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Le Figaro: una “de-americanizzazione” molto lenta del pianeta

Lo storico Ludovic Tournès ha pubblicato un saggio originale sulla globalizzazione del sogno americano e sui suoi limiti. L’americanizzazione dei cervelli si sta affievolendo, ma quale Paese potrebbe sostituire gli USA in questo ruolo? E perché il mondo si è di nuovo ubriacato con la storia della bandiera a stelle e strisce? A parlarne il noto quotidiano francese Le Figaro.

Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno dimostrato per l’ennesima volta che “siamo tutti americani”. L’affluenza da record, la partecipazione di migliaia di volontari per lo scrutinio delle schede, la battaglia sulla conta dei voti: in tutto il mondo hanno seguito questi eventi come se fossero un avvincente telefim. Alcuni hanno detto che si tratta del rito sacro della democrazia, altri invece hanno gridato a inaccettabili violazioni. Il comportamento litigioso di chi non sa perdere, tenuto da Donald Trump, è diventato un inatteso elemento del dramma. Per alcuni giorni l’intero pianeta ha assistito allo spettacolo che mostra una nazione che cerca sé stessa nei seggi elettorali. Che talento! Ogni volta, sia che compiano un’impresa, sia che prendano una cantonata, gli Stati Uniti rendono il tutto un evento che inchioda l’attenzione dei popoli. Non è forse la dimostrazione che il mondo è ancora istupidito dalla storia della bandiera a stelle e strisce? E che nel XXI secolo lo spirito americano è forte come era già 50 anni fa? Aggiungiamo a questi ingredienti politici la crescita di popolarità dell’intrattenimento e dei divertimenti americani da fruire in casa, per via del coronavirus. Le persone sono imbambolate davanti alle serie di Netflix come mai era stato prima coi film della MGM per il grande schermo. Gli USA sono crisi, questo è innegabile, ma viene intaccata l’influenza che essi ancora esercitano. Ciò che accade negli USA accade poi anche qui. Le loro bizzarrie sono le stesse che abbiamo noi, ma da loro si mostrano con più intensità. Proprio per questo il lungo elenco di macchie nere sul quadro della città sfavillante sulla collina non cambia in nessun modo la vicinanza dei cittadini del mondo verso le ascese e le cadute del grande dramma americano. Comunque stiano le cose, non è tutto così semplice; lo storico Ludovic Tournès non è d’accordo con l’immagine del rullo compressore che spiana qualunque cosa sul suo cammino. Il suo libro rappresenta una narrazione dell’americanizzazione del mondo, che comincia nel XVIII secolo, raggiunge il culmine negli anni ’50 del XX ed entra in fase di declino nei passati ’90.

Tournès ritiene che a partire dalla caduta del Muro di Berlino siamo entrati in un lungo ciclo di “de-indicizzazione” dell’America e del resto del mondo. L’espressione “iperpotenza” era ingannevole: da quegli anni in poi, è iniziato silenziosamente un processo inverso. I cervelli hanno cominciato gradualmente a liberarsi dalle lusinghe dell’impero, sempre meno considerato dall’opinione altrui come fosse l’Iraq, qualcosa di dovuto o un gesticolare alla Trump. Negli ultimi tempi la morte della promessa di mobilità sociale infinita, le trovate del politicantismo e la riluttanza a prendere sul serio i problemi legati al clima sono diventati il fattore determinante del “divorzio” mondiale e dell’indebolimento del sogno americano. L’incompatibilità della crescita dell’economia green con lo stile di vita americano (che come diceva Bush senior “non può essere messo in discussione”) è divenuta senza dubbio una delle sfide irrisolte dell’America. E come hanno dimostrato i voti per Trump, sembra non debba venir risolta molto presto. Inoltre gli USA hanno ammesso l’effetto boomerang della globalizzazione nei confronti dei loro stessi interessi.

Un rifugio per chiunque

Comunque stiano le cose, è lo stesso autore a indicarci che l’americanizzazione dei cuori e delle menti non dipende dalla presunta caduta dell’iperpotenza. Tournès non si limita ai temi già noti come Hollywood, il jazz, la Coca-Cola, i fumetti, la filantropia, i missionari, il piano Marshall, e rifiuta di adagiarsi sulla pigra espressione soft power per descrivere tale espansionismo culturale. Il fatto è che questo “power” si è diffuso nel mondo in modo tutt’altro che “soft”: parliamo infatti della pesante pressione commerciale e di astuti ricatti. L’autore sottolinea, inoltre, come l’americanizzazione rifletta la sostanza dell’identità americana, perché in primo luogo agisce sul suo stesso popolo. Essa si è guadagnata un tale successo in tutto il mondo solo perché è stata la questione cruciale per la politica interna degli USA. Come è stato possibile creare un Paese con una popolazione fatta di persone dalle origini più svariate senza una “americanizzazione forzata”? Iniziate alla fine del XIX secolo, le campagne di civilizzazione e di propaganda hanno utilizzato tutti i mezzi a disposizione (stampa, pittura, illustrazioni, istruzione, radio e cinema) per diffondere un semplice segnale: gli USA sono un rifugio per tutti. Scrive l’autore: fin dall’inizio essi si sono visti come una nazione planetaria, una cultura planetaria, un concentrato dell’umanità. Si tratta di un Paese che propone di partecipare all’epopea democratica della conquista illimitata di nuovi territori e ora si inventa una nazione senza confini: Marte. Anche se gli indiani furono cancellati dalla storia e i neri per lungo tempo rimasero fuori dai giochi, bisogna ammettere che in una prospettiva di lungo termine gli Stati Uniti hanno parzialmente realizzato questo progetto dalle dimensioni spropositate.

Sono stati gli europei a dare un considerevole contributo al sogno americano: hanno infatti in misura significativa agevolato la formazione di sentimenti di appartenenza alla nazione, che guarda a sé stessa nelle proporzioni del mondo intero. D’altronde non furono proprio loro a elaborare il sogno di un altro sistema politico, che passa attraverso Washington e le Montagne Rocciose? Gli USA hanno raccontato un’epopea che era accessibile a chiunqueproprio mentre l’Europa aristocratica la proponeva solo ed esclusivamente ai cavalieri. Ciò nonostante, l’antiamericanismo sorse anche nella stessa Europa. Uno dei primi, se non il primo, ad usare il termine “americanizzato” fu Charles Baudelaire, scagliandosi in una critica “sull’Uomo americanizzato” all’Esposizione universale del 1855, scrive Tournès. La parola ebbe fin da subito carattere dispregiativo. Gli americani lo sanno da almeno un secolo: per raggiungere uno scopo non basta semplicemente mostrarsi gentili. Ma il grado di penetrazione della cultura americana in tutto il globo viene enfatizzato. L’antiamericanismo attuale è in ottima salute e non rappresenta certo una caratteristica del solo mondo arabo-musulmano, ma è presente anche in Russia, in Cina, in America Latina e in una parte dell’Europa. Sia come sia, nonostante la de-indicizzazione indicata da Tournès, vogliamo sottolineare che nessun altro popolo è riuscito a conquistare sentimenti del genere, seppure a prezzo di odio in alcune occasioni. Anche la Cina si sta cimentando nel soft power, ma per il momento resta ancora molto indietro. Le nuove vie della seta non cancellano il fatto che la sua immagine è strettamente legata alla dittatura e alla diffusione del coronavirus. La modernità cinese raggiunta a tappe forzate provoca inquietudine. Quella americana magari sta affrontando la decadenza, ma è ben visibile e trasparente. Per il momento, lo spettacolo continua.

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