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Migranti, facciamo il punto con la senatrice Pacifico: “In Libia abbiamo un focus sulla violazione dei diritti umani e siamo intervenuti con l’invio di comparti militari”

TUNISI/ROMA, 3 agosto 2020 – Nelle ultime settimane stiamo assistendo ad un aumento delle partenze di migranti e rifugiati dalle coste nordafricane, in particolare da Libia e Tunisia. “Tra molti migranti se ne contano centinaia o forse migliaia di secondo ritorno. Ovvero tunisini che in passato avevano vissuto in Italia, rientrati poi in patria ed ora di nuovo in mare per tornare nel nostro Paese”. Ha dichiarato la senatrice del Movimento 5 Stelle Marinella Pacifico nei giorni scorsi“È palese che qualche passaggio informativo, anche a causa della instabile situazione politica tunisina, sia venuto a mancare. Forse attivare i canali diplomatici, ancora eccellenti, può servire a farci avere una situazione più o meno chiara di una fascia di popolazione tunisina, che a quanto pare, è disposta ad emigrare con carrette del mare. Considerare il fenomeno dell’immigrazione con le sole lenti italiane distoglie l’attenzione ad un fenomeno globale e riduce la politica a un mattinale degli sbarchi”. Ha aggiunto.

Se in Libia la situazione resta tesa per via del conflitto civile che si protrae dal 2011, in Tunisia lo scenario non è dei migliori. Dopo le dimissioni del Primo Ministro Elyas Fakhfakh, la scorsa settimana non è passata la mozione di sfiducia nei confronti del presidente del parlamento e leader del partito islamico locale Ennahdha, Rachid Ghannouchi. Con 97 voti a favore, 16 contrari, 18 nulli, e due voti in bianco, la mozione non ha raggiunto i 109 voti necessari per la sua approvazione. Ghannouchi aveva annunciato di aver accettato senza problemi la mozione di sfiducia presentata da 73 deputati per cattiva gestione dell’istituzione legislativa e violazione delle norme interne del Parlamento. Quattro i gruppi parlamentari firmatari: il gruppo democratico, Tahya Tounes, Riforma Nazionale, nonché indipendenti e membri di altri gruppi parlamentari, come il Partito Destouriano libero. Tuttavia, con Ennadha e il partito conservatore Karama, che hanno boicottato il voto per dimostrare la loro opposizione alla mozione, solo 16 parlamentari gli hanno offerto un sostegno formale. 

Il 25 luglio, il presidente tunisino Kais Saied, dopo dieci giorni di consultazioni con partiti politici e gruppi parlamentari, ha affidato il compito di formare il nuovo Governo al ministro uscente degli Interni Hicham Mechichi, che ha un mese di tempo non rinnovabile per creare la sua squadra e presentarla in Parlamento per la fiducia. Il compito del nuovo Primo Ministro sarà ora quello di raggiungere il maggior consenso attorno alla sua squadra di governo, in un momento socio-economico precario per la Tunisia. Il piccolo margine di vittoria di Ghannouchi, tuttavia, potrebbe indicare che Ennahdha dovrà ora affrontare un’opposizione più aggressiva in parlamento da parte di partiti che hanno votato contro di lui, ostacolando potenzialmente gli sforzi di Mechichi. Con l’economia in crisi, le proteste sociali sono già iniziate nel sud della Tunisia, nella regione di Tataouine. Ed un numero sempre crescente di giovani decide di emigrare per cercare un futuro migliore altrove.

“Ho effettuato diverse missioni in Tunisia come pure ho avuto interlocuzioni con i protagonisti della questione migratoria, quindi posso assicurare che è interesse reciproco provvedere alla soluzione del problema, avendo come priorità assoluta la tutela delle persone coinvolte”. Racconta a Strumenti Politici la senatrice M5S Marinella Pacifico, componente della Commissione Esteri di Palazzo Madama e segretario del Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione, già presidente della UIP sezione di amicizia Italia-Tunisia, che abbiamo raggiunto per fare il punto della situazione.

Infografica – Biografia dell’intervistata Marinella Pacifico

Senatrice, innanzitutto grazie per aver accettato questa intervista. Nell’ultima settimana stiamo assistendo ad un aumento delle partenze di migranti dalle coste nordafricane. Come spiega quest’incremento? 

“Il problema sta nella instabilità politica in cui versa attualmente la Tunisia, alle prese con la formazione di un nuovo Governo”.

Il ministro Di Maio ha affermato in una diretta Facebook che è necessario fermare le partenze per evitare una seconda ondata di sbarchi, tuttavia un recente rapporto dell’UNHCR intitolato “In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori”, evidenzia come la maggior parte dei migranti nella rotta del Mediterraneo centrale subiscono o assistono a indicibili brutalità e disumanità da parte di contrabbandieri, trafficanti, milizie e funzionari statali. Il rapporto ribadisce per l’ennesima volta che la Libia non è un porto sicuro. Quindi come intendete fermare le partenze? Non siete preoccupati per i diritti e la vita di queste persone? 

