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Nagorno-Karabakh, le ragioni della contestata delegazione italiana a Baku. Rizzotti: “E’ stata una missione di verifica e di pace. Stupiscono minacce”

Trascoso un mese da quel 10 novembre, quando il premier armeno Nikol Pashinyan  firmò il «doloroso» accordo con i presidenti di Azerbaigian e Russia per porre fine alla guerra nella contesa enclave del Nagorno-Karabakh, due delegazioni italiane sono andate in visita ufficiale a Baku e nei territori interessati dal cruento conflitto che ha interessato la regione in queste ultime sei settimane. Il primo gruppo, composto da parlamentari, il 5 dicembre scorso e il secondo dalla rappresentanza di governo con il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, che ha incontrato il presidente azerbaigiano Aliyev, per discutere di pace ma anche di questioni di carattere economico e commerciale (già lo scorso febbraio il capo di Stato azerbaigiano era stato a Roma per presiedere il Business forum italo-azerbaigiano). L’accordo del cessate il fuoco siglato con la mediazione di Mosca e mal digerito da una parte della popolazione armena, impone a Erevan di lasciare agli azeri la porzione di regione che controllava dagli anni Novanta.

Una disputa territoriale fra i due popoli che non si è mai veramente risolata; dalla proclamazione nel settembre del ’92 della Repubblica del Nagorno-Karabakh – non riconosciuta dalla comunità internazionale- alla creazione del Gruppo di Minsk dell’Osce, con lo scopo di incoraggiare una soluzione pacifica e negoziata dopo la guerra del 1988-92. Migliaia le vittime e quasi un milione gli sfollati in quel drammatico periodo (circa 400mila armeni e 500mila azeri residenti in Armenia, Nagorno Karabakh e territori limitrofi), ma di fatto nessun vero “addio alle armi” , perché nel corso degli anni permane una situazione di latente ostilità lungo il confine fra il Nagonrno-Karabakh e l’Azerbaigian. Nel 2016 si sfiorò un’altra guerra, che causò altre centinai di morti e scontri violenti, non a caso venne ribattezzata “Seconda guerra del Nagorno-Karabakh”  e  a distanza di appena quattro anni, un nuovo aspro conflitto il 27 settembre scorso. Una “Terza guerra” in quella regione, per l’elevato numero di vittime militari da ambo le parti: 5.100 il numero stimato, di cui 2.873 azeri e 2.317 armeni, e numerosi i giovani combattenti dispersi. Mentre sarebbero oltre 100 mila gli sfollati dell’Artasakh, fuggiti per trovare riparo in Armenia. Incerto anche il numero di civili uccisi. Amnesty International denuncia che forze armate di Azerbaigian e Armenia avrebbero commesso crimini di guerra, con esecuzioni extragiudiziali, decapitazioni, maltrattamenti ai danni di prigionieri e profanazione di cadaveri di soldati nemici. In particolare, due video mostrerebbero le decapitazioni  di due anziani per mano di militari in divisa azera, mentre un terzo filmato testimonierebbe una guardia di confine azera cui viene tagliata la gola. La notizia era stata diffusa da il Guardian, che ha raccolto interviste con gli abitanti del villaggio di Madatshen e i parenti, sottolineando come continuino ad emergere testimonianze di torture e uccisioni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco. Le vittime, Genadi Petrosyan (69 anni) e Yuri Asryan (82 anni), entrambi armeni erano rispettivamente del villaggio Madatshen e Azhok.

Azioni orribili, che hanno spinto l’associazione per i diritti umani a sollecitare l’avvio di indagini indipendenti volte a identificare i responsabili. Oggi, in un clima quanto mai teso, a difendere la pace in quei martoriati territori 2.000 soldati russi, stanziati per almeno cinque anni nel corridoio di collegamento del Caucaso meridionale. In questo scenario la visita della delegazione italiana, una delle prime del mondo Occidentale a recarsi a Baku dopo gli scontri, ha suscitato diverse reazioni e scatenato il web. Abbiamo cercato di capirne le ragioni, parlando con una deputata che ha partecipato alla missione, la senatrice di Forza Italia Maria Rizzotti.

Infografica – La biografia dell’intervistata Maria Rizzotti

Qual è stato lo scopo della vostra visita in Azerbaigian?  

