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Pandemia e clash of globalization: la “profezia” dell’intelligence USA in un documento del 2004

Una stima della World Trade Organization (WTO) datata 11 marzo 2020 indicava che la crescita del commercio mondiale in servizi (world services trade) abbia continuato ad indebolirsi nell’ultima parte del 2019. L’indice STB (Services Trade Barometer), nella sua ultima lettura (dicembre 2019), ha registrato un valore di 96,8 punti base (pb) rispetto al 98,4 del settembre 2019. In prospettiva, la situazione per il commercio mondiale di beni, nella prima parte del 2020, risulta essere grosso modo simile. L’indice GTB (Goods Trade Barometer) ha infatti segnato (febbraio 2020) un decremento di 1,1 pb rispetto a novembre 2019. La WTO aveva inoltre ritenuto di aggiungere che la crescita del commercio mondiale di merci all’inizio del 2020 potesse essere ulteriormente ridotta da fattori globali di tipo sanitario. Questo aspetto rimanda alle conseguenze che una situazione pandemica come quella connessa alla Severe acute respiratory syndrome coronavirus 2 (SARS-CoV-2), o, come più diffusamente noto, CoViD-19, potrebbe avere sul sistema globale di scambi. La stessa WTO, il 17 febbraio 2020, aveva infatti affermato che: “the performances of these […] indices will also depend on the emerging impact of COVID-19 and how quickly the global economy can recover” [fontewto.org].

Simile timore era stato manifestato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) il 2 marzo 2020, in occasione della presentazione del nuovo Interim Economic Outlook. Il report dell’Ocse prevedeva un best-case e un worst-case scenario. Rispetto al primo, la diffusione dell’epidemia (soprattutto al di fuori dalla Repubblica Popolare Cinese) se efficacemente contenuta era previsto non dovesse produrre un effetto domino ovvero una condizione pandemica. Ciò nonostante – sosteneva l’Ocse – anche nel migliore dei casi veniva prospettato un forte rallentamento della crescita mondiale nella prima metà del 2020, con un indice previsionale del 2,4%, rispetto al 2,9% invece effettivamente registrato nel 2019. Tra i principali fattori di rallentamento connessi alla diffusione del coronavirus l’Ocse contemplava le misure di contenimento che i singoli governi avrebbero potuto attuare e la perdita di fiducia che, colpendo produzione e spesa, avrebbero spinto alcuni Stati, tra cui il Giappone e Paesi dell’area Euro, verso la recessione.

Pressappoco negli stessi giorni, uno dei principali protagonisti del settore finanziario privato, lo statunitense Ray Dalio, creatore dell’Hedge Fund Bridgewater Associates LP, tra i più importanti a livello internazionale con un portafoglio gestionale del valore stimato nel 2019 di (circa) 162 mld di dollari [fonte: statista.com], aveva sostenuto che: “riguardo agli investimenti, spero […] voi immaginiate il worst-case scenario, per proteggervi da esso” [fontefinanzaonline.com]. Questo commento era parte di un più ampio intervento pubblicato da Dalio sul proprio profilo LinkedIn con il titolo My Thoughts About the Coronavirus, in cui sosteneva che l’attuale congiuntura internazionale veda la presenza di potenze emergenti capaci di sfidare quelle attualmente dominanti. Per Dalio, tale condizione sarebbe assai simile a quella già vissuta durante gli anni Trenta del secolo scorso ovvero il decennio che fece da incubatoio alle tensioni economiche, finanziarie e politico-ideologiche che contribuirono al deflagrare della guerra 1939-1945, a sua volta parte di un più vasto conflitto sistemico (1914-1945) che già Charles de Gaulle nel ’46 aveva definito “Seconda guerra dei Trent’anni”. Alcuni punti del pensiero di Dalio ricordano inoltre molto da vicino le argomentazioni già utilizzate da taluni esponenti di una particolare corrente del pensiero geopolitico anglosassone contemporaneo, (Robert Kagan, ad esempio), e ravvisabili in alcuni documenti dell’Amministrazione statunitense, (come la National Security Strategy 2017), che attribuiscono a Cina e Russia la qualifica di “potenze revisioniste”. Purtroppo, la previsione di Dalio ha trovato conferma nella dichiarazione rilasciata l’11 marzo dal direttore generale della World Health Organization (WHO), secondo cui l’epidemia da SARS-CoV-2: “can be characterized as a pandemic” [fontewho.int]. 

