I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

Russia e Turchia: Putin ha perso la pazienza?

Se Vladimir Putin non avesse dato “semaforo verde” a Recep Tayyip Erdoğan in Siria, quest’ultimo non avrebbe potuto ottenere nessuno dei suoi obiettivi: è quanto sostiene Khosni Makhali su Al Maydeen, dal Libano. Tuttavia, negli ultimi tempi il leader turco sta agendo in maniera eccessivamente avventata, mettendo alla prova la pazienza di Mosca. Il presidente della Russia ha mandato al suo collega turco un ultimo avviso. Basterà ciò a fermare la Turchia? A chiederselo il politologo Khosni Makhali.

Gli Stati Uniti stanno continuando a condurre una campagna di propaganda contro la Russia, sfruttando la situazione in Bielorussia e in Kirghizistan e pure la guerra nel Nagorno Karabakh, con ripercussioni negative sulla sicurezza interna e sull’economia nazionale del Paese. Nelle circostanze che si vanno delineando, il presidente russo Vladimir Putin deve necessariamente essere più severo e determinato nei confronti “dell’amico e alleato” Erdoğan. Lo scorso martedì i due leader hanno avuto una conversazione telefonica nel corso della quale Putin ha espresso preoccupazione verso le informazioni che giungono sulla partecipazione di miliziani dal Medio Oriente nel conflitto del Nagorno Karabakh. Con “Medio Oriente” il leader russo intendeva non solo la Siria. Recentemente sono corse voci sul trasferimento di combattenti siriani e non siriani dalla Libia ad altre regioni dell’Azerbaigian. Anche Teheran ha espresso la sua inquietudine per la presenza di rappresentanti di formazioni terroristiche nell’area del Nagorno Karabakh, dopo che alcuni politici turchi di alto livello avevano iniziato a incitare gli azeri residenti in Iran ad azioni militari, richiamandoli alle loro origini turche. Le parole di Putin sui fatti della Siria acquistano ulteriore valore se consideriamo il momento in cui sono state dette. Il presidente russo si è espresso dopo che era uscita l’informazione secondo la quale Erdoğan aveva fatto pressione su Fayez al-Sarraj e sui gruppi armati che lo sostengono, al fine di annullare le iniziative tedesco-americane per la fissazione definitiva del regime di cessate-il-fuoco, cosa che andrebbe a significare l’uscita dalla Libia delle forze turche, dei consiglieri e dei mercenari siriani leali ad Ankara.

È stato anche riferito che Ankara sta premendo sul presidente azero Ilham Aliyev per far sì che non accetti la conciliazione del conflitto in Nagorno Karabakh con la mediazione di Russia, USA o Iran, ma senza la partecipazione della Turchia, allo stesso modo in cui quest’ultima prende parte in Siria e in Libia. Secondo i mass media russi, Putin ha perso la pazienza dopo essersi definitivamente convinto che Erdoğan non sta mantenendo nessuna delle sue promesse. Ricordiamo che in precedenza Russia e Turchia erano giunte a un accordo il 17 settembre 2018 a Sochi e il 5 marzo 2020 a Mosca. Nello scorso periodo, Erdoğan era riuscito con successo a contenere la pressione russa, a rafforzare la presenza militare turca a Idlib, a non permettere all’esercito siriano di avvicinarsi alle posizioni turche e ad aumentare l’aiuto militare a tutte le formazioni armate della regione. Ha anche usato la presenza militare turca, supportata da decine di migliaia di mercenari siriani e stranieri, a Idlib e sulla riva occidentale dell’Eufrate, per convincere Putin a lasciarlo arrivare fino alla riva orientale del fiume. Erdoğan ha detto diverse volte che i turchi andranno via dalla Siria soltanto dopo un accordo di pacificazione definitiva della crisi e a condizione che il popolo siriano glielo chieda.

Mercoledì 28 ottobre, il presidente turco ha parlato davanti all’ala parlamentare del partito di governo, il “Partito della Giustizia e dello Sviluppo”. Ha condannato i raid aerei dei russi sul campo di addestramento di Fayalq al-Sham, dicendo che “l’attacco della Russia sul centro di addestramento delle forze dell’Esercito nazionale siriano nella zona di Idlib mostra l’assenza del desiderio di una pace solida e della tranquillità nella regione”. Nei prossimi giorni si vedranno gli eventuali cambiamenti nelle relazioni russo-turche, che sembra abbiano modificato la loro traiettoria dopo i colpi russi dal cielo sul centro di addestramento di Faylaq al-Sham. La Turchia ha mobilitato forze ulteriori da usare nella regione, mentre la Russia cerca di costringere Erdoğan a evacuare il prima possibile tre punti di osservazione turchi nell’area di Idlib, assediati dall’esercito siriano. Erdoğan ha iniziato a contrastare la pressione russa dopo aver ricevuto forti critiche da parte delle formazioni armate, le quali lo hanno accusato di “tradimento e negazione della causa” dopo la liquidazione di un punto di osservazione situato vicino alla città siriana di Morek. Ricordiamo che ciò aveva portato a uno scontro fra le fazioni filoturche. Il leader turco non si rassegna a questo stato di cose, perché alcuni potrebbero considerarlo l’inizio della sua sconfitta in Siria. Inoltre, non vanno dimenticate le sollecitazioni esercitate dai russi, che vogliono pacificare la situazione a Idlib e garantire un futuro alle relazioni russo-turche, le quali avevano visto cominciare una nuova fase il 27 giugno 2016: Erdoğan si era allora scusato con Putin per l’abbattimento del caccia Sukjoi Su-24. L’incidente era occorso il 24 novembre 2015, ovvero due mesi dopo l’arrivo delle forze russe in Siria.

