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Libia, Ashraf Tulty traccia l’identikit dei due volti della Libia: Haftar e al-Sarraj

A Tunisi abbiamo incontrato Ashraf Tulty, media advisor ed ex portavoce del Consiglio presidenziale del Governo libico di Accordo Nazionale, rappresentato da Fayez al-Serraj. Tulty oggi vive tra Tripoli e Tunisi, lontano dall’attuale disputa politica in Libia.

Signor Tulty grazie innanzitutto per aver accettato quest’incontro. Siamo qui per provare a tracciare con lei un identikit del Primo Ministro Fayez al-Serraj e del comandante del Libyan National Army Khalifa Haftar. Partiamo con il premier Serraj, chi è e come è stato scelto per diventare presidente della Libia?

“Credo che il signor Serraj all’inizio, quando prese parte ai negoziati che portarono all’Accordo di Skhirat, firmato in Marocco nel dicembre del 2015, fu scelto perché non aveva un background politico e allo stesso tempo le persone che erano lì scelsero qualcuno che fosse moderato, che appartenesse alla capitale della Nazione, Tripoli. Il premier arriva da una buona famiglia, ben conosciuta a Tripoli per essere moderata ed aperta ai vari interessi dei libici. Così nessuno si è opposto alla nomina del signor Serraj che, all’inizio del suo insediamento, ha cominciato a fare del suo meglio circondandosi di brave persone per far in modo che il Governo di Accordo Nazionale funzionasse. Ma sfortunatamente c’è stata una grande resistenza da parte delle milizie all’epoca, direttamente coinvolte in scontri e combattimenti, anche il mufti religioso non era flessibile e perfino il Governatore della Banca Centrale della Libia, Sadiq al-Kabir, era contrario al riconoscimento di questo Governo, sebbene supportato dalle Nazioni Unite”.

Ci dica di più del signor Serraj, com’era e come la situazione è cambiata durante i 5 anni del suo Governo…

“E’ una persona molto rispettabile. Conosce la maggior parte dei principali attori in Libia, è un uomo calmo, razionale. È una brava persona, ma sfortunatamente non ha un background politico, né la capacità di reclutare personalità di rilievo o idonei consiglieri. Molti dei suoi advisors non avevano esperienza, molti non erano le persone giuste in grado di fornirgli il supporto necessario per prendere le migliori decisioni, specialmente all’inizio, quando il Paese ha avuto un’opportunità d’oro con il supporto della comunità internazionale. L’Italia era uno di questi sostenitori, così come il Regno Unito. Tutti questi Paesi erano pronti a formare, creare e sostenere un esercito nazionale avanzato. Non c’è stata alcuna priorità per le Guardie Presidenziali o per un esercito nazionale. Serraj non ha preso questa sfida seriamente e le conseguenze di ciò sono state il rafforzamento delle milizie, con più forza all’interno del Governo e dall’altra parte, l’esercito orientale guidato dal maresciallo Khalifa Haftar è diventato sempre più forte e tutto ciò è alla base delle sofferenze che il Paese sta vivendo in questo momento”.

Foto – Fayez al-Sarraj

Quali sono stati, secondo lei, gli errori più evidenti che Serraj ha commesso?

“L’errore più grande è rappresentato senza dubbio dal fatto che i membri del Consiglio presidenziale non erano politici di professione. C’erano individui egocentrici, una vera e propria inflessione dell’ego. Nessuno aveva l’intenzione di andare dalle controparti che non erano d’accordo con le loro visioni, usavano etichettare le persone e molti di loro davano priorità alla loro comprensione personale piuttosto che agli interessi del Paese”.

Ora, parliamo un po’ del feldmaresciallo Khalifa Haftar. Abbiamo visto una sua vecchia intervista del lontano 2011 con la TV americana “NBC”, quando lei viveva ancora negli Stati Uniti, in cui descriveva Haftar come un uomo di dignità e all’epoca non esisteva ancora la celebre “operazione dignità”. Cosa voleva dire e come descriverebbe il feldmaresciallo Haftar oggi?