Nel novembre 2019, Dalio si sarebbe già reso protagonista di una previsione attribuitagli dal Wall Street Journal (WSJ) ma da lui immediatamente smentita sul proprio profilo Twitter con queste parole: “It’s wrong. I want to make clear that we don’t have any such net bet that the stock market will fall”.

Secondo il WSJ, paventando il crollo degli indici di Borsa internazionali, il suo Hedge Fund avrebbe sottoscritto con diversi intermediari contratti put options del valore di 1,5 mld di dollari per tutelare il portafoglio gestito [fonte:Corriere.it/MilanoFinanza.it]. Con tale operazione Dalio avrebbe sostanzialmente scommesso che entro marzo 2020 gli indici Standard&Poor’s 500 (S&P500, Stati Uniti) o EuroStoxx 50 (Eurozona) ovvero entrambi, potessero subire un ribasso. Al di là di quanto riferito dal WSJ, l’analisi tecnica condotta su EuroStoxx 50 alla chiusura dell’11 marzo, (data in cui la WTO ha dichiarato la pandemia), ha effettivamente mostrato un -0,15%, con un quadro tendenziale che suggeriva un ampliamento della linea negativa. Dal canto loro, il 12 marzo le principali Borse marcavano, in fase di apertura, indici negativi: S&P500 [New York] -4,89%; Nikkei [Tōkyō] -4,41%; Hang Seng [Hong-Kong] -3,8%; Kospi [Seoul] -4%; S&P/ASX 200 [Sidney] -6%; EuroStoxx 50 [Eurozona] -8,3% [fontefirstonline.info]. Nella giornata precedente le piazze di Francoforte, Parigi e Madrid avevano inoltre chiuso tutte sotto il segno meno. In Italia, la CONSOB, il 12 marzo, vietava le vendite allo scoperto applicando l’articolo 23 del Regolamento UE in materia di short selling. Il provvedimento (non riguardante le attività di market making) diveniva efficace per l’intera giornata di negoziazione del 13 marzo, interessando ottantacinque titoli azionari italiani.

Esplosa tra dicembre e gennaio come epidemia con epicentro la città di Wuhàn [fontencbi.nlm.nih.gov/genbank/], capoluogo della provincia cinese di Hubei e dove hanno sede due importanti centri di ricerca, il Wuhàn Institute of Virology collegato all’Accademia Cinese delle Scienze, e il Frontier Science Center for Immunology and Metabolism dell’Università locale, la SARS-CoV-2 si sarebbe quindi diffusa al di fuori della Cina colpendo, tra gli altri, fortemente Corea del Sud, Iran e Italia. In merito al worst-case pandemico, già considerato da WTO, OCSE e Dalio, merita di essere citato un altro documento che, col senno di poi, rappresenta una testimonianza assai considerevole per quanto attiene agli scenari previsionali sin qui citati, rappresentandone per certi aspetti l’acme. Si tratta del rapporto prodotto dal National Intelligence Council statunitense intitolato Mapping the Global Future. Report of the National Intelligence Council’s 2020 Project, datato dicembre 2004. In esso, a proposito dei rischi cui avrebbe potuto andare incontro il processo di globalizzazione, vi si poteva leggere [pag. 30]:

“The process of globalization, powerful as it is, could be substantially slowed or even stopped. Short of a major global conflict, which we regard as improbable, another large-scale development that we believe could stop globalization would be a pandemic[…]  it is only a matter of time before a new pandemic appearssuch as the 1918–1919 influenza virus […] Such a pandemic in […] China, India, Bangladesh or Pakistan […] would be devastating and could spread rapidly throughout the world. Globalization would be endangered if the death toll rose […] in several major countries and the spread of the disease put a halt to global travel and trade during an extended period”.

Il processo di globalizzazione, per quanto potente, potrebbe essere sostanzialmente rallentato o addirittura bloccato. In assenza di un grande conflitto globale, che riteniamo improbabile, un altro sviluppo su larga scala, che crediamo possa fermare la globalizzazione, sarebbe una pandemia […] è solo questione di tempo prima che appaia una nuova pandemia, come il virus dell’influenza del 1918-1919 [la c.d. “spagnola”, N.d.A.] […] Una simile pandemia in Cina, India, Bangladesh o Pakistan […] sarebbe devastante e potrebbe diffondersi rapidamente in tutto il mondo. La globalizzazione sarebbe in pericolo se il bilancio delle vittime aumentasse […] in alcuni grandi Stati e la diffusione della malattia fermasse i viaggi e il commercio internazionali per un periodo prolungato”.