La missione della nostra delegazione era proprio di verifica e di pace. So che i cittadini armeni hanno contestato la scelta della pace al governo armeno e questo non è certamente un bel segnaleIl governo azerbaigiano, anche durante l’incontro che abbiamo avuto con il presidente Ilham Aliyev, ha ribadito che in tutti i territori liberati dall’occupazione armena possono vivere gli azerbaigiani in pace ed armonia con gli armeni. Per quanto riguarda l’autoproclamata così detta “Repubblica del Nagorno Karabakh”, questa non è stata riconosciuta da nessuno, neppure dal governo armeno. Ci sono state negli anni risoluzioni del Consiglio d’Europa, della Nato e dell’Onu, sulla restituzione dei territori azeri occupati e per trovare il modo di stabilire una pace duratura. Si tratta di atti deliberati a livello internazionale. Aggiungo che stupisce l’atteggiamento di Erevan perché già solo a Baku, ad esempio, vivono 20 mila armeni in perfetta tranquillità e l’Azerbaigian è stata la prima repubblica musulmana laica ad aver concesso il diritto di voto alle donne nel 1918, prima ancora degli Stati Uniti (che lo riconobbe nel 1920, ndr), quindi la convivenza pacifica tra religioni diverse è sempre stata una loro caratteristica. Non a caso, durante le feste religiose il capo spirituale di una comunità invita un suo omonimo di un altro gruppo di etnia e religione diversa. Una pacifica coesistenza fra armeni e azeri è già una realtà in molti luoghi, non solo a Baku ma anche in altri Paesi extraeuropei. Quindi, mi stupisce questo atteggiamento così rigido da parte dell’Armenia.

Noi però abbiamo notizie diverse. Proprio gli anni che precedettero lo scoppio della guerra del 1988 in Nagorno Karabakh, furono segnati da violenze da entrambi le parti. Una difficile convivenza, caratterizzata da rappresaglie reciproche, vendette e pogrom come quello di Sumgait, città poco distante dalla capitale Baku, quando bande armate di azeri assaltarono i quartieri armeni scatenando una “caccia all’uomo”, che provocò secondo fonti dell’epoca, 30 morti e centinaia di feriti.

Io non mi baso sulle cose riferite, ma sui fatti. Se la parte armena non avesse avviato rivendicazioni territoriali sull’Azerbaigian, il conflitto non ci sarebbe stato. Vorrei ricordare ad esempio, la strage di Khojaly, quando furono massacrati più di 600 civili azeri durante una sola notte. In generale, il conflitto ha costretto un milione di profughi azeri ad abbandonare le proprie terre.

Non le sarà sfuggito che ad aver fornito supporto all’Azerbaijan in questi ultimi mesi sia stata la Turchia, che ancora oggi non riconosce il genocidio armeno

Guardi sul fatto che la Turchia si rifiuti di riconoscere il genocidio armeno, so che non si è raggiunto un accordo, perché Erdogan aveva dimostrato la sua disponibilità per la creazione di una commissione composta da esperti internazionali, che potesse approfondire i fatti, ma la proposta non venne accolta dall’Armenia (il massacro di 1,5 mln di persone da parte dell’impero Ottomano è stato riconosciuto da 20 Paesi, Italia compresa e lo scorso anno anche dalla Camera dei Rappresentanti Usa, atto che per Ankara non ha nessun valore, ndr). La Turchia ha sostenuto moralmente l’Azerbaigian, invocando la piena implementazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite. La Russia, sebbene sia un paese vicino all’Armenia, ha sempre detto “noi interverremo in difesa dell’Armenia se sarà attaccato il suo territorio”; cosa che l’Azerbaigian non ha mai fatto, perché la riconquista è avvenuta esclusivamente nei territori occupati da Erevan. Purtroppo abbiamo visto i bombardamenti con bombe a grappolo nelle città azere. Le guerre sono sempre estremamente brutte, il mondo occidentale deve poter giungere a far trovare una convivenza e una pace fra i popoli. Credo, inoltre, che alimentando e ricordando l’esodo degli armeni dalla Turchia dal 1915 in poi, ogni parte avrà da dire la sua. Ma se noi ci basiamo su quello che è il passato, è come se dopo la seconda guerra mondiale i Paesi avessero continuato a dire “guarda l’eccidio che avete commesso da noi, piuttosto che da un’altra parte”, non si sarebbe mai raggiunta la pace.

Infatti, la guerra non dovrebbe mai essere il mezzo per raggiungere il fine: la pace. La storia, però, ci insegna a non ripetere i gravi errori commessi e a non dimenticare. Come nel caso delle atrocità commesse dal nazifascismo e dai regimi più in generale…

Non può esserci pace senza giustizia. Non a caso le comunità internazionali hanno sempre fatto delle risoluzioni con l’obiettivo di raggiungerla, ma liberando i territori occupati, come nel caso dei sette distretti azeri presi dagli armeni.

A tal proposito, il professor Gerard Libaridian, già consigliere dell’ex presidente armeno  Levon Ter-Petrossian, ha dichiarato in una recente intervista che le quattro risoluzioni andavano contestualizzate perchè “furono adottate durante il periodo della guerra e miravano a un cessate il fuoco. Si chiedeva che l’Armenia usasse la sua influenza sulla leadership del Nagorno Karabakh per attuarle. Queste risoluzioni non considerano la Repubblica di Armenia come responsabile dell’occupazione dei sette distretti”. Lei cosa ne pensa?

