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Quando vivere in Tunisia diventa insopportabile

Tunisi – Fatta la legge, trovato l’inganno. Questo proverbio tutto italiano riassume bene la situazione nella vicina, bella, ma povera, Tunisia. In particolare nella capitale, dove la corsa al guadagno, spesso sfortunatamente a discapito di qualcun altro, è più evidente. A Tunisi, giungono un po’ da tutto il Paese in cerca di migliori opportunità, troppo spesso irrealizzabili. Rappresenta per molti giovani l’ultima chance, prima di scelte più drastiche, come imbarcarsi verso l’Europa illegalmente.

Sempre più giovani, spesso diplomati, laureati, ingegneri o economisti, devono accontentarsi di un lavoro in un caffè per 500 o 600 dinari – circa 150 euro – al mese “perché queste sono le condizioni del nostro Paese”, raccontano. Eppure nella Repubblica del Nordafrica, la libertà non manca, almeno quella di facciata. Eh sì perché ben pochi stranieri, compresi colleghi ed operatori di ONG, conoscono le reali condizioni di vita dei tunisini. Nei lussuosi quartieri de La Marsa, Lac, Gammarth, vige uno statuto a parte. Ci sono scalinate arcobaleno, bei locali, villette nuove ed alberghi di lusso. Addirittura club gay friendly, un vero baluardo nel mondo arabo. Ma basta spostarsi di 500 metri, attraversare il ponte che da Lac2 porta a L’Aouina, per scoprire un’altra realtà. Qui non ci sono diritti, così come non c’è legge che tenga. Dal tassista che tarocca il “counter” per fregarti qualche dinaro, al prezzo di qualsiasi prodotto, servizio, di qualsiasi natura, di qualsiasi genere. 

Mettiamo ad esempio che una ragazza italiana, che parla un po’ di dialetto tunisino, vada ad affittare un monolocale in una area popolare come la Soukra. Lo pagherebbe non meno di 700 dinari (220 euro). Lo stesso buco, lo stesso giorno, lo stesso mese dello stesso anno, se fosse un tunisino a richiederlo, potrebbe accaparrarselo per meno di 200 dinari. Questo si applica a tutto, dal caffè alla parrucchiera. Il livello di corruzione ed inadeguatezza delle forze dell’ordine è palese. Se sei straniero, o alla guida di una macchina con una targa non tunisina, vieni visto come un bancomat ambulante. Lo sanno benissimo i libici, che ad ogni cinquanta metri vengono fermati per la classica richiesta “afarabiha”, 20 dinari per favore. Ma se sei tunisino, questo non avverrebbe, conosceresti sicuramente l’amico, il fratello, il cugino, il fratello del cugino del poliziotto, e quindi ti lascerebbero andare. Un problema ben noto, tanto che le autorità hanno pensato di non distinguere più la targa delle macchine a noleggio con un altro colore, ma di limitarsi ad affiggere sul lunotto posteriore una piccola “L”, che sta per “a louer”, in francese in locazione.

Secondo l’istituto di statistica nazionale tunisino, il 4,9 per cento della popolazione tunisina soffre di carenza di cibo. Questo dato è incluso nell’indice di eradicazione della fame e della denutrizione tra la popolazione nelle ultime statistiche registrate per l’anno 2019. Tutto ciò spiega l’aumento del fenomeno della prostituzione. Dal semplice pagamento della prestazione, al matrimonio con stranieri, con il solo scopo di ottenere quel tanto desiderato “passport rouge”, il passaporto rosso, per uomini e donne senza tante distinzioni. Inaccettabile per le famiglie tradizionaliste, ecco spiegata la fila alle cliniche estetiche a Lac per interventi che permettono di riacquisire la verginità. Ma a domandarlo ai tunisini, quelle ragazze in coda, non sono tunisine, ma vengono dal Libano.  C’è un senso di inferiorità, o invidia, verso gli europei che viene acuito dal vero e proprio sfruttamento adottato dalle compagnie e dalle organizzazioni internazionali nei confronti dei loro staff locali. Su Facebook è nato anche un gruppo “Shit ‘Expats’ in MENA say” dove dipendenti ed ex di grandi organizzazioni come le Nazioni Unite, ironizzano sulle affermazioni dei loro colleghi stranieri, sulle mancate promozioni, ma anche sui salari. Il personale tunisino infatti, denominato “local” hanno un salario pari ad un terzo, a volte ad un quarto dei loro colleghi “expats” per svolgere quasi sempre le stesse mansioni. Eppure, aumentano i pensionati e le compagnie italiane che decidono di spostarsi in Tunisia perché – a loro dire – la vita costerebbe meno. Senza entrare nel dettaglio di questa considerazione, con i prezzi raddoppiati durante l’emergenza COVID-19, brillantemente superata dalla Tunisia, è il caso di chiedersi: vale veramente la pena spostarsi a Tunisi, vivere questo stress perché la vostra pensione di 350 euro, diventi magicamente 1000 dinari? Tralasciando il caos, la loro invadenza, la corruzione, il fatto di non poter nemmeno fare un bonifico verso l’Europa per le strette regole di controllo finanziario, vale la pena rischiare di morire in qualche tangenziale tunisina, dove guidano come folli? Se si stesse così bene, credete che correrebbero il rischio di imbarcarsi su un barchino a Sfax, per cercare di arrivare in Europa via mare? Secondo noi, sono altri i motivi per cui degli italiani si trasferiscono a Tunisi, compreso il lavoro, l’amore, ma talvolta anche i problemi giudiziari in Italia. “Nella mia vita sono stato truffato solo dagli italiani. Avevano fallito nel loro Paese e sono venuti qui a fare fortuna, facendo trucchi ed escamotage con le banche e le compagnie locali”. Racconta Camel, 50 anni, che nella sua vita dice di aver gestito oltre 50 aziende.

