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Nella Siria sotto influenza turca, l’inferno della gola di al-Hota. La foiba jihadista nella roccaforte dell’Sna

«Non pensavo che tale bellezza si sarebbe trasformata in un cimitero e che i piccioni si sarebbero cibati di carne umana. Credi che i piccioni mangino carne umana? Il primo a lanciare cadaveri ad al-Houta è stato Faysal al-Bello, l’emiro del Fronte Al-Nusra a Suluk, quando era diventato membro dell’Isis. Mi ricordo bene». Fa tremare le vene e i polsi la terrificante testimonianza di un ragazzo siriano, affidata ad un giornalista locale che per motivi di sicurezza scrive sotto lo pseudonimo Ahmed Ibrahim, diffusa in un rapporto del maggio scorso da Human Rights Watch (Hrw).

La gola di al-Hota a 85 chilometri da Raqqa (centro nel nord della Siria, eletta a “capitale” del Califfato) e vicina alla città di Suluk, oggi controllata dai ribelli dell’Esercito nazionale siriano (Sna) sostenuto dalla Turchia, era una volta meta turistica e luogo di ristoro per gli abitanti del territorio. Non si conosce l’esatta profondità di quell’imbuto, ma si pensa che arrivi fino a 50 metri. La leggenda – tramandata dagli abitanti del posto affascinati e al contempo impauriti da quell’incavo – narra che una creatura femminile immaginaria, al-Sa`lawah, mangiasse chiunque osasse scendere, allo stesso modo quel paradiso perduto si è trasformato in una gola famelica che ha fagocitato, racconta il dossier di Hrw, centinaia di persone fra attivisti, operatori umanitari, giornalisti, apostati, “seguaci di satana” e residenti che non volevano piegarsi ai dettami dei miliziani. La fossa comune potrebbe rivelare il destino di centinaia di persone scomparse nel territorio. Resti umani, la cui riesumazione appare molto difficile ma non impossibile, proprio perché giacciono anche al di sotto della superficie dell’acqua che si trova alla base della gola.

Gruppi di volontari locali di Raqqa, attualmente sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Sdf), hanno condotto dei recuperi parziali. E come prevedibile, in un Paese che vive la guerra da dieci anni e ora impegnato pure nella battaglia contro il Coronavirus, il sito non è protetto e non sono presenti squadre al lavoro ad al-Hota, area attualmente controllata da Ankara. Nel marzo 2013, un anno prima che l’Isis prendesse il totale controllo di Raqqa, milizie anti Hassad e gruppi islamisti come Ahrar al-Sham, il fronte al-Nusra, la brigata Hudhayfah ibn al-Yaman, e gruppi affiliati all’Esercito libero siriano (Fsa) attaccarono la città, uccidendo diversi soldati governativi. Un mese dopo, scrive Hrw, un attivista lancia su fb dei video, che lo riprendevano mentre denunciava la presenza di corpi gettati in quella che era diventata una discarica di carne umana. Dopo appena tre mesi, padre Paolo Dall’Oglio veniva rapito proprio a Raqqa dalle milizie islamiste.

Faysal al Bello, con le sue varie declinazioni Faysal Belo e Faisal Blou era, come riferisce la fonte al giornalista siriano, una figura di spicco del Daesh. Incrociando il rapporto di Hrw e i dati rilevati sia dall’organizzazione Violations Documentation Center of Northern Syria – una ong che si occupa di documentare e portare alla luce le violazioni dei diritti umani sin dallo scoppio della guerra civile siriana – sia dal Rojava information centre (Ric), che lo scorso 9 ottobre ha redatto un rapporto molto dettagliato “Former Isis members now part of Turkish-backed forces in Sere Kanye and Tel Abyad”, siamo riusciti a tracciarne il profilo.  

Rojava-Information-Center-Database-Former-ISIS-Members-Now-Part-of-Turkish-Backed-Forces-1

Entrambe le organizzazioni hanno identificato e raccolto informazioni su 80 ex combattenti dell’Isis e di al-Qaeda, che sarebbero andati a ingrossare le file della milizie del Sna nelle città del nord-est siriano, Sere Kaniye e Tel Abyad, sin dai primi giorni dell’occupazione turca del 9 ottobre 2019, che causò 200 vittime civili e lo sfollamento di 200 mila persone, fra cui 80 mila bambini, rivela lo scorso marzo il rapporto Onu della Commissione internazionale di inchiesta sulla Siria. Nella lista dei jihadisti anche Faysal Bello Qiyadi, alla guida del gruppo islamista chiamato Brigata al-Qadsiyya. Nel settembre 2012 insieme ad altri gruppi armati antigovernativi, sequestra un posto di blocco governativo sulla strada tra Tal Abyad e Suluk. «Un video girato dopo i combattimenti e registrato da qualcuno che si è identificato come componente dell’Ufficio media della Brigata Qadsiyya – scrive Hrw – mostra almeno 16 cadaveri di soldati che giacciono vicino al checkpoint». Due residenti locali riferirono che i miliziani di al al-Qadsiyya dissero loro di aver scaricato i corpi dei soldati ad al-Hota.

