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La Turchia continua la sua guerra in Siria con le armi italiane. L’export è salito del 66,4% nei primi tre mesi dell’anno. Di Maio non pervenuto

«L’elicottero che attaccava di notte i nostri villaggi è stato realizzato da Italia e Turchia insieme. In quelle terribili ore, in cui anche casa mia è stata colpita dall’artiglieria, spaventato e confuso ho subito pensato di mettere in salvo i miei tre bambini e mia moglie. Siamo fuggiti in auto, non portando via niente, incolonnandoci per trenta ore insieme ad altre migliaia di abitanti di Afrin, nell’unica strada che ci avrebbe portato verso il monte Jabal Ahlam, la nostra salvezza. Per  mesi, abbiamo vissuto con altre venti famiglie in una palazzina semidistrutta. Poi, destinazione verso le campagne di Aleppo, dove speriamo di poter vivere in pace sotto l’amministrazione di Assad». Non si può che provare smarrimento e disagio nell’ascoltare l’odissea di Hasan, curdo siriano di Afrin, e nell’apprendere che con le armi made in Italy le truppe di Ankara occupavano nel marzo 2018, l’ex enclave curda nel nord-est della Siria. Un imbarazzo che non si è spento neanche dopo le dovute scuse da parte nostra: da italiani.

Foto – La grande fuga dai bombardamenti effettuati dalla Turchia con elicotteri italiani fotografata da Hasan

Quella dell’export di armi di fabbricazione italiana in Turchia è una questione balzata agli onori della cronaca lo scorso ottobre, all’indomani della seconda offensiva turca denominata Fonte di Pace, voluta dal presidente Recep Tayyip Erdogan formalmente contro le forze curdo-siriane (Ypg) nel Nord del Paese. In quell’occasione la reazione di condanna da parte dell’opinione pubblica internazionale era stata unanime e anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, in un’informativa urgente alla Camera del 15 ottobre annunciava la sospensione delle esportazioni future di armi alla Turchia, aggiungendo che l’Italia avrebbe avviato anche «un’istruttoria dei contratti in essere» con Ankara. «Il blocco alle esportazioni è una decisione che assumiamo come singoli Stati dell’Unione europea, in linea con la decisione già assunta da altri Stati membri – riferiva in sede parlamentare l’ex capo politico del M5S – perché vogliamo perseguire il carattere di immediatezza, visto che la pianificazione di un embargo europeo avrebbe richiesto mesi. E proprio al fine di dimostrare che l’Italia non aspetta, che l’Italia non si gira dall’altra parte, che non chiude gli occhi davanti alle vittime civili, che l’Italia – concludeva – come Paese democratico non ritiene accettabile l’azione della Turchia».

A distanza di sette mesi, gli ultimi aggiornamenti Istat sul commercio estero dell’11 giugno, rivelano che da gennaio a marzo di quest’anno il nostro Paese ha esportato in Turchia armi e munizioni per un valore di  37,6 mln di euro, il 66,4 per cento in più dello stesso periodo del 2019 (25,3 mln di euro), quando Ankara era fra i primi quattordici Paesi per l’acquisto delle eccellenze militari italiane. E proprio il 2018, è l’anno record per le autorizzazioni al trasferimento di armi nel Paese ponte tra Oriente e Occidente (70) per un valore di 362,3mln di euro, che lo colloca fra i top five nella Relazione presentata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio a Montecitorio lo scorso anno.

Infografica – L’export di armi italiane verso la Turchia

«In un’interpellanza parlamentare a cui è stato risposto una settimana fa, è stato comunicato che dal 17 ottobre le nuove autorizzazioni sono state bloccate – chiarisce il coordinatore di Rete disarmo Francesco Vignarca  – ma non sono state fermate le consegne che, come dimostrano i dati Istat, sono proseguite anche quest’anno.  Non c’è stato un decreto, perché si era deciso di fare una comunicazione interna dal ministro all’Uama, l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento. Riguardo all’embargo verso uno Stato o un gruppo armato sancito dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni regionali, come l’Unione Europea, l’Italia è obbligata sia per la propria legge, che ha ormai 30 anni, sia per gli accordi internazionali sottoscritti, a rispettarlo. Oltre alla legge – prosegue Vignarca – intervengono la  Posizione comune 2008/944/PESC del 2008, che definisce norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari, il Trattato internazionale sul commercio di armi del 2014 e tutta una serie di criteri che dovrebbero impedire l’invio di armi verso alcune destinazioni. Uno dei principi è quello del conflitto armato in corso, come previsto dall’art. 1 comma 6 lettera a della legge 185/1990. Si è fatta un’azione politica di un certo rilievo nel momento in cui l’attenzione sul confine turco- siriano era alta, ma è stata un’operazione che non è andata ad incidere nel concreto sulle esportazioni degli armamenti italiani. Nello scacchiere internazionale l’Italia vede nella Turchia un alleato e sicuramente il ministro Di Maio considera il suo omologo turco un interlocutore forte. Uno dei punti che noi segnaliamo già da tempo, per come è strutturata oggi la relazione sull’export degli armamenti, è che non è più possibile incrociare i dati, se non per casi eccezionali, che dimostrino a quante autorizzazioni corrispondano le tipologie di armi. Sappiamo degli elicotteri perché ci sono stati annunci, esplicite dichiarazioni di joint venture di trasferimenti di tecnologia, però in altri casi non è possibile. Purtroppo, possiamo andare solo sulle categorie. Manca la possibilità di essere sicuri al cento per cento della connessione tra sistema d’arma e destinatario finale. Quello che chiediamo da tempo è che ci sia una maggiore trasparenza, che permetta a tutti ma soprattutto ai parlamentari, a cui la relazione è destinata, di poter accedere ai dati integrali. Nella relazione al Parlamento che viene trasmessa ogni anno, nonostante i tantissimi dettagli mancano in alcuni punti i collegamenti possibili; so ad esempio, che Leonardo ha esportato tot elicotteri, ma non so se questi siano finiti in Egitto, in Arabia Saudita o in Turchia. Lo sappiamo – conclude – solo quando l’ordine è talmente grosso che è facile fare questo collegamento o quando è la stessa Uama a dichiararlo, così come accaduto per l’Egitto. Questo, non avviene per tutti i Pese e per tutti gli ordini».

Che la Turchia sia «un importante partner commerciale per il nostro Paese, con un interscambio annuo di quasi 18 miliardi di euro» e che «è fondamentale dunque per le nostre imprese e per la nostra economia rafforzare i rapporti», lo dichiara lo stesso titolare della Farnesina il 19 giugno scorso alla vigilia dell’incontro ad Ankara col ministro turco Mevlut Cavusoglu. Sembra lontano il ricordo di quelle parole pronunciate in Parlamento, relative all’avvio di un’istruttoria dei contratti in essere con la Turchia, di cui abbiamo chiesto lumi al ministero degli Esteri, senza ottenere risposta.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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