I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

La storia è affamata. Per Fyodor Lukyanov nel 2020 è finita l’era della mancanza di alternative alla globalizzazione.

La globalizzazione, nel corso di alcuni decenni e nonostante le critiche contro di essa, è stata considerata come qualcosa di irreversibile: ma nel 2020 è finita l’epoca in cui non si vedevano alternative, almeno secondo Fyodor Lukyanov caporedattore della rivista “La Russia nella politica globale”.

Il mondo ha iniziato a tirare le somme del 2020 già ad aprile, quando erano ormai chiare le dimensioni delle circostanze di forza maggiore che avevano avvinghiato l’intero edificio socio-economico globale. In quel momento, nonostante lo shock e il panico, le previsioni e le supposizioni venivano fatte maniera piuttosto energica; certo, esprimendo costantemente la riserva sul fatto che stavamo entrando in una fase di massima incertezza, ma venivano fatte lo stesso… Verso dicembre era già tutto molto più confuso: la pandemia imperversava; i mutamenti politici avevano rallentato, ma l’ordine del giorno mondiale non era cambiato. A livello economico tutti si aspettano un crollo catastrofico, ma almeno esteriormente la situazione non sembra mortale. L’aspettativa che il quadro si trasformi radicalmente si unisce alla speranza che, sapendo attendere, inizi il ristabilimento della vecchia normalità. La vita non è collassata, anche se sta chiaramente andando in un’altra direzione.

Il paradosso è questo: il mondo si è rianimato proprio quando si era irrigidito, e in senso letterale, chiudendosi in lockdown di varia intensità che si sono diffusi a ondate fino alla fine dell’anno passato e stanno trasbordando in questo. La causa dell’impennata non è stata la pandemia; le distorsioni nel sistema mondiale avevano iniziato ad accumularsi già tempo fa, poi cambiamenti sono sempre più aumentati quantitativamente fino a diventare cambiamenti qualitativi. Serviva solo un catalizzatore, che è stato questo strano virus. È stato detto più di una volta che il sorgere di una nuova infezione non è diventato momento di rottura o di cambio di direzione, ma ha solamente messo in luce e accelerato quelle tendenze che si stavano aggravando già da tempo. C’è comunque un altro aspetto che a dire il vero è più importante: la pandemia di fatto ha annullato il fenomeno della mancanza di alternative e soprattutto dell’irreversibilità dello sviluppo universale al quale ci eravamo già abituati da molto – non tanto sul piano intellettivo, quanto su quello psicologico. Non parliamo solo di coloro che sono favorevoli alla globalizzazione, ma dei loro oppositori, che cercavano sempre di mostrarne gli oneri e i difetti. Fissati sulla traiettoria sbagliata nella quale le cose stavano andando, costoro non credevano che essa si potesse modificare, ma al massimo correggere appena appena.

Si parlava della crisi della globalizzazione già da tempo, almeno dalla crisi finanziaria mondiale del 2008–2009. Chiunque ne aveva voglia ragionava del sorgere di nuovi Paesi e di nuove forze, e non era nemmeno un segreto il peggiorare della conflittualità nell’ambiente internazionale e i sintomi evidenti della frammentazione dell’unica tavolozza di colori possibile. La travolgente diffusione della metafora del “cigno nero” rifletteva l’attesa di un evento che ci avrebbe gettato in un caos di eventi ingestibili. E tutto ciò si è visto quest’anno. Persino le pandemie globali paralizzanti erano state previste nei rapporti analitici e negli articoli, ma gli avvertimenti erano stati semplicemente ignorati oppure formalmente letti solo per conoscenza. Come spesso accade, le profezie degli oracoli e le teorizzazioni dei pensatori si basavano su una certa dimensione, mentre la routine quotidiana e la pratica politica su un’altra. Nella prima spaventavano con l’ineluttabilità di una furiosa tempesta, nella seconda ipotizzavano presuntuosamente che la tempesta sarebbe andata via, come già avvenuto più di una volta in passato, e che niente di fondamentale potesse cambiare, poiché il modo in cui è costituito il nostro mondo potrà anche essere ingiusto, ma almeno è razionale. O almeno più razionale di tutto il resto, per analogia con la democrazia nominata nella frase attribuita a Winston Churchill: “la peggiore delle forme di governo, eccezion fatta per tutte le altre”. La globalizzazione, nonostante le innumerevoli critiche che le vengono rivolte, veniva considerata come qualcosa di irreversibile. L’apertura universale (o meglio l’impossibilità di chiusura) e la mobilità eterna e totale apparivano come qualcosa di irrinunciabile. E va da sé che i costi del cambiamento dello status quo superano in partenza qualunque vantaggio portato dal cambiamento stesso. Nel XXI secolo su questo pianeta non c’era alcun revisionismo perché non c’erano giocatori che si sforzassero di stravolgere uno stato di cose per loro inaccettabile. Oppure nel ruolo di agente del revisionismo rivoluzionario vi era, ad esempio, lo “Stato Islamico” (messo fuorilegge in Russia), ma è stato soppresso come un disgustoso reietto da parte del mondo intero. Tra le grandi potenze non ve ne era nessuna che fosse radical-rivoluzionaria, anche se in Occidente si è cercato di appiccicare una tale eticchetta addosso alla Russia e alla Cina. Ma la lotta nell’arena mondiale non avveniva per la rivoluzione negli affari internazionali, ma per accaparrarsi un posto più confortevole nel sistema esistente (Mosca e Pechino si battevano appunto per questo).

