I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

Rita Cucchiara racconta l’Intelligenza Artificiale con un occhio all’Italia e uno al mondo della ricerca nel resto del mondo

Il mondo della saggistica è un mondo affascinante perché riesce a rendere nudi anche i migliori studiosi: non è sufficiente essere i più promettenti o affermati esperti nel proprio campo ma è necessario anche riuscire a tramutarsi in validi divulgatori. Sono in pochi ad avere questa dote, quella di avvicinare il lettore a materie ostiche trasmettendo la passione di una vita dedicata al loro studio. Sicuramente Rita Cucchiara, direttrice del Laboratorio Nazionale di Artificial Intelligence and Intelligent Systems del Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica e coordinatrice del gruppo di lavoro sull’Intelligenza Artificiale del Ministero della Ricerca e dell’Università, è in possesso di questa rara capacità. Nel suo primo saggio “L’intelligenza non è Artificiale” edito da Mondadori e uscito da poco in tutte le librerie italiane, non tratteggia tanto la storia dell’AI, bensì i sentimenti, le speranze, le aspettative di chi come la professoressa Cucchiara, vive sul campo in Italia l’evoluzione di una tecnologia che sta cambiando e cambierà profondamente il mondo e le modalità di vita dei suoi abitanti. Ogni pagina ci offre una finestra su un mondo che pare molto più grande di quello che percepiamo oggi: una realtà dove c’è chi studia come farci vivere meglio, rispondendo ai nostri interessi più basilari. L’AI che esce da questo saggio è qualche cosa di rivoluzionario che ancora non percepiamo in tutta la sua portata storica. Stravolgerà le nostre vite e oggi siamo solo all’inizio. Parliamone direttamente con Rita Cucchiara.

Infografica – La biografia dell’intervista Rita Cucchiara

– Come nasce questo libro?

Mi è stato chiesto dalla casa editrice a seguito dei miei numerosi interventi di carattere divulgativo, da cui è sorta l’esigenza di raccontare tutto all’interno di un libro. Negli ultimi anni ho interagito con settori diversi, dal mondo degli industriali a quello dei medici o degli assicuratori o le scuole: ho cercato di immaginare una maniera di esporre le idee raccolte in mondi con competenze differenti.

– Il codice QR che si trova in fondo è come un “libro nel libro”, che avvicina il lettore a chi scrive.

– Quando ho iniziato a scrivere, mi sono resa conto di avere bisogno di aggiungere immagini per esplicare meglio ciò che stavo raccontando. Credo le immagini, anche se raffigurano quadri o scene di film ben noti, siano sempre un grande ausilio alla immaginazione e alla comprensione… È il modo di lavorare a me più consono, anche nella mia attività lavorativa quotidiana.

– Nel suo lavoro lei narra la storia dell’intelligenza artificiale (AI – Artificial Intelligence): il valore aggiunto è che lei ha vissuto di persona questa evoluzione durata più quasi due decenni.

– Sì, ho iniziato a lavorare sull’AI già nel 1989 e guardandomi indietro ho constatato quante conquiste e quale rivoluzione scientifica si è concretizzata in così pochi anni; tuttavia, non ho voluto semplicemente fare un resoconto onnicomprensivo da enciclopedia, perché si tratta pur sempre della mia versione parziale e personale di questa storia.

– Quanto è cambiata l’AI da quando ha iniziato a lavorarci trent’anni fa?

– È completamente cambiata. Quando iniziai a studiare l’espressione “intelligenza artificiale”, si trattava di un termine usato in gran parte solo per la rappresentazione della conoscenza in termini logici, identificando l’intelligenza umana come la nostra capacità di ragionare seguendo i sillogismi di Aristotele. L’AI fino a fine anni ’90 riguardava esclusivamente la logica e il soddisfacimento dei vincoli, che sono di certo temi di ricerca notevolissimi, ma che non rappresentano tutta l’intelligenza umana. Invece la parte di cui mi occupavo io, la Pattern Recognition, che riguardava l’aspetto percettivo e dell’azione non veniva considerata, perché gli strumenti erano imprecisi per definizione e non ancora adeguati a risolvere problemi concreti. Si usavano da un lato gli strumenti della matematica classica, come la geometria e la statistica, e dall’altro c’era moltissima euristica ed esperienza pratica di tipo ingegneristico. Al tempo stesso, però, una parte più avanzata dell’informatica si occupava di modelli statistici avanzati (tra cui le reti neurali), ma tra gli anni ’90 e i primi anni 2000 non disponeva degli strumenti di calcolo computazionalmente sufficienti né aveva la disponibilità di dati che sarebbe servita – e che poi Internet ci ha permesso di avere. La concomitanza di questi nuovi modelli computazionali, di macchine potenti come le GPU e dei dati a disposizione ha cambiato radicalmente l’AI; ora l’AI  spesso si identifica proprio con questi aspetti di apprendimento automatico, il  machine learning, e dell’apprendimento con reti neurali profonde, il deep learning, cioè la parte che funziona meglio e che piace o fa paura a seconda dei punti di vista, e che è in discussione in molte zone del mondo, tra cui la stessa Unione Europea, la Cina, gli Emirati Arabi e gli USA. Comunque, la situazione potrebbe cambiare già tra un paio di anni, tenuto conto della velocità con cui si sviluppa il pensiero informatico.

