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Nadav Eyal con il suo Revolt, vede la rivoluzione dove le élite voltano lo sguardo dall’altra parte

Sono passate poche settimane dall’uscita in Italia di “Revolt“, l’ultimo lavoro del giornalista Nadav Eyal, già vincitore del premio Pulitzer israeliano Sokolov Award. Eppure nonostante nel frattempo abbia già divorato numerosi romanzi e saggi, continuo a riflettere sulla profondità del nuovo lavoro di Eyal: una delle fotografie, tradotte in testo, più vivide dei cambiamenti che sta subendo il mondo in questi ultimi decenni. Non siamo di fronte a una semplice ricostruzione storica del periodo di decadenza che sta vivendo l’Occidente, le sue élite e la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. Piuttosto quando si legge questo scritto si entra in un vero e proprio manifesto di sopravvivenza per chi non si arrende al mondo moderno, alle sue liturgie, all’ottimismo profuso a grandi dosi per cloroformizzare l’opinione pubblica. Parliamone con l’autore di questo meraviglioso “viaggio-inchiesta”.

Infografica – La biografia dell’intervistato Nadal Eyal

– Come nasce l’idea di scrivere questo libro?

Una volta rientrato dagli Stati Uniti dopo l’elezione di Trump, mi è stato offerto un contratto letterario da due editori israeliani. Avevo comunque iniziato a scrivere già prima. Durante il 2016 avevo creato una serie di brevi documentari che spiegavano come Trump avrebbe potuto vincere le elezioni, anche se i sondaggi non gli davano alcuna chance. Quando poi vinse, e dopo la Brexit, per me era chiaro come egli fosse soltatno un altro pezzo di quel mosaico che io chiamo REVOLT.

– Siamo sicuri che sia stata solo la Seconda Guerra Mondiale a creare l’Epoca che lei definisce della Responsabilità? E non anche una statura diversa dei leader mondiali?

Concordo sul fatto che vi siano state diverse cause a condurre a un’epoca della Responsabilità, e certamente l’identità dei leader, nonchè il loro carattere, ha costituito un fattore cruciale. Ma la questione è differente. Per quale motivo vi erano quei leader, che soprattutto erano tradizionali, che non erano particolarmente carismatici, ma erano molto efficenti, e perché gli elettori scelsero proprio loro? Credo che la risposta risieda nel fatto che ricordando la guerra, populismo e nazionalismo – cioè in pratica tutte le forme di estremismo – fossero rifiutati dalle masse, le quali avevano visto il mondo bruciare e ora cercavano persone responsabili che avessero a questo riguardo i loro stessi sentimenti. La memoria è il principale elemento determinante nelle decisioni di carattere politico.

– Quelli che lei chiama ottimisti crede che si sentano ancora tali? E non è che la propria supponenza e la non accettazione del diverso da loro continui ad alimentare la rivolta?

Di solito rimangono ottimisti. E anche la seconda parte della domanda è esatta: la rivolta prosegue perché le élite non provano nemmeno ad accorgersi che essa esiste. Faccio un esempio: lodare continuamente i successi delle idee illuministiche non necessariamente indurrà le persone a proteggere tali idee. È il classico errore delle élite che sono sotto attacco: “Basterà convincerli che la loro vita è migliore di quella che vivevano i loro genitori, così non voteranno per i Trump sparsi per il mondo”. Non funziona così.

– Siamo certi che i nemici dell’illuminismo siano i rivoltosi?

No, non lo siamo. I nemici del progresso e dell’illuminismo sfruttano l’energia della rivolta per aprirsi la propria strada, per prendere il potere, per ottenere supporto. Stanno canalizzando un’opinione comprensibile e giustificabile a beneficio delle loro vecchie credenze, che possono essere l’odio razziale o il fondamentalismo oppure il buon vecchio populismo ciarlatano.

– La globalizzazione ha ancora un futuro?

Certamente lo ha. La questione è: quale tipo di globalizzazione? Una decadente? Una che contribuisce alla distruzione dell’ambiente sul nostro pianeta? O magari un nuovo tipo di globalizzazione di nazionalisti o di fondamentalisti? La risposta consiste nel fatto che abbiamo bisogno di trasformare e aggiornare l’edificio politico della globalizzazione del secondo dopoguerra. Se avremo sempre a che fare col sistema vecchio, allora esso continuerà a fallire e le persone cercheranno modi nuovi, dei quali molti – io credo – sono pericolosi.

Si è ridotta la povertà certamente, ma le classi medie si sono impoverite. Sono loro che stanno rendendo vincenti gli estremismi?

