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La Turchia continua a reclutare siriani, compresi minori, da inviare in Libia per combattere

La Turchia continua a reclutare combattenti siriani, compresi minori, da inviare in Libia per combattere al fianco delle forze del Governo di Accordo Nazionale (GNA), di Fayez al-Serraj, contro il Libyan National Army (LNA) di Khalifa Haftar. Negli ultimi 15 giorni, ho avuto modo di comunicare con Ali, un giovane siriano di 25 anni che attualmente si trova nel Paese nordafricano, dove è arrivato 3 mesi fa. Ali mi ha raccontato di essere stato reclutato da un combattente del gruppo siriano Jaysh al-Watani. Ha fatto le procedure amministrative come volontario a dicembre 2019, rivelando di aver scelto di andare a combattere in Libia in cambio della cittadinanza turca per avere una nuova vita. Il giovane conferma inoltre le voci che riferivano di combattenti siriani arrivati in Europa. “Quando abbiamo capito che non ci lasceranno tornare a casa, alcuni di noi hanno smesso di combattere. Siamo diventati più un peso morto che un aiuto per Serraj e per la Turchia. Alcuni dei miei compagni che sono arrivati in Libia con me 3 mesi fa, se ne sono andati. Hanno detto di provare ad andare in Europa via mare”. Racconta, descrivendo crimini e maltrattamenti compiuti dagli ufficiali turchi a danno dei civili. Ali afferma di essere arrivato in Libia attraverso un volo di linea, dopo aver passato 15 giorni in un campo militare turco per la formazione militare. Qui ricorda la presenza di soldati turchi e traduttori dalla Siria, tra cui alcuni del gruppo Sultan al-Murad

Ali afferma di aver firmato un contratto di sei mesi, di aver ricevuto tre mesi di salari anticipatamente, che ha dato alla sua famiglia prima di partire per la Libia. “Ho paura per la mia famiglia in Siria, quando mi hanno preso ho dovuto scrivere come si chiamano i miei genitori e i miei fratelli. Mia madre non voleva nemmeno che partissi, ecco perché non scappo. Ho paura che succeda qualcosa a loro”. Riferisce inoltre una situazione preoccupante dal punto di vista sanitario. “Molti di noi stanno e sono stati male, anche alcuni di quelli che sono andati in Italia, o in Europa. Non sappiamo se è il virus o meno, perché nessuno ci fa il test. I turchi ci hanno detto che se stiamo male è meglio, perché chi sopravvive capisce di più il campo di battaglia”. Il 2 gennaio 2020 il parlamento turco ha ratificato un memorandum, presentato dalla presidenza, per inviare le forze turche in Libia e conferire loro un mandato rinnovabile di un anno. Il 12 gennaio 2020, la pagina Facebook della Sabratha Operation Room, affiliata all’LNA, ha pubblicato un video di 14 minuti e 42 secondi che mostra un individuo catturato nella città di Sabratha, in Libia, da una squadra dell’agenzia anti-immigrazione illegale. Il video mostra il detenuto che confessa la sua affiliazione con la Suleiman Shah Brigade anche conosciuta come al-Amshat che opera per le forze rivoluzionarie siriane e di opposizione, spiegando che è entrato in Libia l’8 gennaio 2020 dalla Turchia con altri combattenti siriani.

VIDEO – Combattenti siriani a sud di Tripoli

Da gennaio, numerosi video sono stati rilasciati dall’LNA girati durante i combattimenti e la cattura di diversi combattenti siriani. Una foto pubblicata il 7 maggio 2020 mostra 4 giovani siriani in seguito agli interrogatori, dopo che erano stati catturati dall’esercito libico di Haftar. Nei video girati al momento della cattura anche questi ragazzi confessano di essere arrivati in Libia passando dalla Turchia. Va notato che la Turchia ha adottato misure rigorose e imposto sanzioni ai combattenti che perdono video o foto mentre si trovano in Libia, dopo la diffusione di quattro filmati in cui i combattenti siriani sono comparsi nella città di Tripoli, l’ultimo dei quali mostra un combattente che afferma di ricevere una somma di denaro in dollari USA e dinari libici per un mese di combattimenti. Anche Ali ha molta paura di parlare con me ed afferma che le comunicazioni sono controllate dagli ufficiali turchi, dopo che alcune dirette Facebook sono finite in rete.

