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Presidente tribù di Warshefana: “la Turchia trasferirà i terroristi che ha inviato in Libia in Italia”

“La situazione in Libia è contraria alla guerra, all’uccisione e al fratricidio a causa di interferenze esterne che ne fanno un campo di battaglia per regolare conti internazionali. Forse quello che la Turchia sta facendo è portare mercenari e terroristi dell’ISIS a Tripoli per combattere l’esercito e terrorizzare i cittadini di Tripoli”. A dirci questo è Al-Mabrouk Abu Ameed, capo del Consiglio Supremo delle Tribù di Warshefana e portavoce ufficiale della Conferenza delle tribù e delle città libiche, che riunisce dignitari e sceicchi delle principali componenti sociali del Paese nordafricano. “La posizione del Consiglio supremo delle tribù e delle città libiche è stata chiara fin dall’inizio, rifiutando le interferenze straniere negli affari interni della Libia e riconoscendo la necessità di smantellare le milizie e le bande che controllano Tripoli”.

Perché la Turchia invia combattenti a Tripoli?

“La Turchia invia combattenti per impedire che i Fratelli Musulmani cadano a Tripoli e in una fase successiva, dopo averli portati in Libia, li trasferirà in Europa tra gli immigrati per essere il loro braccio esecutivo in Europa a lungo termine”.

In passato l’Italia ha sostenuto i gruppi armati di cui ci parlava e bande criminali, crede ci siano stati dei cambiamenti?

“La posizione italiana, nonostante il suo cambiamento, è ancora debole e poco chiara nei confronti delle milizie e delle bande che controllano Tripoli. Certamente, è nell’interesse della sicurezza dell’Italia e dell’Europa in generale stare con il Libyan National Army (LNA) sotto il comando del Feldmaresciallo Khalifa Haftar, la polizia e i servizi di sicurezza, sostenendoli per essere forti e in grado di affrontare il terrorismo e l’immigrazione clandestina. L’Italia e l’Europa dovrebbero smettere di trattare e ritirare il loro riconoscimento al Consiglio Presidenziale del Governo di Accordo Nazionale (GNA) che sorregge il terrorismo. Ciò è stato confermato dopo aver firmato l’accordo di sicurezza e la delimitazione delle frontiere marittime con la Turchia, con i quali il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha introdotto i terroristi in Libia. È nell’interesse del popolo libico e dei suoi vicini che l’esercito e i servizi di sicurezza siano forti e forse la situazione della sicurezza in Libia prima del 2011 era migliore”.

– Dove sbagliano?

“Sfortunatamente, l’Italia e l’Europa in generale non hanno diagnosticato bene la scena libica a causa del loro contatto con personalità e gruppi respinti dal popolo libico e dal Consiglio supremo delle tribù e città libiche. È stato chiarito più volte che il problema in Libia è in primo luogo una questione di sicurezza, che richiede – come primo passo per risolvere il resto dei problemi e l’accesso alla stabilità – lo smantellamento di milizie e bande che controllano Tripoli, facendo consegnare loro le armi”.

– Cosa ne pensa dei forum e delle conferenze internazionali che Paesi come Tunisia ed Algeria propongono di organizzare?

 “Nessun dialogo avrà successo e la stabilità non avrà luogo in Libia, tra i suoi vicini e nei dintorni. I paesi che hanno sostenuto le milizie pagheranno il prezzo come pagano i libici, e i primi saranno i paesi di confine della Libia e dell’Italia, geograficamente più vicina di qualsiasi altro paese europeo”.

Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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