Il fenomeno migratorio

Come accennato, dopo la Libia, la Tunisia è un altro dei Paesi di partenza per i migranti che decidono di intraprendere il pericoloso viaggio nel Mediterraneo verso le coste italiane ed europee in generale. Sebbene i numeri siano ancora contenuti, per arginare il fenomeno, l’Europa sta pagando la Tunisia, come già fatto con la Libia, per fermare i migranti. In tanti, tuttavia, non solo non vengono intercettati, ma sempre più di frequente, quelle barche su cui hanno riposto i loro sogni, li consegnano alla morte. I medici forensi in Tunisia hanno sottolineato l’importanza di identificare e catalogare i corpi di coloro che affogano nel Mediterraneo, nel caso in cui qualcuno dei loro parenti venga a cercarli in futuro. Tuttavia, dozzine di migranti che sono annegati a largo delle coste tunisine, il mese scorso, rimarranno probabilmente non identificati. Dal 2017, le autorità locali si sono assicurate, tramite un team di scienziati forensi, di identificare e catalogare attentamente tutti i corpi recuperati dai migranti che affogano nel Mediterraneo. I corpi di 61 migranti che sono annegati quando la loro barca si è capovolta a metà giugno sono stati appena aggiunti all’elenco. I loro corpi sono stati sepolti in tombe numerate in un cimitero musulmano vicino alla città di Sfax, nel sud del Paese, da dove si pensa che la barca sia partita. I medici sono impegnati ad individuare tatuaggi, segni particolari, impronte digitali, impronte dentali e dimensioni e marchi di vestiti dei 30 uomini, 29 donne e due bambini, tutti dell’Africa sub-sahariana. Finora, tuttavia, l’unica persona che è stata identificata è il capitano della nave: un cittadino tunisino della zona.

Il 25 giugno, la Guardia di Finanza di Palermo ha sequestrato beni per un valore di 1,5 milioni di euro ad un cittadino tunisino di 40 anni sospettato di traffico di migranti. La mossa faceva parte di un’operazione coordinata dalla procura della città siciliana. Fadhel M. è stato arrestato a gennaio 2019 con altre 13 persone nell’ambito dell’operazione antimafia “Barbanera” condotta dalla Guardia di Finanza di Palermo.  L’indagine riguardava un’organizzazione formata da tunisini e italiani, presumibilmente guidata da Fadhel M., accusato di favorire l’immigrazione clandestina e il contrabbando di tabacco, che ha operato tra il Nord Africa e le province siciliane di Trapani, Agrigento e Palermo, secondo fonti investigative.  I migranti avrebbero pagato 3.000 euro per ogni viaggio. Fadhel M. era stato precedentemente arrestato nel 2012 con l’accusa di possesso di armi ed esplosivi. Durante l’inchiesta, la polizia ha scoperto che gli investimenti dell’uomo nel tempo hanno superato significativamente il suo reddito dichiarato. Il tribunale di Trapani ha ordinato il sequestro di una casa, due attività commerciali e terreni a Marsala e Mazara del Vallo, nonché beni finanziari e un’auto. Una delle aziende sequestrate è una fattoria. Al termine dell’operazione “Barbanera”, a gennaio 2019, è stato sequestrato anche un ristorante nel centro di Marsala. Un’altra società è stata ora autorizzata dai magistrati a gestire il ristorante.

