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Liberi dopo 107 giorni, pescatori italiani accolti tra gioia e polemiche

Domenica mattina, all’incirca verso le 10, Mazara del Vallo è stata svegliata dal suono delle sirene dei pescherecci, Medinea e Antartide, rilasciati dopo una prigionia di 107 giorni nelle carceri della Libia orientale. Quarantotto ore prima, i due motopesca hanno lasciato il porto di Bengasi, scortati da una unità della Marina Militare. Una volta ormeggiati nella banchina Ruggero II, i pescatori si sono affacciati dai loro pescherecci per salutare i propri familiari fermi in banchina. I sanitari dell’Usca di Trapani sono saliti a bordo per effettuare i tamponi, che sono risultati tutti negativi al COVID-19. Oltre alle famiglie ad attendere i marittimi, i Carabinieri del Ros, che li hanno sentiti su ordine della Procura di Roma che ha aperto un fascicolo in seguito al sequestro operato in mare, lo scorso 1° settembre, dalle motovedette della Marina libica sotto il comando del feldmaresciallo Khalifa Haftar. Secondo le ricostruzioni, i due pescherecci si trovavano a 40 miglia dalla costa di Bengasi, in quelle acque che il diritto della navigazione riconosce essere internazionali, ma sulle quali da 50 anni la Libia rivendica la propria territorialità.

Non solo lacrime e commozione, ma anche tante polemiche, su come questo caso è stato gestito dalla Farnesina, già nell’occhio del ciclone per le rivelazioni de “Le iene” sull’oscura liberazione di Silvia Romano per cui “sciacalli italiani” avrebbero prolungato la prigionia. Gli italiani infatti si chiedono quale sia stato il prezzo per la liberazione dei pescatori di Mazara, e perché questi si fossero spinti fino a Bengasi. Il direttore della Guida Morale del Libyan National Army di Haftar ha definito un caso umanitario quello dei pescatori, negando le voci che parlavano di “scambio”.

L’Italia – come già annunciato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio – non ha ceduto ad alcun ricatto ed i quattro giovani calciatori libici restano infatti nel carcere siciliano. Ed un giorno potranno probabilmente chiedere un bel risarcimento danni come accaduto in un caso simile nel 2015. I legali dei ragazzi sottolineano come le accuse nei loro confronti non stanno in piedi. L’avvocatessa di uno dei ragazzi Serena Romano ha spiegato che “la prova del dichiarante straniero ė soggetta spesso a contaminazione a causa dei processi di traduzione e a fraintendimenti linguistici. Io non c’ero all’epoca perché sono subentrata adesso, ma si tratta di fenomeni ricorrenti che vanno monitorati e non so se in questo caso sia stato fatto perché non ho partecipato all’incidente probatorio”. Smentita anche l’accusa del carico di droga. “Le panette sospette rinvenute a bordo dei pescherecci hanno dato esito negativo agli esami tossicologici. Nessuna sostanza stupefacente al loro interno,” aggiunge il maggior Khaled al-Mahjoub da Bengasi.  

La liberazione dei pescatori italiani si è trasformata in poche ore in polemica. Tra chi affermava che Conte e Di Maio hanno impiegato troppo tempo per raggiungere questo risultato, e chi avrebbe fatto volentieri a meno di pagare qualsiasi prezzo – politico o finanziario – per gli avventurieri che oggi lamentano “maltrattamenti”. “Qual è stato il prezzo per la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo?” scrive il collega Mauro Indelicato su Inside Over, descrivendo la visita di Di Maio e Conte a Bengasi come uno spot propagandistico di Haftar. Tuttavia è chiaro che Haftar non ha alcun bisogno di messaggi promozionali. Già forte del sostegno della Russia, che ha mosso a Sirte ed al-Jufra moderni sistemi missilistici, e un numero indefinito di mercenari siriani pro-Hassad, il generale sta godendo di una rinnovata sintonia con il presidente del Parlamento Aguila Saleh Issa, dopo che quest’ultimo ha compreso di non avere alcuna chance nel nuovo esecutivo a cui sta lavorando il Libyan Political Dialogue Forum (LPDF) a guida ONU.

Anche secondo il ricercatore Giovanni Giacalone, il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, hanno tentato di presentare l’epilogo della vicenda dei pescatori come una vittoria e un “regalo” di Natale, sottolineando che “l’Italia ne esce ancora una volta a pezzi, sia diplomaticamente che istituzionalmente”. “In aggiunta a ciò – scrive Giacalone – non poteva mancare anche il pasticcio della geolocalizzazione di Rocco Casalino che rispondeva a chi chiedeva della visita di Conte e Di Maio in Libia con lo screenshot della sua geolocalizzazione all’aeroporto di Bengasi”. 

In realtà, in questa vicenda non c’è alcun vincitore. Haftar sta cercando di salvare la faccia di fronte ai suoi concittadini, delusi dall’ennesima dimostrazione che la Libia non conta nulla e non ha una sovranità territoriale sui propri confini. Già alle prese con un malumore diffuso da parte della popolazione, che a fine agosto era sfociato in proteste e tensioni sociali, la strategia comunicativa di Haftar di presentarsi ai libici come il nuovo colonnello Muammar Gaddafi, si è sgretolata al suono dei pescherecci italiani che si allontanavano dal porto orientale. Nessun processo serio, nessuna magistratura, nessun scambio di prigionieri. I libici si sono dovuti accontentare della stretta di mano di Conte e Di Maio. 

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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