FOTO – Un’immagine satellitare illustra la posizione dell’aeroporto internazionale di Gaziantep Oğuzeli (quadrato giallo superiore) e la posizione della traversata militare di Hawar Kilis, dove i combattenti siriani vengono radunati prima di essere trasportati in Turchia, STJ

Tali informazioni sono state confermate dall’organizzazione siriana, Syrians for Truth and Justice (STJ), che l’11 maggio ha rilasciato un rapporto dettagliato che dimostra come i combattenti vengono trasportati dalla Siria alla Libia attraverso due rotte. Alcuni presenti in Libia hanno rivelato – afferma il rapporto – di essere radunati all’incrocio militare di Hawar Kilis e da lì trasportati in autobus verso il territorio turco. In Turchia, vengono fatti scendere nei campi nella regione di Kilis, fino a quando i loro documenti non sono stati completati, e poi trasportati in aereo dall’aeroporto internazionale di Gaziantep verso uno degli aeroporti di Istanbul. La seconda rotta, secondo un lavoratore del valico di frontiera di Jarabulus, consiste nel prendere la strada dalla Siria all’Antakya, dall’Antakya arrivano ad Ankara via aerea ed infine trasportati in Libia attraverso voli di linea. Il 13 gennaio 2020, i combattenti siriani hanno pubblicato un filmato e le loro foto su aerei civili appartenenti alle compagnie libiche Libyan Airlines e Afriqiyah Airways. L’organizzazione siriana è stata in grado di identificare tre dei combattenti che apparivano in queste foto. Secondo quanto riferito, sono stati uccisi durante i combattimenti, ma il fratello di uno di loro, il cui nome è Burhan Bashir al-Mahmoud Jadallah, ha assicurato che i tre sono vivi e combattono ancora in Libia, aggiungendo che la notizia della loro uccisione è stata fabbricata. STJ ha anche raccolto testimonianze di fatti avvenuti il 7 gennaio 2020, quando una nave che trasportava combattenti siriani ha lasciato la Turchia verso la Libia. La nave ha avuto un incidente che ha causato l’annegamento di 35 combattenti siriani. Coloro che sono sopravvissuti stanno combattendo in Libia contro Haftar. Alcuni di loro sono stati uccisi e altri feriti e non sono stati trasferiti in Siria per cure. 

FOTO – Una immagine pubblicata sui social networks il 7 maggio mostra 4 combattenti siriani catturati durante i combattimenti pronti per essere rimandati in Siria dove veranno giudicati dalla magistratura di Bashar al-Assad

L’ipotesi che questi ragazzi possano tornare in Siria sembra non essere nei progetti delle autorità turche, impegnate nel loro reclutamento. Ali nelle nostre conversazioni afferma che ai Turchi non interessa di loro e che a molti al termine dei 3 mesi viene negato il diritto di ritornare a casa. La promessa della cittadinanza turca, sembra ricorrere nelle numerose testimonianze che abbiamo raccolto. Muhannad, un giovane originario di Idlib, con cui stiamo ricostruendo quanto accade in Siria, conferma che la maggior parte dei combattenti che scelgono di andare in Libia sono ragazzi senza esperienza militare, senza istruzione e arrivano dallo strato più povero della società siriana. Vengono ingaggiati per combattere per cifre che vanno dai 1500 ai 3000 dollari al mese a seconda dell’esperienza. Col peggiorare della situazione nel nord della Siria, sempre più giovanissimi, anche minorenni, si arruolano come volontari. A loro e ai familiari di primo grado viene promessa la cittadinanza turca con la possibilità di viaggiare in Europa alla fine della missione”. Muhannad aggiunge che i gruppi armati locali sostenuti dalla Turchia promettono cifre fino a 60.000 euro alle famiglie qualora i loro figli dovessero morire in Libia. “I bambini siriani, rimasti orfani, a volte finiscono nelle grinfie di questi gruppi per molto meno. Non hanno dove andare, non sanno come sopravvivere e combattere per loro è normale. In passato, anche in Siria, i gruppi estremisti e dell’opposizione reclutavano i bambini e gli facevano il lavaggio del cervello con i concetti della jihad armata, della liberazione, mandandoli a morte. Le loro famiglie – prosegue – spesso non sanno neanche dove finiscono i loro figli fino a quando li rivedono nei video in tv o sui social networks. Il reclutamento dei bambini per i combattimenti in Siria e in Libia da parte dei gruppi armati coinvolti nel conflitto siriano e sostenuti dalla Turchia merita un capitolo a parte di cui torneremo a scrivere presto.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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