“All’epoca i media americani avevano sentito la notizia che il maresciallo Haftar si era unito alla rivoluzione contro Muammar Gheddafi in Bengasi. Io ero stato eletto dalla comunità libica negli Stati Uniti come chairman del comitato media nel North American Council, così diversi media-outlets mi contattava chiedendomi di lui: chi è il signor Haftar? Che cosa sta facendo? Perché si era unito ai ribelli, questo era il nome dei rivoluzionari all’inizio della Rivoluzione. Così ho detto che il signor Haftar è un uomo di rispetto e dignità. Questo è registrato e se inserite il mio nome in Google potete vederlo. Tutti a quell’epoca si erano uniti alla rivoluzione e il mio lavoro era quello di esaltarlo e fare in modo che la rivoluzione prevalesse sulla dittatura che ha governato la Libia per 42 anni. Quando Haftar è arrivato sulla scena libica, come la maggior parte dei politici libici, non era un team player. La sua natura militare sopra valse quella politica ed ebbe molti confronti con altri attori libici all’epoca del Consiglio di Transizione. Detto ciò, la situazione si è gradualmente deteriorata fino ad oggi, in cui assistiamo ad una guerra civile tra gli stessi libici”.

Foto – Khalifa Haftar

Come lo vede oggi? È l’uomo che può guidare la Libia un giorno?

“Credo che ad Haftar manchi l’esperienza politica, ma questa può essere colmata, circondandosi o attraendo a sé politici libici d’élite che possano essere i suoi consiglieri. Sfortunatamente, noi libici sappiamo chi è chi e le persone attualmente intorno ad Haftar non sono esattamente le persone che dovrebbero essere a fianco a lui. Conosco pochi dei precedenti advisors di Haftar, uno di loro era Mohamed Bouisier che considero uno dei top consiglieri politici in Libia. Haftar non ha tratto benefici della sua presenza, come spesso accade alla maggior parte dei politici libici che diventano arroganti e dimenticano che non possono succedere senza bravi politici al loro fianco e senza bravi professionisti specializzati in vari campi. Nessuno può fare tutto da solo ed il mondo non accetta più one man show. Bisogna avere una buona squadra ed essere un bravo team player”.

Il fatto che Haftar abbia vissuto per tanti anni negli Stati Uniti secondo lei influenza in qualche modo il ruolo del maresciallo in Libia o è completamente indipendente?

“Sono sempre contrario alle teorie di cospirazione. Sono solito giudicare le persone dai risultati. Non credo agli effetti della campagna di Haftar perché ha sparso molto sangue tra i libici. La crisi libica avrebbe dovuto essere gestita in un modo molto migliore. Lei sa che la maggior parte della popolazione libica è rappresentata da tribù, continuiamo ad avere un tessuto sociale in cui le tribù hanno un peso e una certa influenza, ci sono anche moltissimi dignitari in Libia ed Haftar non ha condotto una adeguata campagna per portare le persone giuste dalla sua parte. Si è mosso e stava pensando come se la soluzione militare fosse la soluzione, ma sfortunatamente – come ho detto in una recente intervista a “France 24” – la soluzione in Libia non può essere militare, ma politica, che non significa sia una soluzione debole. Può essere utilizzata soft power, diplomazia, coordinamento, se entrambe le parti – Serraj ed Haftar – fossero stati dei bravi politici, si sarebbero seduti insieme ed analizzato i punti in comune, gli ostacoli e quegli individui che stanno rovinando l’unità nazionale”.

Haftar ha sicuramente molti supporters in Libia, soprattutto tra le componenti tribali. Per cosa lo apprezza?

“Ad essere onesto, all’inizio credevamo che Haftar avesse fatto qualche attività politica per riunire tutti i libici, non usando la dimensione tribale, non usando la dimensione regionale, pensiamo che si sarebbero potute salvare più vite, soprattutto per i giovani che non sanno nulla della vita, della politica o del futuro. Giovani che si sono trovati in una guerra senza avere colpe. Di certo ci sono terroristi ed estremisti, ma pur avendo tolleranza zero verso il terrorismo, gli estremisti avrebbero potuto essere riabilitati e avrebbero potuto ricevere una seconda opportunità per aggiustare le loro idee, il loro pensiero e la loro interpretazione sbagliata del nostro credo, soprattutto i ragazzi che sono stati usati non avendo una solida educazione. Haftar ha scelto di usare la forza rispetto ad un approccio persuasivo in cui noi crediamo”.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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