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Ong inglesi in campo per il rilascio immediato di Julian Assange

In occasione del suo quarantanovesimo compleanno, quaranta organizzazioni per i diritti umani e la libertà di stampa hanno lanciato un appello per la liberazione “immediata” di Julian Assange, detenuto nel Regno Unito nella prigione di Belmarsh, sud-est di Londra, dall’aprile del 2019 e la cui estradizione è stata richiesta dagli Stati Uniti, che lo accusano di “spionaggio“.

Il fondatore di Wikileaks è perseguito negli Stati Uniti per aver reso pubblici, dal 2010 ad oggi, oltre 700.000 documenti classificati sulle attività militari e diplomatiche Il fondatore di Wikileaks è perseguito negli Stati Uniti per aver reso pubblici, dall’anno 2010 ad oggi, oltre 700.000 documenti classificati sulle attività militari e diplomatiche americane, in particolare materiale top secret riguardante gli attacchi all’Iraq e all’Afghanistan. Di nazionalità australiana, è nato come Julian Paul Hawkins (cognome materno), ma ha poi assunto il cognome del marito della madre; i tentativi di “incastrarlo” erano iniziati con le accuse di molestie sessuali e stupro da parte di un tribunale svedese, accuse rivelatesi molto controverse se non addirittura pretestuose. Dopo essersi spontaneamente presentato alle autorità britanniche, a cui la Svezia aveva mandato la richiesta di estradizione, e dopo aver scontato alcuni giorni di carcere, Assange viene rilasciato su cauzione. Passati alcuni mesi, trova rifugio presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, e il governo ecaudoregno gli concede asilo politico. Assange resta nell’ambasciata per quasi sette anni, finché l’Ecuador gli revoca lo status di rifugiato apolitico e consente alla polizia britannica di prelevarlo dalla sede dell’ambasciata.

In una lettera aperta al ministro della Giustizia Robert Buckland, i firmatari delle 40 ONG chiedono al governo britannico di “rilasciare immediatamente” Julian Assange e di “bloccare” la sua estradizione negli USA, dove rischia fino a 175 anni di prigione. Tra i firmatari del documento vi sono: Reporter senza frontiere, PEN International e la Federazione internazionale dei giornalisti. Essi considerano in particolare che le “persecuzioni” a cui è soggetto Assange “contribuiscono al deterioramento della libertà di stampa nel Regno Unito” e offuscano l’immagine della Gran Bretagna sulla scena internazionale. L’esame da parte dei tribunali britannici sulla richiesta d’estradizione di Washington dovrebbe riprendere il prossimo 7 settembre. 

Reporter senza frontiere (RSF), il 30 giugno scorso, ha condannato il rilascio da parte del Dipartimento di Giustizia americano di una nuova accusa contro il fondatore di Wikileaks Julian Assange definendola l’ultimo esempio di una lunga serie di tentativi del governo americano di manipolare scappatoie legali e minare la difesa di Assange. “RSF chiede nuovamente che tutte le accuse contro Assange vengano ritirate e che venga immediatamente rilasciato”. Secondo l’Organizzazione il fatto di contestare ora ad Assange anche l’accusa di hackeraggio allargherebbe la “portata della cospirazione” non cambiando in sostanza la contestazione mossa ma modificando “la base probatoria di alcune delle altre accuse a suo carico” di fatto neutralizzando le sue possibilità di difendersi.

Secondo RSF, “una mossa del genere è molto insolita in questa fase avanzata in un caso di estradizione”. “L’udienza di estradizione americana di Assange è iniziata nel febbraio 2020 alla Woolwich Crown Court di Londra; RSF ha monitorato la prima settimana di procedura e ha espresso preoccupazione per la mancanza di prove da parte del governo degli Stati Uniti per le sue accuse contro Assange. RSF ritiene che Assange sia stato preso di mira per i suoi contributi alle segnalazioni di interesse pubblico e che la sua azione penale abbia serie implicazioni per il giornalismo e la libertà di stampa a livello internazionale” ha tuonato Rebecca Vincent, direttore delle campagne internazionali dell’associazione dei reporter.

In un’audizione amministrativa del 29 giugno presso il tribunale dei magistrati di Westminster, l’avvocato di Assange Mark Summers ha espresso la sua sorpresa per i tempi dell’accusa, nonché per il fatto che la squadra di difesa ne fosse venuta a conoscenza solamente attraverso la stampa: l’accusa, infatti, non era stata ancora inviata agli avvocati di Assange o al tribunale e non era stata formalmente avviata nel procedimento britannico.

La difesa aveva dichiarato di volere che l’udienza di estradizione degli Stati Uniti continuasse come previsto; l’audizione completa dovrebbe riprendere il 7 settembre, quando saranno attese tre settimane di prove. La prossima udienza sul “callover” di Assange è prevista per il 27 luglio.

Assange continua ad essere trattenuto nella prigione di Belmarsh ad alta sicurezza, dove rimane a rischio di esposizione al Covid-19 – un rischio aggravato dalle sue preoccupazioni di salute di base, aggiungendo urgenza alla necessità del suo rilascio immediato. Non è stato in grado di partecipare in remoto ai procedimenti giudiziari amministrativi per diversi mesi, inoltre si dice che non si senta bene e che sia stato informato dai suoi medici di non essere sicuro di poter accedere alle strutture di videoconferenza della prigione.

RSF ha ricordato come “Il Regno Unito e gli Stati Uniti sono rispettivamente al 33° e al 45° posto su 180 Paesi nel World Press Freedom Index del 2020”. Sarà veramente soltanto un caso?

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