La pandemia ha levato la terra da sotto ai piedi all’edificio sopra descritto. Ed è successo che per un ammassarsi di circostanze improvvise e apparentemente irresistibili, la globalizzazione si può sostanzialmente spegnere. Sono state chiuse tutte le frontiere e gran parte degli spostamenti sono stati fermati, l’economia è improvvisamente caduta in uno stato catatonico, valori e principi che erano assiomi ora sono stati abrogati, e ciò che prima veniva condannato (protezionismo, egoismo, sforzo di liberarsi dall’interdipendenza) ora è un modo razionale di comportarsi. Ma a chi conveniva tutto ciò? Chi lo ha organizzato? Per le persone è normale porsi delle domande su ciò che non si comprende ed è normale rimanere delusi dalla mancanza di risposte convincenti (a dire il vero, il complottismo le dà, ma esse sono poco sostanziose e troppo ovvie per potervi credere). Non bisogna comunque negare che verso il 2020 le cose in ambito internazionale erano arrivate ad essere estremamente confuse. Nell’aria si percepiva lo sforzo di fare qualcosa per rompere questo circolo vizioso, per uscirne. Non a caso molti commentatori parlavano già da alcuni anni del delinearsi di una situazione simile a quella che precede una guerra. La logica della storia consiste nel fatto che le circostanze oggettivamente mature generano inevitabilmente un evento che provoca la risposta alla sfide.

La pandemia ha spinto la vita fuori dai binari in un modo più brusco di quanto facessero una volta le guerre. E si sono rivelate infondate le speranze per le quali essa poteva interpretare il ruolo di quelle guerre e poteva levare di mezzo le contraddizioni o azzerarle – per usare un termine molto popolare nell’anno passato. Il quadro e l’intensità dei conflitti si stanno invece allargando e riscaldando. C’è comunque una circostanza di principio: per la prima volta dopo lungo tempo, il successivo corso degli eventi dipende dalle decisioni che verranno prese da governi concreti, anzi da determinati individui, i quali finora nuotavano lungo la corrente, tranquillizzandosi da soli con la mancanza di alternative e l’irreversibilità a cui accennavamo. La chiusura è avvenuta in modo reciso. E praticamente non esisteva un modo, perché dalla diffusione di un virus non c’è altra difesa se non l’isolamento (occorre notare che di fatto tutti quanti hanno seguito il sentiero che la Cina, la prima a scontrarsi col virus, aveva tracciato, ognuno secondo le sue possibilità ma avendo sempre come riferimento Pechino). Si riaprirà di nuovo, quando e come sarà fatta la riapertura e fino a che punto? Qui ci sono diverse opzioni. Anzitutto, le decisioni non verranno sincronizzate: ciascuna capitale aspetterà il momento ottimale basandosi sui propri ragionamenti, che non attengono certamente solo all’epidemologia, ma anche alla politica e all’economia. In secondo luogo, le decisioni potranno essere differenti in Paesi diversi, siccome questa situazione imprevista permette di riflettere su un percorso di marcia che prima sembrava l’unico valido o possibile.

L’erosione dell’universalismo delle norme e delle regole non è affatto iniziata nel 2020, ma molto prima, anche se la pandemia ha messo un limite all’idea che tutti potessimo agire in un modo conveniente e univoco che andasse bene a qualunque contesto. Il contagio ha ricordato che nel caso di una crisi acuta che minacci la vita, la salute e la sicurezza fisica delle persone, ciascuno Stato risponde per sé stesso e per i suoi cittadini (e davanti ai suoi cittadini, perchè si rivolgono proprio ad esso), e può fare affidamento non sulle istituzioni internazionali, sulla cooperazione interstatale o sulla società civile, ma soltanto sulle proprie capacità: come incrementarle al massimo è un know how che se non proprio unico in ogni situazione diversa, quanto meno è saldamente connesso a delle circostanze specifiche. Il momento della decisione e la comparsa della scelta sono dei passaggi qualitativi; costituiscono la fine di un’epoca trentennale di quella che appariva come predeterminazione, la stessa che nel fervore delle rivoluzioni pacifiche nell’Europa orientale nel 1989 veniva chiamata in modo efficace e presuntuoso “la fine della storia”. Ciò che avverrà dopo sarà stabilito dai personaggi stessi di questo dramma teatrale, i quali non hanno nessuno su cui scaricare la responsabilità. Lo scorso dicembre le persone aspettavano con particolare ansia le feste di fine anno, almeno per poter cambiare quel malaugurato numero sul calendario. Gli articoli riepilogativi, scritti all’ultimo minuto, adesso sembrano un consuntivo di ciò che in realtà è appena cominciato e che non si sa quando e come finirà, anche se tutti sono disperatamente desiderosi di vedere un finale felice. Tuttavia il 2021 chiaramente non è disposto a conformarsi alle attese che in esso vengono riposte: non potrà essere agli antipodi del 2020. Come diceva il grande storico della politica americana Walter Russell Mead, molto prima che accadessero i burrascosi eventi dell’anno appena terminato, “la storia è ritornata, ed è affamata”. Ma non abbiamo voglia di augurarle buon appetito.

Condividi questo post

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password