Sussiste la possibilità di un nuovo confronto militare tra le due parti in Siria, essendo divenuto chiaro come Putin non gradisca più la politica di Erdoğan nel Caucaso. L’instabilità di questa regione rappresenta una grave minaccia per la Russia, perché essa confina con parecchie repubbliche musulmane, compreso l’Azerbaigian. In un recente colloquio telefonico, Putin ha detto: “La Turchia sta trasferendo miliziani dal Medio Oriente, tra cui possono esservi ceceni e uiguri che ora combattono in Siria”. Putin potrebbe aprire un confronto militare nel caso in cui Erdoğan continui a tenere l’attuale posizione, respingendo le richieste russe in Libia e Siria, e soprattutto nel Caucaso. Si avvicinano poi le elezioni americane con tutte le sorprese annesse, che attendono anche il presidente della Turchia, il quale dovrà elaborare una nuova strategia regionale e internazionale per resistere alla pressione russa ed europea, e in particolare alla tensione nei rapporti col presidente della Francia Emmanuel Macron, appoggiato da molti altri Stati europei compresa la Germania. I tedeschi non nascondono la loro irritazione per quanto riguarda il tentativo di Erdoğan di bloccare la loro iniziativa congiunta agli americani in Libia. In questo modo, Erdoğan potrebbe tornare tra le braccia degli USA, per affrontare tutti gli attacchi ai quali oggi appare indifferente, perché ritiene di avere in mano più carte vincenti della Russia che rappresenta un nemico storico dell’Impero ottomano e della Repubblica di Turchia. Dopo il colloquio con il leader russo, Erdoğan ha dichiarato che la Turchia continuerà ad agire in conformità alla sua propria visione e alla sua agenda, indipendentemente da quello che gli altri dicono o fanno. Si spiegherebbe allora in questa modo l’attacco a livello di mezzi informazione contro la Russia e l’Iran, accusati dai turchi di sostegno all’Armenia. Di tanto in tanto, Erdoğan dice che questi due Paesi intervengono contro l’Azerbaigian e la Turchia, cercando così di suscitare tra i popoli turchi un moto dello spirito ottomano, turco e religioso.

Erdoğan sta facendo dei tentativi di mobilitare la popolazione di fede musulmana, tenendo una posizione rigida verso Macron, il quale guarda in modo ostile all’Islam e al profeta Maometto. Un sostegno del genere, il leader turco lo aveva nei primi anni della “primavera araba”, quando si proclamava difensore dei musulmani dall’Iran “sciita” e dalla Russia “blasfema”. All’epoca l’Occidente cristiano lo appoggiava, ora invece è suo nemico giurato. L’Europa non nasconde la sua preoccupazione verso Erdoğan, e guarda alle sue dichiarazioni come a un incitamento all’esecuzione di atti illegali, non solo nel Vecchio Continente, ma anche in altri Paesi compresa la Russia, dove vivono circa 25 milioni di musulmani di provenienza linguistica e culturale turca: questi ultimi, in un modo o nell’altro, sono sotto la costante attenzione di Ankara. Qui è opportuno ricordare che Erdoğan supporta la minoranza musulmana in Crimea, tornata sotto il controllo russo; non solo si è espresso parecchie volte contro il riconoscimento della Crimea russa, ma ha anche sviluppato relazioni militari e strategiche con l’Ucraina. Senza dubbio questo ruolo mette in agitazione Mosca, la quale è pronta a una nuova fase nelle relazioni russo-turche, nel caso in cui i turchi continuino a mantenere una posizione che minaccia i rapporti tra Putin e il presidente della Siria Bashar Assad. A proposito, anche il leader siriano ha perso la pazienza verso la Turchia, che “era e resta la causa di tutti i problemi della Siria”.

Gli esperti vicini al Cremlino sperano che Putin stia aspettando l’occasione propizia per fare “qualcosa di concreto” in risposta alle azioni dei turchi in Siria, diventata l’arena di approccio tra Turchia e Russia a partire dal 2016. Erdoğan l’ha sfruttata come punto di partenza per tutti i suoi progetti politici, storici, strategici e ideologici. Se Putin non gli avesse dato “semaforo verde”, allora non sarebbe arrivato a nessuno degli obiettivi da lui fissati. Gli esperti sono pronti a scommettere che Putin potrebbe accendere il “semaforo rosso” per Erdoğan in qualunque momento. L’ultimo avvertimento è stato quando gli aerei russi hanno bombardato il campo di addestramento di Faylaq al-Sham, nel quale sono morti 80 miliziani. Raid simili si ripeteranno ancora molte volte prima che la pazienza di Putin finisca definitivamente. Il leader russo è convinto che Erdoğan si trovi in una posizione difficile, ecco perché quest’ultimo sta intraprendendo tentativi di disturbare una soluzione finale alla crisi siriana. Erdoğan ha creduto finora di essere il più forte di tutti, altrimenti non sarebbe stato in grado di governare la Turchia per 18 anni. Va da sé che ha dei nemici anche all’estero, ma se ne è sbarazzato in casa dopo essere riuscire a modificare il sistema politico. Dopo il tentativo fallito di golpe nel luglio del 2016, Erdoğan ha preso il controllo di tutte le istituzioni e dell’apparato statale ed è diventato il capo assoluto del Paese. E i mass media turchi dicono che tutto il mondo lo teme! 

Condividi questo post

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password