– Una parte del Suo libro è dedicata a come si sta sviluppando l’AI In Italia, in Europa e in altri Stati del mondo. Le differenze risiedono solo nei budget a disposizione del mondo della ricerca oppure c’è dell’altro?

– La diversità dei fondi rispetto all’Italia è certamente un presupposto forte, che ci impedisce di pensare in avanti almeno quanto possono fare gli altri Paesi. Quindi siamo costretti a cercare anche altre vie. C’è anche troppa pressione sull’ottenimento immediato di risultati: manca la visione per poter attendere fino a domani. Ma non è tutto qui. Abbiamo culture diverse, negli ultimi dieci anni sono stata diverse volte in Cina e in USA; mentre l’America è abbastanza simile all’Europa, sia per l’interesse verso la scienza sia per la vocazione all’individualismo nella ricerca. Negli Usa c’è la tendenza però di pensare in grande per definizione (non a caso è là che hanno inventato Street View e Google Earth); il mondo cinese o asiatico invece è incredibilmente pragmatico, ovvero quando fissano un obiettivo devono raggiungerlo ed esso viene prima della mera curiosità intellettuale e scientifica.

– Nel libro si parla dell’importanza fondamentale di ricercare e immagazzinare i dati, facendo anche riferimenti al COVID e all’ambito sanitario. Le normative sulla privacy quanto sono più invasive in Europa rispetto al resto del mondo?

– Pur difendendo strenuamente il GDPR, che rappresenta i nostri valori comuni, devo constatare che l’interpretazione che ne viene data in Italia e in Europa è purtroppo ancor più restrittiva di quanto non intendesse il Legislatore. Nel GDPR è indicato in modo chiaro il diritto alla ricerca; quindi se i dati devono essere impiegati nella ricerca, allora si possono usare, ma nella realtà è incredibilmente difficile se non impossibile acquisire dati che potrebbero inficiare la privacy, essendo costantemente presente la paura che essi possono venire sfruttati per secondi fini. Plaudo alla volontà dell’Europa di difendere la nostra privacy, le nostre diversità e la nostra democrazia, ma al contempo mi dispiace che questi concetti diventino una restrizione all’interpretazione del GDPR. Le opinioni pubbliche comunque cambiano, e adesso anche gli Stati Uniti hanno il “problema” del rispetto della privacy, anzi persino di più di noi. Esempio: IBM è stata probabilmente la prima grande azienda a investire e lavorare dopo l’11 settembre 2001 sui sistemi di videosorveglianza automatica. Negli anni hanno realizzato dei sistemi potenti e di grandi dimensioni, per esempio per la città di Chicago o in Cina, ma col passare degli anni è mutato l’atteggiamento della società verso questa tema: mi è stato riferito da chi lavora in IBM che oggi non conviene più dire apertamente che si occupano di videosorveglianza o di “face analysis”, ma devono in qualche modo giustificarsi dicendo che lavorano sullo sport o su altri settori.  Al di là di un problema di marketing o di opinione pubblica, non è un male che negli Usa si capisca l’importanza dei nostri valori e dell’etica, almeno quanto lo sentiamo in Europa.

– Il Libro bianco europeo sull’intelligenza artificiale avvicina Italia ed Europa ai concorrenti cinesi e americani?

– Ci rende peculiari, fa di noi un partner da rispettare e con cui collaborare. Lo “White Paper on AI” viene studiato in USA, in Israele, nel mondo arabo e in Asia. Quindi si tratta di un’ottima dichiarazione di intenti, che speriamo non si trasformi in un freno alla ricerca fatto solo di regole e non di opportunità. I presupposti comunque sono buoni: sono da poco usciti nuovi programmi e progetti di ricerca e di innovazione in positivo, non di mera regolamentazione. Devo aggiungere che nel gruppo inter-parlamentare sull’intelligenza artificiale ho visto deputati di ogni colore politico, interessati a saperne di più indipendentemente dall’appartenenza ideologica. Questo approccio personale, che prescinde dai partiti, è stato molto gratificante da sperimentare. L’ultima volta che sono stata a Roma prima della pandemia, il 20 febbraio 2020, è stata proprio per la presentazione del “Libro bianco sull’Intelligenza Artificiale”, organizzata da tale gruppo inter-parlamentare.

