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La società signorile di massa: dialogo con Luca Ricolfi

Autore mai scontato, Luca Ricolfi ha dato il via, con il suo ultimo lavoro pubblicato per “La Nave di Teseo”, a una discussione molto vasta. Le presentazioni del suo libro si sono rapidamente moltiplicate, con una partecipazione sempre attenta, come ci conferma egli stesso in questa conversazione tenutasi a Bergamo, dopo la presentazione del libro in un dibattito con Giorgio Gori, sindaco della città lombarda.

Bio – La biografia di Luca Ricolfi

– Professor Ricolfi, si aspettava di suscitare tanto interesse con quest’opera sulla “Società Signorile di massa”?

– Vedo che l’interesse cresce, mi chiamano per incontri e dibattiti. Evidentemente non tutti si accontentano della narrazione dominante e dei molti luoghi comuni che la caratterizzano.

– Proviamo anzitutto a chiarire quali sono questi luoghi comuni…

– Prendiamo il tema della disuguaglianza. Sono aumentate le disuguaglianze? Il livello di disuguaglianza è minore di quello che avevamo negli anni ‘60 – negli ultimi 15 anni non è aumentato. Questo se guardiamo agli indicatori di reddito. L’indice di Gini, relativamente alla concentrazione del reddito, ci mostra un andamento stabile dalla fine degli anni ‘90, contrariamente a quanto si sente invariabilmente affermare: anzi. la distribuzione del reddito è complessivamente più egualitaria di quanto avvenisse negli anni Sessanta. Altre disuguaglianze sono invece aumentate: la più importante è quella relativa al lavoro, che è molto concentrato, cioè iniquamente ripartito, sulle spalle di una minoranza della popolazione che lavora spesso più che in passato e più di quanto accada in altri Paesi vicini a noi per storia, economia e cultura. Nessuna di queste società avanzate (eccetto la Grecia), raggiunge un grado di diseguaglianza nella distribuzione del lavoro come quello dell’Italia. 

– Nel suo libro rileva come il tempo dedicato al lavoro, nella vita di una persona, incida in Italia per poco più del 15%, mentre un secolo fa era di quasi il 40%. Però innovazione tecnologica, modi di lavorare, progresso e diritti hanno certamente contribuito a questa riduzione del tempo lavorativo.

– Certamente, come Keynes aveva immaginato, l’aumento di produttività come le diverse condizioni di lavoro, che hanno interessato l’insieme delle attività di produzione, si è tradotto in una riduzione del lavoro, oltre che in maggiori consumi; ma questa riduzione, il dimezzamento del tempo di lavoro, non è avvenuta attraverso il dimezzamento dell’orario giornaliero di lavoro, ma con una contrazione della popolazione che partecipa alla produzione: una minoranza di persone che lavorano rispetto ad una maggioranza di non-lavoratori.

– Passiamo a uno degli elementi caratterizzanti la Società Signorile di massa che Lei descrive.

– La condizione “Signorile” contraddistingue quella parte della popolazione che adotta uno stile di vita e consumi che possiamo definire opulenti, senza partecipare al processo di produzione di valore. In passato la condizione signorile riguardava una piccola parte della popolazione di un paese, ma in Italia è successo un fatto unico, ad oggi, nei Paesi sviluppati: questa condizione coinvolge la maggioranza della popolazione che ha il privilegio di consumare un surplus senza contribuire alla sua formazione. È un caso unico, lo ripeto, tra i Paesi sviluppati, anche se alcuni si stanno avvicinando a questa situazione.

– Ma su quali elementi si fonda la nostra condizione?

– Io indico tre pilastri, di cui il primo è la disponibilità di ricchezza accumulata dalle due generazioni che hanno preceduto l’attuale.

– Nel suo libro sostiene che tale accumulo è stato possibile anche con i trasferimenti dello Stato, che quindi ha contribuito a creare il nostro debito.

– Certamente, è un fatto oggettivo, dalle pensioni anticipate, ai ricchi dividendi dei titoli di Stato emessi per finanziare l’aumento della spesa pubblica si sono messe le basi per trasformare l’Italia in una repubblica fondata sulle rendite.

– Quali sono gli altri pilastri?

– Il secondo è la distruzione della scuola. Io non sostengo che tutta la scuola e l’Università italiana siano di cattiva qualità, ma che la promessa di un titolo per tutti, indipendente dal merito e dal conseguimento di risultati di apprendimento, abbia distrutto il valore della scuola e dei titoli e ci ha consegnato generazioni di giovani con competenze, in uscita dai percorsi scolastici e universitari, inadeguate. 

