I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

Le tensioni nella politica italiana indeboliscono le trattative con l’Ue

Un fatto di una gravità assoluta, inaudito – come alcuni amano dire – quello accaduto la sera di venerdì 10 aprile: il Presidente del Consiglio dei Ministri che in conferenza stampa attacca frontalmente i due maggiori partiti di opposizione, facendo nomi e cognomi e accusandoli di dire il falso sul MES e di danneggiare il Paese in maniera consapevole e sconsiderata. Non lo ha fatto in Parlamento, cioè il luogo del confronto, ma in diretta televisiva su tutti i maggiori canali e anche sulle reti radiofoniche, senza che nessuno potesse rispondergli in qualche modo: degno di un regime totalitario.

Tutti i commentatori, pur non mancando le parole felpate, quasi comprensive, hanno stigmatizzato la sortita del premier. Il capo del maggiore partito di opposizione, Matteo Salvini, a nome degli altri di minoranza ha sentito la necessità di esprimere la sua indignazione con una telefonata al garante della correttezza dei rapporti istituzionali, il Presidente della Repubblica.

In questi ultimi due mesi Mattarella aveva a più riprese richiamato tutti, nessuno escluso, al senso di responsabilità, alla necessità di unire le forze, alla condivisione. Si pensi per un istante a che cosa sarebbe successo se quel discorso fosse stato fatto da un premier di centro-destra: apriti cielo. Come del resto ben diverse sarebbero state le reazioni di fronte a un premier che emana i più gravi provvedimenti decidendo tutto da solo, nottetempo.  

Certo è che Conte, in quel venerdì sera, ha perso tutti i freni inibitori e ha rivelato quale livello abbia raggiunto il suo nervosismo, finora malcelato, fino alla scompostezza di un vero e proprio strappo istituzionale. E ha messo in luce anche una pochezza, quantomeno politica, che mal si concilia con la figura di chi deve guidare il Paese in questo così grave momento. Il Presidente del Consiglio con quell’uscita, quelle parole, quei gesti, quei toni esasperati ha fatto tante involontarie confessioni, per primo il senso di inadeguatezza che – messa da parte la consueta sicumera – forse comincia ad avvertire, dopo che molti glielo avevano detto apertamente, e molti altri (anche tra coloro che sostenendolo dall’interno o dall’esterno considerano il suo governo il male minore) glielo avevano mandato a dire.

Inadeguato e in un certo senso accerchiato, appena tollerato, con una maggioranza innaturale e litigiosa che continua a dargli fiducia solo sulla carta, proprio la dose minima per non cadere. Conte è consapevole che il suo governo è appeso a un esilissimo filo e che va avanti soltanto proprio “grazie” al virus che miete vittime e che sta affossando l’economia. Convinto, Conte, che resta in sella soltanto perché non ci sono le condizioni ambientali prima e politiche poi per un cambio della guardia. Forse si sente un po’ confortato da alcuni sondaggi dai quali emerge un buon gradimento sulla sua persona, ma c’è da dire che le opinioni raccolte dai sondaggisti e quelle di chi politicamente lo sostiene non sembrano propriamente collimare.

E proprio a quest’ultimo riguardo emergono anche altre letture collaterali di quell’attacco ai vertici dell’opposizione. Una è vecchia almeno quanto l’esercizio della politica, machiavellicamente parlando: accendere una furiosa polemica in grado di oscurare ben altre falle del governo, soprattutto in tema di aiuti concreti ai singoli cittadini in gravi difficoltà finanziarie e alle imprese, le piccole e piccolissime in particolare, che dopo questo lungo periodo di chiusura, peraltro giustificato, ormai boccheggiano senza sapere se potranno salvarsi.

Un’altra lettura vuole che Conte, vedendo all’orizzonte la fine del suo incarico, rimandata sine die proprio “in virtù” dell’imprevedibile virulenza del COVID-19, si stia preparando, e c’è chi dice non da oggi, a restare in politica dando vita a un suo partito personale in grado di raggiungere percentuali non elevate ma comunque importanti, tali da sfiorare il 10%. E quell’uscita scomposta altro non è che il tentativo di accreditarsi ulteriormente presso quella fascia di elettori incerti o senza opinione, e ancor più di fronte a quei cittadini che hanno scoperto l’attivismo o l’impegno in politica senza un vero programma e senza obiettivi se non quelli di combattere Salvini e in seconda istanza la Meloni in nome dell’antifascismo, dell’antisovranismo e via dicendo. 

Non è un caso, peraltro, che nel volgere di un mese e mezzo il premier abbia collezionato ben undici lunghe apparizioni televisive, poi moltiplicate dai resoconti del giorno dopo, più o meno a reti unificate, tra autolegittimati messaggi alla nazione e conferenze stampa in cui, quanto meno, il tempo per le domande diventa tiranno. Senza dimenticare inoltre la campagna di interviste a giornali e ad altri organi di informazione radiotelevisivi esteri. E il consenso in questi casi fa presto a schizzare in l’alto, anche grazie alla retorica messa in campo, alle espressioni sopra le righe – intervento poderoso, potenza di fuoco, per definire trionfalisticamente le annunciate misure economiche – in grado di catturare l’attenzione di chi non ha gli strumenti per esercitare un minimo di distacco.