Qui dobbiamo essere molto precisi. In molti posti del mondo la classe media non si è impoverita in termini assoluti: ha perduto una parte del reddito nazionale, mentre la diseguaglianza è diventata un potente motore del malcontento. Tuttavia in Asia, ad esempio, non è accaduto che la classe media sia stata danneggiata, ma che sia improvvisamente comparsa una classe media. Il punto che voglio sottolineare è questo: la comprensione delle difficoltà che la classe media affronta per sopravvivere e prosperare non deve limitarsi a ciò che riguarda le entrate o persino il tenore di vita, ma deve riguardare anche la sensazione di sicurezza che la classe media ha perso, così come il numero di ore lavorative che sono diventate di più in molti luoghi o la percezione culturale di insicurezza che talvolta rafforza i tradizionalisti. Le classi medie sono una componente essenziale di ogni rivoluzione, e una buona parte di esse (non tutte) scelgono la rivolta, come quegli anarchici greci che ho incontrato ad Atene: non erano cresciuti nelle comuni.

– Molti parlano dell’effetto farfalla. Eppure nel suo racconto della giornalista pakistana non sembra essere avvenuto, anzi la storia pare avvitarsi su se stessa e resistere ai cambiamenti.

Esatto, non racconto questa storia come un esempio dell’effetto farfalla, ma come un modo in cui funziona la nostra globalizzazione (capeggiata da una superpotenza che ha finanziato una conferenza di giornalisti israeliani e pakistani), un modo che prende vita a sé stante (l’intervista con Shimon Peres), un modo in cui naturalmente minaccia credenze di vecchio corso (il suo appello alla pace tra le due nazioni, che non intrattengono relazioni), e un modo in cui è osteggiata da coloro che credono che il cambiamento sia decandenza. Se state comunque cercando un effetto farfalla, allora guardate quello che scrivo con riferimento alla guerra in Siria. Putin e Assad volevano creare una crisi di profughi in Europa, di concerto con l’intelligence americana. Lo hanno fatto. Quella crisi è servita a distruggere l’Unione Europea, dando linfa ai nazionalisti e aiutando la Brexit e contribuendo anche all’elezione di Trump, che ha usato le immagini dei profughi siriani in Europa nella sua campagna televisiva. È stata una farfalla molto cattiva…

– L’avvento dell’intelligenza artificiale non potrebbe essere il colpo di grazia per la globalizzazione convincendo sempre più gente a sposare la rivolta?

Probabilmente no. Tucker Carlson di Fox News dice che prevenire l’avvento di auto e camion a guida automatica proteggerà i posti di lavoro di milioni di americani. Potrebbe avere successo nell’impedire una cosa del genere? Non credo. Per farlo dovrebbe cambiare addirittura lo stesso tessuto di base dell’economia libera e liberista. L’Intelligenza Artificiale sarà veramente il combustibile della rivolta soltanto se essa comporterà una continua perdita di posti di lavoro per le persone, ma ho idea che gli Stati, in particolare dopo il COVID, si accorgeranno di doversi occupare dei propri cittadini.

– La pandemia sta avendo l’effetto di una guerra. Può contribuire alla creazione di una nuova era della Responsabilitá?

È una domanda fantastica. Abbiamo visto come Trump abbia perso negli USA, ed era considerevolmente più forte prima del COVID. Chi hanno eletto gli americani? Un vecchio senatore del Delaware, la personificazione stessa di Washington DC. Non credo che qualcosa del genere avverrà ovunque, ma occorre ricordare un’altra cosa: ci sono stati leader populisti che hanno operato molto male, ma vi sono stati altri leader autoritari o populisti che hanno fatto un bel lavoro, come in Cina ad esempio. Penso che nell’Unione Europa, almeno dopo la corsa a ostacoli ai vaccini, i leader di carattere responsabili non diventeranno più forti: guardate la Merkel oggi.

– Il Medio Oriente è una polveriera, ma secondo la sua esperienza ció è frutto della globalizzazione o del fatto che alcune forze straniere continuano l’opera di colonizzazione verso questi territori?

Credo vi sia compreso tutto ciò che viene espresso nella domanda: in Medio Oriente abbiamo le interferenze post-colonialiste e dell’economia internazionale, ma vi è anche il sorgere del fondamentalismo di Stato in Iran e in Arabia Saudita. Non appartengo al gruppo di coloro che cercano di spiegare tutto attraverso l’analisi post-coloniale, ma al momento ritengo che ciò che sta accadendo sia più il frutto di un azione locale contemporanea.

– La rabbia degli sfruttati della globalizzazione è irreversibile?

