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Le sfide epocali della “Mediocrazia” evocata nel saggio di Alain Deneault

Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere”. Nel saggio “Mediocrazia” edito da Neri Pozza, Alain Deneault denuncia in modo diretto e quasi impietoso i caratteri del nuovo ordine mondiale, attraverso un’implacabile operazione di demitizzazione dei punti di riferimento alla base della società, financo lessicali.

Il tema non è certo nuovo nel panorama culturale. Già Robert Musil sosteneva: “Se la stupidità non somigliasse così tanto al progresso, al talento, alla speranza o al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido”. Il filosofo e scrittore francese La Rochefoucauld aveva scritto “Si è innalzata a virtù la moderazione […] per consolare i mediocri dei loro scarsi meriti”. Argomentazioni analoghe le ritroviamo in diversi passaggi dell’opera di Oscar Wilde. Ancora Nietzsche, seppur in una prospettiva filosofica più ampia, aveva sostenuto che dietro il progresso ed il movimento democratico d’Europa, si stesse svolgendo un immenso processo fisiologico che andava divenendo sempre più fluido, un processo di omogeneizzazione degli europei in ragione del quale si sarebbe venuto a formare un livellamento medio ed un mediocrizzarsi dell’uomo. “L’impressione complessiva – scriveva Nietszche nel suo “Al di là del bene e del male” – sarà verosimilmente quella di lavoratori di vario genere, loquaci, abulici ed atti a qualsiasi impiego, bisognosi del padrone, ovvero la generazione di un tipo predisposto alla schiavitù nel senso più sottile”. 

Ma il filosofo canadese sviluppa un vero approfondimento sociologico sulla questione. Deneault fa coincidere il punto di partenza di questa rivoluzione silenziosa e soporifera con la rivoluzione industriale, allorquando il capitale e la divisione del lavoro hanno reso i lavoratori insensibili al contenuto stesso del lavoro ed i mestieri si sono progressivamente perduti; il lavoro è diventato forza-lavoro.

Lo stretto rapporto tra capitale e sapere è stato osservato da molti filosofi, ma l’analisi di Deneault è implacabile: gli istituti di ricerca non si sono limitati a vendere il loro sapere, ma sono diventati partner di imprese di manipolazione; attraverso lo svilimento e l’asservimento dell’intellettuale che si perfeziona in un tacito contratto con i detentori del capitale, non solo l’università nuoce alla vocazione per la ricerca, ma lo fa pure invano, sapendo benissimo che il 70% dei giovani che per anni ha formato non avranno un futuro professionale. Il filosofo francese arriva a dire, in alcune interviste, che l’esperto, nel mondo accademico, risulta una figura pivotale alla tenuta del sistema: sottomettendosi alle regole del gioco, è retribuito per pensare in una certa maniera e rappresenta “la morte” dell’intellettuale. Ancora una volta, le figure in condizione più critica sono quelle più deboli: che possibilità di scelta hanno i giovani ricercatori universitari? Possono decidere di uniformarsi (o sottomettersi, come direbbe Deneault) ed avere possibilità di carriera o possono fare una scelta di libertà e condannarsi ad un futuro molto più incerto, al precariato a vita. Probabilmente non è una scelta libera.

Dal lavoro all’università, dai sistemi di comunicazione alla politica, la nuova governance disegna un ordine mediocre innalzato a modello; tale sistema è in realtà rigido ed asfittico, l’estremismo di cui da prova si dissimula sotto il manto della moderazione. “La mediocrazia – afferma Deneault – ci spinge da ogni parte verso un assopimento del pensiero, ci spinge a considerare come inevitabile ciò che si rivela inaccettabile e necessario ciò che è rivoltante”.

Un sistema siffatto rappresenta chiaramente la morte della Politica e grazie a sofismi lessicali confondiamo la democrazia con la governance in cui l’azione politica è ridotta alla gestione dell’ordinario, senza alcuna visione e prospettiva, mentre i centri di potere assumono lineamenti sempre più sbiaditi. 

Oggi siamo chiamati a sfide epocali: dall’emergenza sanitaria in corso, ai cambiamenti climatici, dalla crisi degli stati nazionali ai grandi fenomeni migratori. Eppure il modello imperante è quello dell’uno che vale uno o della risposta violenta (non per forza nell’accezione fisica del termine) e manichea a problemi reali: si tratta, il più delle volte, di slogan di grande forza evocativa ma, in tutta evidenza, di infantilismi impossibili da realizzare. Se non accetti di giocare secondo le regole del gioco, vieni automaticamente espulso dal sistema. Vale la pena di tentare? E come? Con queste domande si confronta “La mediocrazia”.

Infografica – La scheda del Libro “Mediocrazia”
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Nato a Milano nel 1980. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte come responsabile dell’Ufficio Legislativo di un Gruppo consiliare. Collaboratore parlamentare per circa un decennio, è stato responsabile della segreteria dell’Assessorato all’Ambiente, Difesa del Suolo e Protezione Civile della Regione Piemonte dal 2010 al 2014. E’ affascinato dai viaggi e dalla montagna, oltre che lettore appassionato di romanzi storici, manuali di filosofia e saggi di attualità.

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