Il terzo pilastro ci riporta al tema delle disuguaglianze e della povertà. Una parte povera, esclusa dalla condizione signorile, esiste ed è essenziale al funzionamento della società signorile. Questo terzo pilastro è la presenza di una vasta infrastruttura paraschiavistica. Qui è iscritta quella parte di società collocata in ruoli servili o di ipersfruttamento (spesso sono stranieri) per lo più a beneficio di cittadini italiani. Possiamo stimare tra i 3 e 4 milioni gli individui in questa condizione. Sono occupate in lavori che vanno da attività stagionali nell’agricoltura, al confine della legalità per le condizioni di lavoro e i meccanismi di selezione, a persone di servizio, a lavoratori in nero, per arrivare anche a persone che lavorano in ambiti illegali, ma sempre a beneficio dei signori: come prostitute, o piccoli spacciatori. A questo proposito vale la pena ricordare che le stime sul numero di consumatori abituali di sostanze illegali ci parlano di 8 milioni di persone.

– Ed i giovani dove stanno nella Società Signorile di massa?

– I giovani che studiano e apprendono, generalmente grazie alla condizione sociale di partenza, vanno all’estero a cercare opportunità e retribuzioni migliori. Gli altri beneficiano della rendita accumulata e stanno in una condizione di attesa: dell’occasione di lavoro migliore rispetto ad un titolo di studio svuotato che non garantirà loro alcuna capacità competitiva nei mercati del lavoro globali.

– Lei individua nell’assenza di crescita una delle cause di questa condizione dell’Italia. Ma esiste un momento chiave che possiamo indicare nel quale il Paese ha imboccato la strada che lo ha condotto fin qui?

– L’Italia conosce una stagnazione ventennale dell’incremento di produttività. Io ritengo plausibile la tesi che individua la “svolta” nel processo di devoluzione dei poteri dallo Stato a Regioni e Province. È un’ipotesi di Giuseppe Schlitzer, che condivido. Una certa tendenza all’invadenza normativa già presente nella nostra legislazione si è trasformata in iperlegislazione e in un aumento insostenibile del peso della burocrazia. L’insieme di questi fattori si è “mangiato” l’aumento di produttività che tecnologie digitali e nuovi processi di lavoro hanno prodotto. Siamo sicuramente in presenza di una causa determinante nel declino della produttività.

– Potrà durare tutto questo?

– Credo di no. Se non si fa nulla, penso che questo “stupefacente equilibrio” sia destinato a rompersi. Quando? Appena la stagnazione si trasformerà in declino.

– Non vi sono segnali positivi?

– Ritengo che serva un grande patto per il lavoro. Andrebbero premiate le imprese che innovano e aumentano l’occupazione. Osservando le dinamiche sociali poi vedo in positivo alcune differenze: come la partecipazione delle donne al lavoro, con andamenti più dinamici ed in controtendenza rispetto al quadro che ho descritto, sempre le ragazze sono quelle che nei percorsi di studio hanno risultati migliori, più continuità, più ambizione forse.

– I media ci raccontano spesso di una Italia dominata da un diffuso senso di incertezza e di pessimismo sul futuro (come emerge anche nell’ultimo rapporto Censis). Ma questa condizione non nasce proprio dalle contraddizioni che Lei affronta nel libro?

– La nostra società, per quanto piena di problemi, rimane una società opulenta, più ricca di com’era qualche decennio fa. Continuare a raccontare dell’aumento delle diseguaglianze senza che ciò abbia una qualche base statistica, di generazioni di giovani esclusi a cui sarebbe stato rubato il futuro senza vedere che oggi i giovani possono permettersi consumi grazie a ricchezze che non hanno prodotto, mentre cerchiamo di non fare i conti con la realtà di una società che spende più nel gioco d’azzardo che nella sanità pubblica, che dedica sempre meno tempo al lavoro e che cerca di ignorare l’incombente crisi demografica. Vedere quello che siamo diventati sarebbe un primo passo per conservare il nostro benessere e migliorare la nostra vita. L’equilibrio su cui si regge la società signorile di massa, fatto di benessere, non lavoro e stagnazione è apparente e transitorio. Accorgercene quanto prima è la condizione per evitare che il declino diventi irreversibile.

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Franco Chiaramonte, esperto di politiche del lavoro e della formazione, di cui si occupa da più di 25 anni. E' stato dirigente dell'Agenzia del Ministero del Lavoro, Direttore dell'Agenzia regionale del Piemonte, consulente di Pubbliche Amministrazioni, Enti di formazione, Associazioni di Categoria e Fondi professionali. Si occupa di innovazione, nuovi lavori, piattaforme e sistemi digitali per la valorizzazione degli apprendimenti

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