No, non lo è assolutamnte. Le persone non sono marionette tirate dalle loro stesse emozioni. Noi tutti desideriamo una vita dignitosa. Quelli che erano sfruttati si riscattano. La Cina ha vissuto un secolo di umiliazioni, ma oggi sta diventando una superpotenza.

– La pandemia metterà fine ai danni ambientali causati anche dalla globalizzazione?

Non vi è alcun fondamento per pensarlo. Le persone torneranno subito al loro vecchio stile di vita e l’economia sarà l’elemento più importante. Il cambiamento arriverà in quanto risultato di un’azione politica mirata a contrastare le due minacce esistenziali che pendono su tutte le creature di questo pianeta: la crisi della biodiversità e la crisi climatica.

– L’autodifesa della globalizzazione secondo Lei è compatibile con la censura sui social?

Non credo in nessun modo alla censura. Sono invece convinto che se un fornitore di contenuti trae profitto dai discorsi di odio che pubblica e prende soldi per una pubblicità piazzata vicino ad esso, allora dovrebbe essere ritenuto responsabile per questo. In alcuni Paesi è illegale diffondere parole di odio o bugie sui vaccini, mentre in altri è legale. La legge dovrebbe comunque applicarsi anche a Facebook, e i politici non dovrebbero avere paura di affrontare questo tema.

– E il Big Tech potrebbe contribuire alla nuova dittatura di questo millennio? Perchè è vero che ci sono i complottisti ma c’è anche lo strapotere incontrollato di piattaforma sociali che ormai paiono essersi tramutati in editori.

Non ho alcun dubbio che il Big Tech avrà il suo posto nell’autoritarismo della nostra epoca. Il motivo per cui non ho dubbi è che ciò sta già accadendo. La Cina è nel mezzo della più ambiziosa campagna di tutti i tempi per il monitoraggio, il tracciamento e la marchiatura sociale dei suoi cittadini. A parte questo, non mi sento rassicurato dal fatto che Trump venga bannato per sempre da Twitter, perché non voglio che quegli informatici di San Francisco programmino le nostre vite. La soluzione è di fare ciò che abbiamo fatto con il monopolio dell’informazione giornalistica: spezzarlo. La concorrenza è la soluzione sia a livello economico che di valori.

– Gli estremismi non nascono forse come risposta ad altri estremismi? La globalizzazione non è forse diventata estremista?

È un’altra bella domanda, se la chiedete ai radicali, naturalmente. Bodriad ha scritto ampiamente di come resistere alla globalizzazione sia diventato radicale e viceversa. L’attuale globalizzazzione, coi suoi valori liberali, dà forza all’individuo locale ma al tempo stesso lo utilizza. Nel mondo della rivolta il locale è costantemente sotto attacco e costantemente sfidato da potenze straniere che creano una sensazione di arbitrarietà. È un’esperienza estrema vedere che qualcuno arriva sulla tua isola e inizia a scavare nelle montagne, modificando il paesaggio.

– Quale episodio raccontato nel Suo libro descrive meglio la tesi che vuole sostenere?

Penso siano le conversazioni dei terroristi con il loro addestratore a Mumbai: si può vedere la loro fascinazione verso la globalizzazione, ma al tempo stesso l’odio che comunque provano verso di essa. E si vede anche come l’apparenza di una cosa sia cruciale, l’immagine e la maniera in cui l’addestratore parla con loro: vediamo il fuoco e il fumo. Parla con loro attraverso un telefono satellitare, un sistema globale che usa i satelliti per bruciare e uccidere le persone e per fare al mondo un discorso fondamentalista. Tuttavia quegli hotel e quei posti sono ancora là, ricchi esattamente come prima. È il Sisifo della resistenza contro la globalizzazione. Proprio come Sisifo, il fondamentalista spinge il suo masso sanguinario fino alla cima della collina, ma esso non riesce a rimanere lassù. Il mondo che immagina, che è glorioso da un punto di vista religioso o razziale, non esisterà mai, ma sarà sempre inquinato dalle impurità di una complessa realtà globale e finirà per collassare su sé stesso. Però è proprio il viaggio che cambia il mondo, anche se fallirà.

– Secondo le Sue previsioni la globalizzazione verrà sempre più osteggiata o muterà soltanto?
Sono sicuro che muterà: il traino che l’economia rappresenta è molto forte.

– A quale tipologia di lettore è rivolto il suo libro?

In Israele il libro è stato molto letto dai giovani, è diventato un libro che i saccopelisti portano con sé nei loro viaggi in Asia e in Sud America. Naturalmente con il mio libro mi rivolgo a chiunque, ma credo che a trovarvi un valore saranno le persone davvero interessate ai vettori del cambiamento, del cambiamento globale.

Infografica – La scheda del Libro Revolt

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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