FotoIl rapporto del National Intelligence Council datato dicembre 2004

Oltre a squilibri nel comparto geoeconomico, la pandemia rischia di sollevare anche questioni che potremmo definire più squisitamente “geopolitiche”, ingenerando nuove tensioni tra Washington e Pechino. Lo dimostrano alcune dichiarazioni che, se non contestualizzate, potrebbero perfino contribuire ad alimentare ulteriormente ciò che, non senza venature dietrologiche, qualcuno ha già definito “the coronavirus conspiracy”. In Cina, ad esempio, Lijian Zaho, vicedirettore del Dipartimento informazioni del Ministero degli Affari Esteri, il 12 marzo, su Twitter si domandava se fossero state le forze armate statunitensi a portare per prime, quali novelle untrici, i germi dell’epidemia a Wuhàn: il riferimento implicito può, forse, essere ricondotto ai Military World Games, tenutisi proprio a Wuhàn dal 18 al 28 ottobre 2019. Più esattamente, Zaho, il quale chiedeva agli Stati Uniti di essere trasparenti, comunicare i dati esatti dei contagiati e i dettagli sul loro paziente zero, commentava l’intervento, rilasciato l’11 marzo in audizione davanti a tre sottocommissioni della Camera dei Rappresentanti, dal direttore del Center for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti, il virologo Robert Redfield. Questi aveva infatti affermato che, a quella data, l’istituto da lui diretto avesse ricevuto conferma di 990 casi di CoViD-19 negli Stati Uniti, suddivisi tra trentotto Stati più il District of Columbia (Washington capitale), oltre a 31 decessi [fonte: rev.com]. Le velate accuse dell’alto funzionario cinese sono state oggetto di un diplomatico ovvero apparentemente sibillino commento del portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, che il 13 marzo, rispondendo alla domanda se la posizione del governo cinese fosse quella espressa da Zaho, ha affermato: “There are different opinions in the US and among the larger international community on the origin of the virus. China believes it’s a matter of science which requires professional and science-based assessment” [fontefmprc.gov.cn/]. Peraltro, la posizione statunitense riguardo a tale questione si può ricavare da alcune dichiarazioni di Trump circa l’idea che il CoViD-19 sia “aforeign virus […] started in China and […] now spreading throughout the world” [fonte: Bloomberg, 13 marzo 2020].

Schermaglie diplomatiche a parte, se Atene piange Sparta non ride, poiché, il 10 marzo, il direttore del Dipartimento della Salute dell’Ohio, Amy Acton, aveva affermato in conferenza stampa che la stima dei contagiati in quello Stato risultasse essere di centomila persone. Il 13 marzo, inoltre, Trump, richiamandosi ai poteri concessigli dal National Emergencies Act e dal Social Security Act, ha comunicato al Congresso l’esistenza dello stato di emergenza nazionale sanitaria. Tutto ciò lascia supporre che, complici le recenti controversie generate dal retropensiero sulla pandemia da SARS-CoV-2, nei mesi a venire potremmo forse continuare ad assistere a diatribe tra Stati Uniti e Cina su tale argomento. Benché entrambe siano legate a doppio filo dall’enorme mole di Treasury Securities del debito statunitense detenuti da Pechino, circa 1 trilione di dollari, [fontetreasury.gov, dicembre 2019], ciò non sembra impedire loro di puntare ad una politica che pare aspiri ad imprimere una personale ovvero diversa impronta all’attuale processo di globalizzazione. Tanto che due sembrano essere oggi le formule geopolitiche che si contrappongono: una definibile new american century e l’altra, nota come, belt and road initiative (cin. p.* yī dài yī lù; “un nastro una via”), riproponendo così il cliché di Samuel Huntington circa il clash of civilizations che rischia ora di divenire anche clash of globalization

* pinyin”, sistema di traslitterazione dalla lingua cinese comune c.d. “putonghua”, ratificato dall’Assemblea nazionale della Repubblica Popolare di Cina l’11 febbraio 1958.

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Si è formato all’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano) conseguendo la laurea magistrale in Storia con indirizzo specialistico storico-religioso. In qualità di studioso di storia delle relazioni internazionali e geopolitica, si è dedicato soprattutto al Medio Oriente pubblicando due studi brevi per i paper digitali curati dalla Fondazione De Gasperi dedicati all’area mediterraneo-mediorientale: Libia: radici storiche di un caso geopolitico (agosto 2016) e Un Califfato improbabile. Genesi e dinamiche storico- contemporanee di Daesh (febbraio 2017). Nel 2017 ha pubblicato il saggio Medio Oriente conteso. Turchi, arabi e sionisti in un conflitto lungo un secolo, con prefazione dell’ambasciatore Bernardino Osio.



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