– Lei dedica un capitolo alle donne: quanto sono importanti all’interno dello sviluppo dell’intelligenza artificiale?

– È importante dar voce alla diversità; e il modo di vivere delle donne va conservato nella sua diversità rispetto a quello degli uomini, in particolare se vogliamo trasferire nell’intelligenza artificiale le capacità di ragionamento, di decisione e di visione del mondo in una maniera che rappresentati la pluralità del pensiero. Fin a poco tempo fa questa tema aveva un peso relativamente basso, se pensiamo, che so, a un algoritmo deterministico che dovesse contare il numero di goal fatti durante il campionato: in tal caso non faceva alcuna differenza se esso fosse stato scritto da un uomo o da una donna. Oggi invece acquisisce grande importanza il fatto che una rete neurale sia o meno in grado di percepire le peculiarità della persona con cui coopera, ad esempio se è un individuo di sesso maschile o femminile. Ho immensa ammirazione per le mie colleghe; le conosco forse quasi tutte, perché essendo sempre state in percentuale piccolissima rispetto ai colleghi uomini nella scienza o nell’industria, ci riconoscevamo nella folla e ci ritrovavamo, per esempio nei convegni. In generale credo sia necessario fare qualcosa di concreto in ambito informatico affinché le donne siano più presenti; è un problema non solo italiano, ma riguarda tutto il mondo. 

– Parliamo adesso dell’aspetto etico dell’intelligenza artificiale; nel Suo libro scrive che un motore di ricerca non soltanto ci aiuta a trovare qualcosa, ma può anche modificare e orientare la nostra conoscenza perché oscura determinate risposte e ne mette in evidenza altre. La scienza o la politica possono mettere un freno a questa deriva, considerato che dietro ad aziende come Google e Facebook c’è l’esigenza del profitto?

– Spero non sia già troppo tardi per intervenire: purtroppo nell’ambito dell’intelligenza artificiale la scienza pubblica non può fare molto, se consideriamo che la maggior parte delle ricerche viene svolta per queste grandi aziende o in università associate alle aziende stesse. In questo momento i migliori scienziati del mondo lavorano per le grandi compagnie, avendo a disposizione una grande quantità di dati pubblici finalizzati all’uso scientifico e un volume ancora maggiore di dati privati che rimangono appannaggio dell’azienda. La politica, magari a livello europeo, potrebbe e dovrebbe fare qualcosa per proteggere la proprietà dei dati dei cittadini del nostro continente: se ormai abbiamo perso i dati sociali, forse potremo riuscire a conservare quelli ambientali o quelli della salute o dell’industria.

– Cervelli all’estero: cosa può fare l’Italia per riportarli a casa? Investire di più o puntare sulla ricerca “a chilometri zero”?

– Gli investimenti sono qualcosa di fondamentale, ed è purtroppo proprio ciò su cui siamo perennemente indietro. L’Italia deve poter essere in grado di pagare i talenti, ma il nostro Paese è ingessato dalla burocrazia e da modelli che potremmo definire primitivi e che sono difficili da cambiare. Un esempio concreto: le Università italiane sono vincolate dal VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), cioè i loro risultati vengono analizzati, ma sono continuamente valutati sulla base pubblicazioni scientifiche sui giornali, mentre all’estero, se parliamo del nostro ambito che è quello dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, a contare di più nella valutazione sono alcune conferenze di livello mondiale che invece in Italia non vengono considerate, perchè qui dobbiamo uniformarci in tutti i settori scientifici e disciplinari. Quindi per chi ha già cominciato una carriera in un altro Paese è ben difficile riuscire a capire come ritornare in patria.

– Se Lei pensa al futuro, considerando che sono e saranno in pochi a saper “costruire” l’intelligenza artificiale, come immagina il mondo del lavoro?

– Personalmente, il messaggio che ho cercato di trasmettere ai miei figli è stato quello di studiare il più possibile e di diventare consapevoli delle caratteristiche dell’intelligenza artificiale. Alcune professioni spariranno, altre ne arriveranno… in generale ho molta fiducia nel futuro, ma sono comunque dell’idea che le persone potranno avere soddisfazioni sul lavoro e quindi nella vita solo disponendo di competenze molto chiare; si badi, non dovranno necessariamente essere competenze di tipo tecnologico, ma dovranno essere comunque molto precise.  Se si vuole anche in un mondo di miliardi di persone, dobbiamo affermare la nostra unicità e quale può essere il nostro contributo per una economia sostenibile, e magari per una società migliore.

Infografica – La scheda del libro L’intelligenza non è artificiale
Condividi questo post

Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password