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Mike Bloomberg, tra pompaggio mediatico e concrete possibilità di vittoria

Bolla mediatica con annesso flop o fiuto geniale alla luce della situazione politica? Non potrebbe esserci un personaggio più adatto del re dei media finanziari a cui rivolgere questa domanda. Sembrava che anche stavolta, come nel 2016, fosse più che altro una boutade, e invece Michael Bloomberg in campo ci è andato per davvero, irrompendo sulla scena politica statunitense in un modo quanto mai irrituale. Avendo deciso di candidarsi alle primarie a campagna elettorale già iniziata, il comitato centrale dei Democratici ha potuto ammettere Bloomberg solo per quegli Stati dove le liste erano ancora aperte. Gli elettori lo troveranno quindi sulla scheda solo a partire dal 3 marzo, giorno del Super Tuesday in cui i Democratici voteranno in 14 Stati. 

Difficile che quella di Bloomberg possa essere stata una scelta casuale. Piuttosto, c’è un’idea di strategia completamente differente rispetto a qualsiasi altra campagna mai vista finora per le primarie. Il comitato di Bloomberg sta spendendo i soldi per la pubblicità e gli eventi elettorali non secondo la timeline con cui si vota nei vari Stati (così come fanno quasi tutti i candidati, alla perenne ricerca del “momentum”), ma investendo in ogni Stato proporzionalmente al numero di delegati che assegna. Una scommessa curiosa, ma potenzialmente vincente alla luce di un quadro molto frammentato tra le varie candidature. Bloomberg sta inondando California, Texas, Florida e New York e sta trascurando gli Stati minori. Se gli riuscisse di vincere anche solo uno o due di questi big, diventerebbe non il candidato con più delegati, ma uno con abbastanza delegati da non poter essere ignorato.

Infografica – Primarie USA 2020, aspettando il Super Tuesday

Partendo da lì, ha in mente di muoversi solo con la forza dei suoi soldi. Conquistando centralità mediatica e sostegno politico dalla struttura del partito, potrebbe diventare il punto di unione di un fronte moderato, che quando è diviso ha poche o nulle possibilità di prevalere su Bernie Sanders. L’ipotesi di individuare Hillary Clinton come sua vice, fatta circolare da terzi e mai smentita dagli interessati, andrebbe anch’essa nella direzione di portare a bordo una figura politica certamente invisa a molti elettori, ma ancora parecchio determinante negli assetti del Partito Democratico. 

Intanto, oltre ai quasi 427 milioni di dollari usati per gli spot televisivi da novembre a febbraio – più di quanto abbiano speso tutti gli altri candidati messi insieme! – ha stanziato altri 60 o 70 milioni di dollari per il funzionamento dei suoi comitati elettorali, in giro per gli USA. Già più di 2000 dipendenti, con l’obiettivo di arrivare a 5000 subito dopo il Super Tuesday. In tutto, siamo prossimi al mezzo miliardo di dollari, e per la sola parte iniziale delle primarie. Per dare un’idea del volume dell’investimento: Trump, per l’intera campagna del 2015 delle primarie e poi quella elettorale del 2016 contro Hillary, spese circa 400 milioni. Bloomberg stesso ha dichiarato che se diventerà il candidato dei Democratici, metterà sul piatto fino a 10 miliardi di dollari per battere il Presidente in carica. Sono cifre mai viste prima, nemmeno nella milionaria politica a stelle e strisce, che accenderebbero una colossale macchina spinta da un esercito di decine di migliaia di persone in ogni angolo del Paese a fare campagna elettorale 24 ore su 24. 

Ma allora Bloomberg può davvero farcela a conquistare la nomination? Michael Bloomberg è stato preso di mira sin dall’inizio dagli altri Democratici con l’intento di ridicolizzarlo più che di osteggiarlo, secondo uno schema molto simile a quello con cui il mondo repubblicano aveva reagito alla candidatura di Trump. In effetti i due hanno qualche somiglianza: entrambi miliardari, fuori dagli schemi, sbucati fuor quasi all’improvviso e dati subito per spacciati. Ma il paragone regge fino a un certo punto. Quella di Bloomberg è un’operazione fatta quasi esclusivamente con i soldi e grazie ai soldi. Quella di “The Donald” fu invece un’intuizione di posizionamento politico unita a una straordinaria capacità comunicativa: capacità da cui Bloomberg, in particolare dopo la prima disastrosa uscita al dibattito di Las Vegas, dimostra di essere privo. Inoltre nel popolo Democrat c’è un flusso di entusiasmo verso Sanders che appare difficilmente contrastabile con la sola potenza dei dollari. Quindi al momento il duello Bloomberg vs. Trump sembra più una suggestione mediatica che una concreta possibilità. 

L’ardua sentenza spetta al Super Tuesday. Se Bloomberg facesse un flop, la sua campagna si sgonfierebbe rapidamente, portando probabilmente al ritiro dalla scena. Se invece dovesse vincere o almeno fare una buona figura, allora potrebbe essere l’inizio di una poderosa cavalcata. 

Ludovico Seppilli, torinese, 28 anni. Diplomato al Liceo Classico Valsalice di Torino e poi laureato in Economia e Commercio all’Università di Torino con una tesi sulla politiche di Margaret Thatcher. Con una grande passione per la politica sin da bambino, ha fondato nel 2011 il think-tank giovanile Muoviti Per la Novità, di cui è tutt’ora Presidente, attivo nella promozione di eventi e incontri dedicati alla sensibilizzazione delle nuove generazioni sulle tematiche di attualità. Lavora prosso la Camera dei Deputati come assistente parlamentare ed è stato già parte del Gabinetto della Segreteria del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.

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