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La Turchia continua ad inviare navi fantasma cariche di armi in Libia

Nonostante il nuovo coronavirus, COVID-19, stia mettendo in ginocchio la Turchia, il presidente turco e capo del movimento terroristico dei Fratelli Musulmani, Recep Tayyip Erdogan, continua la sua folle impresa in Libia. Nei giorni scorsi la BBC ha pubblicato un nuovo video contenente immagini satellitari ed altre evidenze dell’invio in Libia da parte della Turchia di navi cariche di armi, munizioni e mezzi blindati, in una palese violazione dell’embargo previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite. La BBC, grazie ai filmati ottenuti dalla squadra investigativa e dalle autorità italiane, ha dimostrato che una nave che trasportava veicoli da combattimento corazzati, cannoni semoventi e sistemi di difesa antiaerea – oggi istallati a Tripoli e Misurata – è salpata dal porto turco di Mersin in direzione della Tunisia, quindi scomparve dai sistemi di localizzazione per dirigersi a Tripoli il 27 gennaio. Le immagini satellitari mostrano tre navi a nord-est della capitale libica di Tripoli, con quella al centro che corrispondeva alle dimensioni e alla combinazione di colori della nave turca, battente bandiera libanese, chiamata BANA. Nel frattempo, le altre due navi che la scortavano erano fregate di classe G, che vengono utilizzate dalla marina turca. “Le immagini satellitari più chiare scattate lo stesso giorno completano il quadro. Mostra la BANA nel porto di Tripoli”, afferma il rapporto della BBC, confermando le notizie e le immagini diffuse dai civili sui social networks proprio in quei giorni. Fatto scalo a Tripoli, la nave ha raggiunto il porto di Genova in Italia tre giorni dopo.

In Italia, agli inizi di febbraio, la direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova ha predisposto il fermo e la perquisizione della Bana, ferma al terminal Messina di Genova. La Digos, agli ordini del dirigente Riccardo Perisi, la Polmare e la capitaneria di porto hanno portato avanti una perquisizione congiunta, hanno sequestrato la scatola nera della nave, le mappe, i pc, i libri di bordo e tutta la documentazione che possa essere utile a ricostruire i percorsi del cargo. La Bana, ufficialmente, sarebbe entrata nel porto di Genova per un’avaria e sarebbe stata trattenuta per controlli tecnici. Ma dopo tre giorni di sosta, da bordo è sceso un giovane marinaio che ha una storia da raccontare. Ha 25 anni, è il terzo ufficiale di coperta. Si presenta alla stazione della polizia marittima, dove chiede protezione e l’asilo politico, in cambio del racconto di ciò che dice di aver visto durante la sua permanenza a bordo della Bana: un traffico d’armi illegale tra Turchia e Libia.

La BBC è stata in grado di mostrare le immagini scattate dal marinaio nella stiva della nave le quali combaciano con i video filmati dalle milizie al momento dell’arrivo nel porto di Tripoli. Le milizie islamiste infatti, affiliate al Governo di Accordo Nazionale (GNA) con base a Tripoli, sono solite diffondere video di questo genere per spaventare il nemico. Dopo aver perso il sostegno internazionale, con la maggior parte dei Paesi che hanno aperto al feldmaresciallo Khalifa Haftar, soprattutto dopo le evidenze di un coinvolgimento con gruppi terroristici in tutta la Libia del Consiglio presidenziale, nonché delle autorità di Tripoli e Misurata, la Turchia resta oggi il principale sostenitore di Fayez al-Serraj. Il 28 novembre 2019 Erdogan e Serraj hanno firmato due Memorandum d’Intesa, in realtà due veri e propri accordi, uno in materia di sicurezza e l’altro di giurisdizione del Mediterraneo orientale, ampiamente rigettati dal popolo libico e dalla comunità internazionale. “La NATO non può rimanere indifferente quando uno dei suoi membri viola il diritto internazionale e cerca di danneggiare un altro membro”. Aveva detto il Primo Ministro greco Kyriakos Mitsotakis prima di espellere l’ambasciatore libico ad Atene, affermando che gli accordi danneggerebbero i diritti di Paesi terzi, ignorando completamente l’isola di Creta e Cipro. Lega Araba, Unione Europea e i principali Paesi coinvolti nel fascicolo libico hanno chiesto ad Erdogan, in occasione della Conferenza di Berlino di fermare qualsiasi trasferimento di armi e mercenari in Libia, gettando le basi per la formazione di una forza aero-navale congiunta che garantisca il rispetto dell’embargo secondo le risoluzioni ONU.

L’ammiraglio Faraj al-Mahdawi, capo di Stato Maggiore della Marina sotto il comando del feldmaresciallo Khalifa Haftar, aveva dichiarato di essere pronto a bombardare qualsiasi nave turca dovesse avvicinarsi alle coste libiche, comprese quelle in attività di esplorazione e prospezione di petrolio, principale obiettivo del piano espansionistico di Erdogan. Attraverso le sue navi fantasma e voli di linea civili, la Turchia ha inviato in Libia non solo mezzi ed equipaggiamenti, ma anche diverse migliaia di combattenti siriani ed ufficiali turchi come confermato da diversi video, nonché dall’Osservatorio siriano per i diritti umani. Il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, ha dichiarato di recente che almeno 4 mercenari turchi sarebbero stati uccisi la scorsa settimana a nord di Ain Zara, a sud di Tripoli, sottolineando la disponibilità delle forze armate ad inviare i cadaveri ad Ankara affinché possano essere restituiti alle proprie famiglie.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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