Le testimonianze raccolte fra il 2019 e il 2020 dal Ric, che ha intervistato alcuni membri del Daesh catturati dalle Sdf (le forze della coalizione anti-Isis), svelano «la Turchia avrebbe permesso ai miliziani dell’Isis di attraversare il suo territorio per lanciare attacchi contro posizioni curde, durante gli assalti alle città di Kobane e Tel Abyad», si legge nel documento. Avrebbe anche «acquistato petrolio dall’Isis tramite intermediari e permesso ai combattenti delle bandiere nere di entrare nel suo territorio per cure mediche: trasferito camion di armi, mascherati da aiuti umanitari, nel zone controllate dagli islamisti». Faysal Bello Qiyadi nasce a Tel Abyad, si unisce all’Isis da emiro, trascorrendo un periodo di tempo con la formazione islamista in Iraq; ritorna in Siria e successivamente si sarebbe trasferito in Turchia, quando il Califfato comincia a perdere fette di territorio. Avrebbe partecipato nel 2019 all’operazione “Sorgente di pace” contro le città al confine nordorientale e ora sarebbe di stanza ad Ayn al-Arus; sarebbe stato presente anche a recenti incontri a Tel Abyad con la famiglia al-Aqal, anch’essa nell’Esercito nazionale siriano.

La stessa Commissione indipendente d’inchiesta dell’Onu fra febbraio e marzo denuncia atti di saccheggio e furto delle proprietà degli abitanti del nord-est siriano, da parte di gruppi armati sotto l’egida dell’Esercito nazionale siriano «commettendo il crimine di guerra di saccheggio e violando ulteriormente il diritto al godimento dei beni e delle proprietà. La Commissione osserva inoltre che vi sono fondati motivi per ritenere che membri di gruppi armati al seguito dell’Esercito nazionale siriano, abbiano commesso crimini di guerra quali trattamenti crudeli, maltrattamenti e torture». 

Nonostante la significativa presenza di ex jihadisti del Daesh fra i ranghi del Sna, tuttavia, esistono grandi differenze tra l’ideologia, la struttura interna e la pratica delle due organizzazioni. Sna comprende un’ampia gamma di gruppi, alcuni dei quali aderiscono alla dottrina salafita e può contare su 35mila unità. «Le milizie sostenute dalla Turchia spesso lavoravano al fianco di Jabhat al-Nusra – spiega ancora il Ric – e insieme applicavano un’interpretazione rigorosa della Shari’a, con punizioni imposte, torture e altri maltrattamenti per presunte infrazioni, nonché violenze ad avvocati e attivisti della società civile di cui non si ha più traccia. Fonti locali indicano che ad Afrin, Sere Kaniye e Tel Abyad, alcuni gruppi hanno continuato a imporre questa ideologia». Oltre Faysal Bello, fra gli ex miliziani Isis passati nel Sna ci sarebbero, stando al rapporto del Ric, Saed al-Shahed al-Antare, della tribù di al-Mshur, originario di Mstirhet Antere (Tel Abyad). Ha lavorato nell’emni (la sicurezza interna) a Raqqa, nella cosiddetta ‘prigione nera’; fuggito in Turchia dopo la caduta di Raqqa, ora è di stanza a Tel Abyad, dove lavora come traduttore con Faysal Belo. Fadel al-Aqal, di Suluk, membro della divisione Hamzat, operava sempre a Raqqa ed era una figura autoritaria insieme al fratello Faiz al-Aqal, già wali (governatore) della città. Quest’ultimo, pure lui proveniente da Suluk, era stato imprigionato dal governo siriano per atti terroristici nel 2008; liberato dall’Fsa nel 2013, entra a far parte di Jabhat-al-Nusra prima di unirsi al Califfato. Assume la carica di wali di Raqqa, vicino ad Abu Bakr al-Baghdadi era responsabile delle finanze del gruppo e della logistica. Di lui, si diceva che fosse il nuovo emiro dell’Isis dopo l’assassinio del suo mentore. Partecipa ad alcuni incontri a Tel Abyad e, insieme altri membri della famiglia al-Aqal, cercava di stabilire una forza locale sotto il proprio controllo nella regione intorno a Suluk. Assassinato da un presunto attacco di droni americani ad al-Bab, occupata dai turchi, il 20 giugno scorso, aveva una falsa carta d’identità turca al momento della sua morte.

Infografica – Comparazione tra Isis e Sna
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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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