“L’Italia ha richiamato più volte la responsabilità dell’Unione Europea sulla ricollocazione dei migranti, come stabilito durante il vertice di Malta. L’Italia è un Paese accogliente e attento ai diritti umani, ma i flussi migratori sono un problema comune e insieme deve essere risolto”. 

Ad AL-Khums la scorsa settimana abbiamo assistito all’ennesimo incidente, tre migranti sono stati uccisi dai colpi di arma da fuoco della Guardia Costiera o dei miliziani dell’anti-immigrazione illegale. State valutando dei processi alternativi con i vostri partner europei per evitare altre stragi?

“Sono atti sui quali esprimiamo tutto il nostro dissenso. Anche durante l’approvazione delle risoluzioni di approvazione della relazione governativa sulle missioni internazionali il ministro Di Maio ha particolarmente tenuto a ribadire il nostro impegno riguardo lo sminamento dei territori libici”. 

Con la missione di sminamento nei territori libici occupati dalle truppe del generale Haftar l’Italia rientra nella partita libica dimostrando la lungimiranza della scelta iniziale di credere per primi nel governo Al-Serraj riconosciuto dall’Onu. Ora che l’esercito regolare libico ci chiama per sminare il territorio è giusto accettare per salvare vite umane e per tornare a giocare un ruolo da protagonista in Libia”

Senatrice Marinella PACIFICO del Movimento 5 Stelle, relazionando nell’aula di Palazzo Madama sulle missioni internazionali

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha spesso usato i migranti come arma di ricatto verso l’Europa, oggi controllando di fatto la Libia occidentale è potenzialmente in grado di velocizzare le partenze. Ecco, come vedete l’intervento turco in Libia? 

“Il presidente Erdogan non ha fatto altro che riempire spazi lasciati liberi. L’Italia ha una postura militare che non prevede scontri armati e la diplomazia ha tempi lunghi per la soluzione di conflitti tanto radicati su quello scacchiere. Il danno del 2011 lo abbiamo ancora vivo negli equilibri del mediterraneo allargato. L’Italia non ha mai smesso di interagire con i protagonisti del conflitto come dimostra costantemente il ministro Di Maio”. 

Non solo il COVID-19, ci sono numerosi rapporti indicanti il rischio di infiltrazioni jihadiste e mercenari siriani inviati da Erdogan in Libia tra i migranti diretti verso le nostre coste. Crede che sia un pericolo reale? 

“Abbiamo approvato la missione Takuba nel Sahel proprio per controllare e combattere il terrorismo. Investiamo sulla stabilità, necessaria per preservare la pace e l’economia del Mediterraneo. Va chiarito però che esistono modalità di immigrazioni diverse tra quella proveniente dalla Tunisia, che ha una matrice economica e politica, quella dalla Libia che riguarda i rifugiati e dall’Africa centrale quasi sempre economiche”. 

Di recente, l’Italia sta cercando una maggiore collaborazione con la Guardia Costiera tunisina, tuttavia anche questo Paese sta vivendo una crescente instabilità caratterizzata da una forte crisi economica e da un maggiore conflitto politico. Finanziare la Guardia Costiera non rischia di essere fallimentare anche in questo caso? 

“Da più fonti arriva il dissenso soprattutto per il timore di violazione dei diritti umani. Io sono per una soluzione economica del processo. Secondo me, le persone lasciano la loro terra per la speranza di una vita migliore. Fermare i flussi migratori si può, ma solo creando lavoro sostenibile. La Tunisia è un Paese convintamente democratico, che lotta dalla primavera araba per confermare questo status. Ma eventi tragici hanno costretto il Paese a chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale, a cui ha dovuto rispondere con tagli all’impiego pubblico e incentivi allo sviluppo del settore privato, passaggio non facile per la Tunisia che ha dovuto rinunciare a punti di Pil derivanti dal turismo a causa di attentati e ad avviare riforme costituzionali che ancora sono in corso”. 

O ci date più soldi, o facciamo partire i migranti. Non temete che questo finanziamento alla Tunisia ci renda in qualche modo ostaggio degli stessi gruppi incaricati di fermare le partenze come accade già in Libia? 

“I termini non sono questi. La Tunisia è un nostro punto di riferimento per la stabilizzazione del mediterraneo e a cui ci lega un lungo retaggio culturale e di amicizia. Sono presenti in Tunisia quasi 1000 imprese italiane e i fondi europei sono necessari per lo sviluppo economico di questo Paese. L’interesse è reciproco”. 

L’Italia tra l’altro ha elargito generose donazioni al Governo libico – direttamente o indirettamente attraverso le agenzie ONU – considerate le condizioni in cui versano i centri di detenzione libici, avete mai chiesto conto all’esecutivo di Fayez al-Serraj su come questi soldi sono stati spesi?

“Come dicevo nella precedente risposta, abbiamo un focus sulla violazione dei diritti umani e siamo intervenuti con l’invio di comparti militari. Se è vero che in Libia, come è vero, che risultano violenze nei campi assistiti dall’ONU, l’Italia ha fatto la sua parte nel denunciarlo, ma le Nazioni Unite hanno tutti gli strumenti per correggere”. 

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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