E c’è dell’altro. In quelle gravi parole si può anche intravedere una scientifica volontà di affossare definitivamente, dopo averlo ignorato per settimane facendo semplicemente finta di mettere in piedi un vero confronto, quello spirito di collaborazione istituzionale e di unità nazionale tanto invocato anche dal Colle più alto, quanto necessario per affrontare con provvedimenti e misure condivise l’emergenza economica e sanitaria. Ma dato che una siffatta operazione politica difficilmente si sarebbe potuta realizzare pienamente mantenendo la stessa persona al vertice del governo, ecco allora che il Presidente del Consiglio potrebbe aver pensato bene di neutralizzare almeno per il momento quell’ipotesi.

Sui provvedimenti per l’economia, gli aiuti alle imprese e alle famiglie, il governo ha innescato una girandola di cifre e di miliardi capace di stordire il cittadino medio e di mettere in difficoltà pure gli esperti. Nel corso dei vari annunci di decreti tra un rialzo e l’altro si è arrivati a una somma complessiva di 750miliardi. “Messi in campo” (l’espressione più usata dai vari esponenti del governo e della maggioranza) lasciando spesso a margine che si tratta in larghissima parte di volumi di prestiti garantiti dallo Stato. A parte qualche paniere della spesa per quei poveri sfortunati che, non da oggi, purtroppo non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, finora non si è visto granché. Ora arrivano i 600 euro, che strada facendo potrebbero diventare 800 – ritocco annunciato praticamente poche ore dopo – per dire della lungimiranza di chi lo ha concepito, e non è il solo caso – per quei lavoratori autonomi che avendo dovuto fermare le loro minuscole attività professionali e commerciali si trovano in difficoltà economiche tali da vedere compromessa la stessa sopravvivenza quotidiana.

Per chi si è ritrovato senza lavoro è stata attivata la cassa integrazione, anche in quei casi e settori per i quali non era prevista: quanto a provvedimento di sostegno, non è altro che il minimo che si potesse fare. Così come il massimo non è la sospensione per le imprese del pagamento di imposte e tributi, tuttavia da onorare a fine giugno, naturalmente con gli arretrati. Ma anche in questo caso è prevedibile un ritocco. Ecco, a proposito di logica e di lungimiranza…! Quella stessa che in una decina di giorni ha prodotto ben quattro edizioni rivedute e corrette dei moduli per giustificare le uscite da casa.

Molto più complessa, a dire degli esperti, si presenta la possibilità per gli imprenditori di ottenere i prestiti dalle banche, le quali, ancorché sollecitate dalla Banca d’Italia a fare presto, dovranno pur valutare, in particolare per le richieste che superano i 25mila euro, lo stato delle imprese in termini finanziari e produttivi. E ci vorrà tempo, diverse settimane, proprio mentre il tempo per molti si va esaurendo.

E non da ultimo c’è il braccio di ferro con l’Europa, che a dispetto della sedicente Unione e di chi in lontani decenni con generosa lealtà come tale la immaginava, sui provvedimenti di sostegno di economie come quella italiana, vede gli Stati l’un contro l’altro armati, in concorrenza spietata, altro che unione, tra Stati e gruppi di Stati contrapposti, temporeggiamenti, riunioni infruttuose, proposte tutte da definire e atteggiamenti ambigui, magari in attesa di poter mettere le mani, è l’opinione di non pochi economisti e di qualche politico, su pezzi anche pregiati, o che tali a un primo sguardo appaiano, della ricchezza nazionale italiana, in un Paese che potrebbe ritrovarsi in ginocchio. A questo riguardo bene ha fatto il governo a prevedere un intervento dello Stato, golden power, di fronte a tentativi di scalate finanziarie su aziende e società strategiche.

Certo, la politica non si presenta con le migliori credenziali, con una maggioranza divisa anche sul ventaglio di possibili opzioni sul tavolo delle trattative europee, a partire dal famigerato MES, con parti del PD favorevolmente possibiliste e i Cinquestelle decisamente contrari, i partiti in forte concorrenza non solo sulla paternità delle diverse misure economiche, ma anche in vista di quel che sarà nel pur incerto dopo-epidemia, e delle imminenti scadenze dei vertici delle più grandi aziende a partecipazione statale, un’opposizione che a fronte del confuso e approssimativo decisionismo del governo reclama il proprio spazio: una compagine governativa che non è riuscita a raccogliere la mano tesa, ancorché interessata, dei partiti di minoranza.

Ora si prefigura una lenta fase di uscita dalla chiusura totale e tra i primi provvedimenti c’è la riapertura delle librerie, ma si dà il caso che, come è accaduto per altri provvedimenti governativi, ogni Regione deciderà per proprio conto. Chissà se dalle parti del governo, i lungimiranti hanno pensato che per acquistare un libro in una certa libreria bisogna attraversare tutta una città e magari uscire dalla cinta daziaria. Ma a questo punto c’è da sperare che in prossimità delle librerie non si formino lunghe code con gente che per fare provvista potrebbe arrivare anche con un capiente carrello.

Sarcasmo, certo, ma inevitabile di fronte alla vuota retorica e al tasso di demagogia di questo provvedimento, una captatio benevolentiae di una certa fascia intellettuale e culturalmente impegnata: altro che populismo.

Intanto Palazzo Chigi ha pensato di affidarsi a un comitato di 17 super esperti che con gli studiosi del virus e della sua capacità di contagio hanno il compito di valutare il come e il quando. Decisione utile, forse necessaria, purché non si ceda a un’irrazionale fretta di ripartire e di ricominciare che rischierebbe di generare più danni che benefici economici e di salute pubblica, come all’inverso è successo coi ritardi nel decretare le zone rosse e la chiusura totale dopo quel 31 gennaio in cui venne dichiarata l’emergenza nazionale.

Condividi questo post

Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password