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Le sanzioni occidentali minacciano ancora il regime di Lukashenko. Oppure non sono veramente una minaccia?

Al culmine della campagna presidenziale che si sta svolgendo in Bielorussia, in Occidente viene nuovamente sollevato il tema delle sanzioni. Tuttavia, persino qualora vi fossero cambiamenti, sembra improbabile che vengano prese decisioni drastiche. Questa l’opinione di Andrey Fedorov per il quotidiano Naviny By. Forse di gran lunga più efficace delle sanzioni potrebbe rivelarsi il sostegno occidentale alla società civile del Paese, dice il giornalista di opposizione, autore dell’articolo.

Un chiaro messaggio a Lukashenko e alla sua nomenklatura

Per più di due decenni, a quasi ogni campagna elettorale in Bielorussia l’argomento torna di attualità in relazione alle repressioni su vasta scala contro gli oppositori di Aleksandr Lukashenko. Il 9 luglio al Parlamento europeo è stata discussa la situazione della Bielorussia alla vigilia delle votazioni presidenziali. La sessione è stata preceduta da una relazione preparata appositamente dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell, nella quale è elencata una serie di reclami verso le autorità bielorusse, come la persecuzione e gli arresti di attivisti civili e di candidati dell’opposizione e la violazione dei diritti umani. Anche se sono stati evidenziati alcuni successi nei rapporti tra Europa e Bielorussia, è stato contestualmente dato l’avvertimento che le relazioni bilaterali tra Minsk e Bruxelles dipenderanno in futuro dall’effettuazione delle elezioni presidenziali. Gli eurodeputati hanno come sempre preso posizioni molto più severe: la maggioranza di essi ha criticato la situazione che si va delineando e ha inoltre definito l’introduzione di sanzioni come una possibile leva di influenza sul regime bielorusso. Così, il rappresentante della Lituania, Andrius Kubilius, ha proposto di inviare un “chiaro messaggio a Lukashenko e alla sua nomenklatura: se il 14 luglio i candidati di opposizione non verranno iscritti, se i detenuti politici e i candidati non verranno liberati, se i cittadini in piazza continueranno ad essere perseguitati e terrorizzati, allora ci saranno sanzioni, sanzioni personali”. Il 14 luglio, la Commissione elettorale centrale non ha iscritto due degli oppositori più carismatici e popolari di Lukashenko in questa campagna: Viktor Babariko e Valery Tsepkalo. L’Unione Europea ha reagito con un’altra dichiarazione di Josep Borrell, nella quale però non è stato inserito il termine “sanzioni”.

Sanzioni: pro e contro

La discussione sull’utilizzo dell’approccio sanzionatorio al caso bielorusso dura da almeno un quarto di secolo. In tutti questi anni è stato applicato varie volte, ma non vi è finora alcun fondamento per poterlo dichiarare efficace: di cambiamenti radicali nella politica bielorussa, infatti, non ve ne sono stati. Certo, si può supporre che in assenza di pressioni la situazione nel Paese sarebbe ancora peggiore; inoltre le manifestazioni di piazza hanno testimoniato l’appoggio morale dell’Occidente. Tuttavia, col tempo tutto questo è stato di conforto sempre minore per le forze democratiche della Bielorussia. L’insensibilità di Minsk alle sanzioni è stata senz’altro aiutata dall’enorme sostegno economico e politico di Mosca: proprio questo supporto ha permesso alla dirigenza bielorussa di non temere alcuna seria conseguenza negativa dello scontento occidentale. I rappresentanti più estremi dell’opposizione asseriscono costantemente che la colpa di tutto è da attribuire all’insufficiente severità delle sanzioni applicate: dicono che soltanto la totale sospensione dei rapporti commerciali con la Bielorussia causerebbe un malcontento di massa che avrebbe come effetto l’inevitabile caduta del regime. Però, in questi anni, la Russia avrebbe avuto sufficienti possibilità per portare ulteriore aiuto a Minsk. Per di più, il sentimento nazionale della gran parte della popolazione bielorussa è stato inferiore ai suoi interessi materiali, perciò anche in caso di cambio di regime salirebbe al potere qualcuno che promette un rapido aumento del tenore di vita. Ora, poiché questo genere di promessa potrebbe essere in qualche misura mantenuta solo da Mosca, le conseguenze negative per la sovranità nazionale sarebbero inesorabili.

Qualche strada sceglieranno Bruxelles e Washington?

Adesso, le circostanze all’interno del Paese e al suo esterno sono cambiate considerevolmente. Per prima cosa, l’aumento della coscienza politica e nazionale dei cittadini è evidente ed è dimostrata in particolare dal loro attivismo nello svolgersi della campagna elettorale in corso. In secondo luogo, in virtù di condizioni varie, la Russia ha visto diminuire fortemente le risorse disponibili per aiutare il suo “alleato principale”; ma anche il suo stesso desiderio di aiutare si è indebolito, come testimonia il rifiuto di compensare gli effetti della manovra fiscale che rivede il prezzo del gas per quest’anno e altro ancora. Ma al tempo stesso il Cremlino ha visto crescere bruscamente i suoi appetiti imperialisti: è assolutamente chiaro come i piani di “approfondimento dell’integrazione” mirino in ultima analisi a un’incorporazione del nostro Paese se non in via ufficiale, almeno di fatto. I vertici bielorussi non gradiscono tale prospettiva, perché condurebbe alla perdita della loro autorità. Perciò vi si oppongono, anche se non si sa fino a quando, poiché adesso la minaccia sta montando dall’interno. L’esperienza maturata in diversi anni mostra che in un caso come questo il regime è pronto a qualunque cosa, mentre la preoccupazione per il disappunto dell’Occidente passa in secondo piano. Quest’ultimo si trova nuovamente di fronte al dilemma delle sanzioni. Oggi, però, con tutti i problemi che l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno già al loro interno, la Bielorussia probabilmente non si trova al centro della loro attenzione. Inoltre a Washington e a Bruxelles ammettono che, nonostante il miglioramento nelle relazioni, se le autorità bielorusse si troveranno a dover fare una scelta univoca, questa sarà a favore di Mosca. In tali circostanze l’Occidente difficilmente prenderà una posizione dura, così le misure sanzionatorie si limiteranno al diniego del visto per qualche singolo personaggio; tra l’altro, è improbabile che un elenco del genere contenga i nomi delle decine di migliaia di membri delle commissioni elettorali, come invece invocato da alcuni avversari del regime. Quindi, se contiamo che l’aumento dell’attivismo politico dei cittadini bielorussi si è verificato in concomitanza con l’improvviso ridimensionamento del sostegno occidentale alla società civile, UE e USA potrebbero allora tornare alla strategia adottata negli anni passati e rinforzare il loro appoggio.

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