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L’ecosistema del Suriname minacciato da bracconieri e compagnie petrolifere

Da molti anni l’ecosistema e la fauna selvatica del Suriname sono a rischio, ma oggi ancora di più: se le quarantene da Covid, coi loro divieti di circolazione e la diminuzione della produzione industriale, hanno migliorato la qualità dell’aria e della flora in diversi Paesi, in Suriname hanno paradossalmente aumentato il pericolo per la vita degli animali selvatici.  Molti meno turisti, molti meno controlli e perciò niente occhi indiscreti: e i bracconeri ringraziano, potendo agire quasi indisturbati nella loro caccia al giaguaro, felino predatore divenuto ambitissima preda da cui estrarre denti, unghie e soprattutto farne bollire la carcassa per ottenere un impasto medicamentoso molto richiesto nel mercato cinese. I cacciatori di frodo agiscono particolarmente nel Parco naturale di Brownsberg e nella Riserva naturale centrale del Suriname.

Purtroppo non è solamente la scarsità della vigilanza ad attirare i bracconieri, ma è la possibilità di corrompere i funzionari, senza considerare poi che sussiste un’intera catena di lavoro e di affari che unisce l’uccisione degli animali alla vendita delle loro parti in Cina o altrove. Una catena difficile da spezzare, ma qualcuno ci prova, come l’italiano Andrea Crosta, co-fondatore della Earth League International (ELI), il primo progetto internazionale dedicato a indagare sui crimini ambientali, che con il suo sistema “Wildleaks” cerca di raccogliere informazioni preziose da fonti che preferiscono restare anonime, facendo luce sulla situazione in Suriname e in altri Paesi. A occuparsi della lavorazione delle carcasse dei giaguari sono spesso negozi di alimentari detenuti da cittadini cinesi e situati nella capitale Paramaribo o in località vicino alla foresta. Le autorità cinesi, comunque, collaborano nel tentativo di fermare questa attività criminale (ma ancora non considerata del tutto illegale), aiutando ad esempio nel trasmettere pubblicità televisive per avvertire sui pericoli del traffico degli animali selvatici. Coloro che si recano nella foresta a predare gli animali non sono sempre cacciatori veri e propri, ma anche chi occasionalmente prova a catturare un giaguaro mentre si trova là per altri lavori come i taglialegna o i minatori d’oro. Proprio attività di questi ultimi ha aumentato la sua pericolosità in concomitanza con le chiusure da coronavirus: nel 2020 è stato registrato un aumento nell’uso inquinante di cianuro per l’estrazione dell’oro nel territorio dei parchi naturali, rimasti privi di turisti e quindi anche di controlli. Purtroppo anche le tartarughe marine del Suriname sono sempre più spesso in pericolo. Il 2 marzo, dopo un rocambolesco inseguimento sulla spiaggia di Braamspunt, vicino alla capitale Paramaribo, i marinai olandesi della nave “Black Moon” sono riusciti a catturare due uomini che avevano trafugato e messo in due borse di plastica 127 uova di tartaruga verde (Chelonia mydas).

Infine, il Suriname è recentemente divenuto luogo di particolare interesse per le grandi compagnie petrolifere, come Exxon Mobil, Royal Dutch Shell, Total e Apache. Dopo molti anni di stagnazione economica, il Suriname cerca di attrarre gli investimenti stranieri in questo settore proponendo condizioni migliori rispetto ai vicini Paesi sudamericani. Il prezzo basso è uno dei punti chiave: secondo gli esperti, infatti, poiché nel lungo periodo la tendenza a livello mondiale sarà quella di utilizzare sempre meno il petrolio, vinceranno le aziende che lo producono al costo minore. Così, oggi le principali società petrolifere si preparano a iniziare l’estrazione di greggio dalle acque di fronte al Suriname

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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