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Siria, ad Afrin continuano le incarcerazioni arbitrarie, le torture, gli stupri e i rapimenti di donne nel silenzio di Ankara

Stremati e psicologicamente provati da dieci lunghissimi anni di guerra, i siriani continuano a essere uccisi, minacciati e subire gravi violazioni dei diritti, nonostante la relativa riduzione delle ostilità dopo l’accordo del cessate il fuoco, raggiunto il 5 marzo fra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan. La denuncia arriva da diverse associazioni siriane in difesa dei diritti umani e da un rapporto di venticinque pagine tracciato lo scorso settembre dalla Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite in Siria.

Le numerose testimonianze raccolte dall’Organizzazione per i diritti umani di Afrin – l’enclave curda nel nord-ovest della Siria controllata da marzo 2018 da Ankara e dai gruppi armati al suo fianco nell’offensiva denominata “Ramoscello d’ulivo” –  documentano che in due anni sarebbero state uccise 69 donne, mentre oltre mille rapite e arrestate in modo arbitrario. «Una parte di loro è stata rilasciata dopo processi farsa – spiegano – o dietro pagamento di riscatto pari, in alcuni casi, anche a 10 mila dollari, una cifra inimmaginabile per le persone che vivono qui. Mentre resta sconosciuto il destino di altre 36 donne». Scomparse, inghiottite nel nulla, come tanti siriani di cui non si conosce la sorte.

Lo stesso portavoce dell’associazione, Ibrahim Sheikho, nel corso di un’intervista rilasciata qualche giorno fa ad una delle maggiori tv arabe locali ha evidenziato «ogni fazione dei gruppi armati affiliati alla Turchia ha diversi centri di detenzione, dove vengono rinchiuse le donne rapite, oltre a possedere diversi luoghi di prigionia a Maratah, al-Ra’i e Marea». La regione sta assistendo a diffuse violazioni e abusi perpetrati ai danni dei soggetti più fragili, le donne, e praticati dalla maggior parte dei gruppi presenti nell’area, transitati nel contenitore militare sponsorizzato dalla Turchia in Siria: l’Esercito nazionale siriano (Sna). Entità che, secondo la ong, sarebbero affiliate al governo ad interim siriano e alla Coalizione nazionale siriana (Cns), il gruppo fondato a Doha nel novembre 2012 sotto il cui ombrello si riuniscono le forze di opposizione al governo di Bashar al-Assad, formazioni militari comprese.

Il rapporto della Commissione dell’Onu va oltre, documentando come ad Afrin e nelle aree vicine «l’Sna possa aver commesso crimini di guerra, quali presa di ostaggi, trattamento crudele, tortura e stupro. Nella stessa regione decine di civili sono stati uccisi e mutilati da grandi ordigni esplosivi improvvisati, nonché durante i bombardamenti e gli attacchi missilistici. Uomini, donne e bambini – prosegue il documento – sono morti pure mentre facevano la spesa in mercati affollati. Il saccheggio e l’appropriazione di terreni privati ​​da parte dell’Sna erano diffusi, in particolare nelle aree curde. Non solo gli individui sono stati attaccati, ma anche intere comunità e culture. Le immagini satellitari mostrano come inestimabili siti patrimonio dell’Unesco siano stati distrutti e saccheggiati».

Jan Hasan, uno sfollato di Afrin per il quale useremo un nome di fantasia per ragioni di sicurezza, ci mostra le chiavi della sua casa in campagna, bombardata durante gli attacchi del 2018 e le foto del suo piccolo appezzamento di terra coltivato ad ulivo, e finiti in mano ai miliziani dell’Sna. «Come vi sentireste voi se un giorno qualcuno venisse a bombardarvi e a prendersi casa vostra con tutto quello che c’è dentro?», ci dice con tono misto di rabbia, rassegnazione e dolore per aver perso tutto. Diverse le voci e le testimonianze delle violenze da quella parte di mondo ormai dimenticata da tutti, perché l’abominio della guerra è diventato la normalità, finendo per associarsi al nome stesso della nazione che lo subisce. Guerra, uguale Siria. Un altro rapporto redatto dalla ong Syrians for truth and justice (Stj), rivela: «Il 5 agosto, una pattuglia al-Jabha al-Shamia del fronte del Levante ha prelevato il giovane Muhammad Hasko dalla sua piccola fabbrica tessile sulla strada Rajo-Afrin. Il suo destino rimane ancora sconosciuto. Il 18 agosto, reclute della stessa fazione hanno arrestato un altro giovane Fouad Kardanji, residente nel quartiere di al-Ashrafiya e anche di lui non si hanno più notizie. È importante ricordare che Kardanji era stato già incarcerato per oltre undici mesi e rilasciato dietro pagamento di una multa». L’angosciante catalogo non si ferma qui.

Almeno una dozzina di donne sarebbero ancora detenute dalla divisione al-Hamaza e dall’intelligence turca dopo essere state arrestate un anno fa, mentre nessuna di loro sarebbe stata condotta davanti a un tribunale. «Le donne continuano a subire una detenzione arbitraria in Siria- si legge nel rapporto di Stj- in attesa di essere trasferite in Turchia. Indagando sugli arresti effettuati fra luglio e agosto 2020, si è riusciti a far luce sugli incidenti verificatisi in sei distretti di Afrin e condotti principalmente dalla polizia Militare». Altri arresti sarebbero stati eseguiti dalla polizia civile e da diversi gruppi armati: Liwa Samarkand-Divisione Samarcanda, Jaysh al-Islam, dalla Divisione Sultan Murad, al-Nukhba della brigata Elite, Liwa Muhammad al-Fateh / Brigata Muhammad al-Fateh, al-Jabha al-Shamia Fronte del Levante, Faylaq al-Sham e Falchi del Nord.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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