Il conflitto politico e l’attività destabilizzante dei Fratelli Musulmani

Come sta accadendo nella maggior parte dei Paesi arabi e del Nordafrica, anche in Tunisia emerge una forte insofferenza nei confronti dei gruppi islamisti spalleggiati dai Paesi europei, Italia e Regno Unito in primis. Centinaia di persone si sono radunate lunedì di fronte al Teatro municipale di Tunisi, per partecipare alla manifestazione contro la violenza politica e la difesa del carattere civile dello Stato, organizzata dal Partito Destouriano libero (Pdl), una formazione politica laica ispirata al Bourghibismo e guidata dalla pasionaria Abir Moussi. “Ennahdha usa il Parlamento per attaccare i suoi avversari politici” ha detto la deputata, aggiungendo che i tunisini non sono più sicuri di essere all’interno dello stato di diritto e delle istituzioni. Il Pdl denuncia che il parlamento è ora divenuto ”il cuore di un regime politico ibrido” e lancia l’allarme per le ripetute violazioni della legge e per un evidente ritorno agli atti di violenza politica vissuti dalla Tunisia nel periodo post rivoluzionario. “L’egemonia della Fratellanza islamica è diventata una realtà e la giustizia non fa nulla per scoraggiare qualsiasi inclinazione per la violenza politica”, ha sottolineato ancora Moussi affermando che la bocciatura della mozione presentata dal suo gruppo in parlamento sull’etichettatura dei Fratelli Musulmani come gruppo terroristico fa parte di un accordo politico tra tre parti che si permettono di violare la legge, di decidere al posto dei deputati. 

FOTO – Centro della capitale Tunisi durante una recente manifestazione

Tuttavia – ha osservato – il regolamento interno del Parlamento vieta qualsiasi considerazione sul contenuto della mozione. “Gli eventi di questi giorni ci danno ragione nel dire che siamo governati dalla guida suprema dei Fratelli musulmani in Tunisia e Nord Africa, ovvero da Rachid Ghannouchi”. Per quanto riguarda la missiva inviata al Presidente della Repubblica su questo argomento, Moussi ha dichiarato di non aspettarsi una sua reazione.

FOTO – Manifestanti sventolano la bandiera tunisina durante processione pro-Palestina

Il presidente della Repubblica dovrebbe essere il principale responsabile della sicurezza del paese, della lotta contro il terrorismo e dell’attuazione della Costituzione. È il garante delle libertà in base alle quali l’opposizione deve svolgere le sue attività in un clima politico sano”, ha sottolineato Moussi. Il presidente del Parlamento, Rashid Ghannouchi, è stato ripetutamente accusato di sostenere gruppi estremisti, di offrire alla Turchia il territorio tunisino per inviare armi e mercenari ai gruppi estremisti e alle milizie libiche, oltre a partecipare attivamente alla distruzione del Paese per ottenere vantaggi politici e benefit personali da parte di Turchia e Qatar, considerati i principali sponsor del terrorismo internazionale e base del pericoloso gruppo dei Fratelli Musulmani. La Fratellanza Musulmana, infatti, agendo sotto l’ombrello politico, risulta ben più pericolosa di gruppi terroristici, riconosciuti internazionalmente come Daesh ed al-Qaeda, seppur abbiano il medesimo scopo: ricreare lo Stato Islamico ed imporre la Sharia. La Fratellanza Musulmana si insinua nei palazzi delle istituzioni, come un cancro distrugge le cellule sane del nostro corpo, così portano interi Paesi alla deriva per facilitare il raggiungimento del loro obiettivo finale.

Giornalisti e libertà di stampa

Il numero di giornalisti attaccati fisicamente è raddoppiato nel giugno 2020 rispetto a maggio, da 10 a 22, secondo l’Unità di monitoraggio dell’Unione nazionale dei giornalisti tunisini (SNJT) nel suo ultimo rapporto. Gli attacchi sono stati commessi contro 21 giornalisti e sette giornalisti-fotografi, nove donne e 19 uomini, appartenenti a 18 differenti media, di cui sette stazioni radio, sette stazioni TV, due siti Web, un quotidiano e un’agenzia di stampa.

FOTO – Giornalisti tunisini durante un evento nella capitale

In questo rapporto, elaborato con l’assistenza dell’UNESCO e pubblicato venerdì sul portale SNJT, l’unità di monitoraggio denuncia un aumento preoccupante del numero di attacchi contro i giornalisti in un solo mese, avvertendo inoltre di una maggiore violenza sul web e sui social network nei confronti dei giornalisti. Secondo lo stesso rapporto, gli attacchi sono stati perpetrati principalmente a Tunisi (12 casi), Sfax (3), Nabeul (3) mentre gli altri si sono verificati nei governatorati di Siliana e Tataouine. Il rapporto SNJT deplora la persistenza della violenza fisica e verbale e degli attacchi contro i giornalisti, soprattutto quando si tratta di accedere alle informazioni, indicando che i cittadini sono i primi ad attaccare i giornalisti, seguiti da deputati, polizia, sindacalisti e funzionari pubblici. In reazione, la SNJT ha invitato il Primo Ministro a sopprimere tutte le circolari e le istruzioni ministeriali che ostacolano il lavoro dei media. Ha inoltre invitato le autorità a farsi carico delle proprie responsabilità per proteggere i giornalisti e combattere l’impunità di fronte alla violenza contro i professionisti dei media. 

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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