Innanzi tutto, al di là del cessate il fuoco, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU invocavano il ritiro di tutte le forze di occupazione dai territori dell’Azerbaigian, cosa non avvenuta per 27 anni. Inoltre durante gli anni successivi sono state adottate numerose altre risoluzioni da vari organismi internazionali, inclusa quella del 2008 dell’Assemblea Generale dell’Onu, che considerano la Repubblica dell’Armenia come responsabile dell’occupazione dei territori dell’Azerbaigian e  anche esse chiedevano il ritiro delle forze armate dell’Armenia dai territori azeri. Io posso dirle anche che questi famosi distretti occupati sono stati oggetto di totale distruzione di tutte quelle che erano le realtà abitative, religiose, industriali e agricole. Poi, secondo lei se io mi sento insicuro in un Paese, che faccio, lo occupo? E come mai si sentivano insicuri lì e non a Baku, ad esempio, dove c’è una comunità armena molto importante e una chiesa armena nel centro di Baku? In ogni caso le leggi dell’Azerbaigian permettono una naturale convivenza civile e religiosa. Non c’è persecuzione.

Ha provato a chiedere al governo armeno o alla sua ambasciata in Italia risposte in merito a quello che ha appreso e sentito?

Io non mi baso su quello che mi è stato detto, ma su risoluzioni internazionali. Certamente quello che ho visto, è stato quello che abbiamo riportato come delegazione. La nostra non è una posizione pro Armenia o pro Azerbaigian. La missione svolta è stata di osservazione e di pace e le dirò di più: sono veramente molto colpita per tutte le minacce che noi membri della delegazione riceviamo tutti i giorni e delle quali si occuperà la polizia postale. Perché se devo dirle la mia impressione, persone che ci minacciano di morte perché da parlamentari siamo andati in quei territori, non mi sembrano così pacifiche e che vogliano la pace. Le ripeto, sarà la polizia ad occuparsene, perché riguardo alle offese e agli insulti sappiamo che è tipico della rete, le minacce fisiche sono altra cosa e appartengono ad altro ambito.

La nostra solidarietà. Auspichiamo che si faccia luce su questo e che si tratti dei soliti pavidi “leoni da tastiera” che sfogano le loro frustrazioni gettando fango sulla vittima designata.

Noi siamo una delegazione parlamentare che non si è schierata né da una parte né dall’altra, perché vogliamo la pace in quelle regioni. E’ stata fornita una visione distorta sulle ragioni del conflitto, perché non si tratta di una guerra di religione e questo non viene sufficientemente detto. Erdogan, schierandosi, ha sfruttato il fatto che l’Azerbaigian confina con tre nazioni che vorrebbero ricreare un impero: parlo della Turchia, dell’Iran, della Russia. Hanno a due ore di auto la Cecenia. Vogliono rimanere un Paese musulmano laico, con assoluta libertà di religione. Le donne hanno un ruolo importante nella società ed occupano posizioni di rilievo nella pubblica amministrazione. Questo è un segnale molto importante, perché sappiamo come in genere il mondo islamico consideri la donna. Non è un fatto da sottovalutare.

Cosa pensa, invece, dell’invio di mercenari siriani da parte della Turchia in Nagorno- Karabakh durante le fasi più intense del conflitto?

Questo lo dice lei e le sue fonti. Io so che questo fatto è stato negato e non ci sono prove di ciò, io mi baso sulle evidenze. So che invece brigate di armeni sono partite dal Libano e da altri paesi per combattere. Nessuna comunità internazionale, né tanto meno i russi che sono lì, hanno confermato questa presenza. A livello ufficiale, da parte dell’Azerbaigian, non è mai stata riconosciuta la presenza di queste persone. Invece le stesse autorità armene hanno riconosciuto la presenza di mercenari di origine armena, provenienti da altri paesi, nelle file dell’esercito. Gli esiti delle bombe a grappolo sulla popolazione azera, li abbiamo visti coi nostri occhi. Hanno anche cosparso tutti i territori riconquistati di mine, per cui ci vorranno anni per bonificarli. Se si continua a pensare a quello che l’uno o l’altro possono aver fatto nei rispettivi confronti, si alimenta la non volontà di pace. Che, invece, è stata ufficialmente dichiarata da parte dell’Azerbaigian, affermando che gli armeni dei territori liberati saranno i benvenuti.

Sentirete, a questo punto, anche la parte armena?

Noi sentiremo tutti, perché siamo assolutamente super partes. Certamente la loro reazione alla pace, mi riferisco alle proteste davanti al palazzo del governo, non è quella che potrà ispirarla, altrimenti le minacce di morte come delegazione parlamentare non le avremmo ricevute. Mi auguro che ci sia una soluzione di pace duratura e continua e il senso della nostra missione era pure questo: rafforzare i dialoghi. Dobbiamo superare questa fase sicuramente difficile e informare e far capire, malgrado l’enorme tragedia del popolo armeno di 100 anni fa – a cui il popolo azerbaigiano è totalmente estraneo, che la pace non può essere fatta continuando a vivere e a guardare al passato. La guerra non porta prosperità economica agli Stati e questo sarebbe il primo motivo per poter finalmente chiudere un capitolo, con la giustizia per le parti in causa, pensare allo sviluppo dei territori del Paese.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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