il Governo italiano è forte: la verità è che l’approvazione di questo piano rafforza l’azione del Governo italiano”.

Sono trascorsi soli pochi mesi ed ecco che l’Europa, che per una volta era apparsa solidare e coesa, è tornata ad essere il solito teatrino di ricatti e scontri. Nonostante sia sotto gli occhi di tutti lo choc economico e sanitario, causato dalla pandemia da coronavirus, ecco che alla prima occasione utile i rappresentanti permanenti di Polonia e Ungheria in Ue hanno bocciato il meccanismo di condizionalità sullo stato di diritto, che lega la concessione dei fondi europei al rispetto dei diritti fondamentali nel proprio Paese, esprimendo il proprio diritto di veto. Alla faccia della prima intesa raggiunta la scorsa settimana tra Parlamento e Consiglio europeo, l’approvazione del piano per la ripresa economica del Vecchio Continente ora è tutto in salita, fatto saltare in aria ancora prima di prendere corpo. Da una parte i diritti e dall’altro le risorse Ue.

Se qualcuno pensava che Varsavia e Budapest stessero bluffando quando esprimevano i propri dubbi circa il Recovery, ora si dovranno ricredere. E se la data di erogazione dei fondi continuava a slittare ora la questione vera è se gli stati più colpiti dalla crisi conseguente all’ondata covid-19 potranno contarci su tali risorse.

L’ordine del giorno del Coreper – organismo composto dai rappresentanti permanenti degli Stati membri presso l’Unione – era composto da tre punti: un accordo di principio sul Quadro finanziario pluriennale dell’Ue 2021-27 da 1.800 miliardi di euro, il voto per confermare l’accordo raggiunto da Parlamento e Consiglio Ue sul meccanismo di condizionalità e infine l’avvio della procedura scritta sul sistema di decisione sulle risorse proprie. Ungheria e Polonia hanno approvato solo il primo punto, mettendosi invece di traverso per bloccare sia il meccanismo di condizionalità, sia il sistema che permette all’Unione di emettere debito comune per finanziare il Recovery Fund.

Johannes Hahn, commissario europeo al Bilancio ha espresso immediatamente dopo la bocciatura la sua profonda delusione e ha lanciato un appello agli Stati membri “ad assumersi la responsabilità politica e compiere le misure necessarie per finalizzare l’intero pacchetto” di Bilancio e Recovery Plan. “Non si tratta di ideologie – ha attaccato Hahn -, ma di aiuto ai nostri cittadini nella peggior crisi dalla Seconda guerra mondiale“. Il ministro agli Affari europei italiano, Enzo Amendola, ha attaccato il potere di veto definendolo obsoleto per l’Ue e dannoso per chi lo esercita. “O l’Europa unita si comporta da superpotenza di diritti e valori – ha proseguito l’esponente giallorosso – o i singoli stati perderanno nella competizione globale“. Dal PD la senatrice Tatjana Rojc chiosa “L’Europa non è uno sportello dove si viene solo a ritirare fondi: se non si condividono i valori fondamentali questo è il momento di dichiararlo chiaramente e di finirla con le ambiguità. Il ricatto soldi contro diritti non è accettabile. I Governi che bloccano l’accordo devono essere consapevoli del danno che stanno facendo all’Unione e ai loro stessi cittadini. E’ la prova che i sovranismi sono incompatibili con i principi di legalità, democrazia e libertà fondamentali”.

Il portavoce del premier ungherese Zoltan Kovacs però ha rigettato al mittente gli attacchi: “Non è stata l’Ungheria a modificare la sua posizione. La nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio. L’onere della responsabilità ricade su coloro che hanno dato origine a questa situazione nonostante la posizione ben articolata dell’Ungheria“.

Come ricostruito da La Presse la partita resta ora aperta e il meccanismo europeo dello sblocco dei fondi per la ripresa potrebbe incepparsi proprio sul voto dei singoli Governi dell’Ue a 27. L’accordo deve infatti passare al vaglio dei singoli Stati membri. In Europa potrebbe ora essere convocato un Consiglio europeo straordinario per stringere una nuova intesa. E anche vero però che i due Stati, se restano da soli nella propria battaglia senza il sostegno dei Paesi Frugali, rischiano però di perdere cospicue risorse visto che entrambi i paesi sono “beneficiari netti” del bilancio Ue, e che il nuovo bilancio pluriennale prevede un aumento dei finanziamenti loro destinati dai vari programmi comunitari. Peraltro i rappresentanti permanenti dei Paesi Ue potrebbero comunque approvare il pacchetto a maggioranza qualificata e andare avanti, almeno per il momento, nonostante l’opposizione di Varsavia e Budapest. Insomma anche Polonia e Ungheria hanno più da perderci che da guadagnarci a portare avanti questa posizione.

La Francia ha chiarito con il sottosegretario agli Affari europei, Clement Beaune che “Il blocco da parte di Ungheria e Polonia del bilancio europeo non rimette in discussione la nostra determinazione sul rilancio e sullo stato di diritto. Una soluzione sarà trovata nelle prossime settimane, la Francia è pienamente impegnata. Abbiamo fatto la scelta di votare fin da oggi, perche’ ognuno si assuma le sue responsabilità. Tutti i paesi hanno interesse a un rilancio europeo rapido”.

Intanto in Italia il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento Europeo, Carlo Fidanza, e il Co-Presidente del gruppo ECR, Raffaele Fitto replicano a chi attacca i partiti sovranisti: “Il veto di Polonia e Ungheria al bilancio pluriennale europeo e alle nuove risorse proprie è l’unica arma a loro disposizione per difendersi da un vergognoso attacco politico-ideologico. Un attacco che arriva dalla maggioranza di centrosinistra del Parlamento Europeo, spalleggiata da alcuni governi di vario colore per loro ragioni di politica domestica, e che rinnega l’accordo negoziato al Consiglio europeo di luglio andando contro i trattati che già oggi prevedono meccanismi efficaci per sanzionare eventuali violazioni dello stato di diritto. Additare i due governi critici, e con essi i partiti sovranisti italiani, come responsabili dei ritardi del Recovery Fund è un’operazione falsa e patetica, anche perchè i governi di Orban e Morawiecki hanno chiarito a piu’ riprese di essere a favore del Recovery ma di voler respingere ogni tentativo di condizionare il bilancio Ue a valutazioni politico-ideologiche sulle scelte di due governi sovrani. Gli unici responsabili di questi ritardi sono da ricercare tra i governi di centrosinistra dei Paesi frugali e nella maggioranza di centrosinistra del Parlamento Europeo, con annessa ruota di scorta grillina“.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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