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La Russia ha fermato la guerra nel Nagorno Karabakh

La guerra nel Nagorno Karabakh è ufficialmente cessata, con la Russia che diventa il garante della sicurezza nella regione e vi fa entrare le sue forze di pace. Ciò ha permesso di impedire uno sviluppo delle circostanze che sarebbe stato catastrofico per gli armeni, ma lo sdegno di questi ultimi per quanto accaduto è tale da poter tracimare in una nuova rivoluzione e portare alla caduta di Pashinyan. E allora a quale conclusione sono giunte Mosca, Baku ed Erevan?

È possibile leggere qui il testo completo della dichiarazione di Vladimir Putin, Ilham Aliyev e Nikol Pashinyan sulla cessazione delle ostilità nel Karabakh. I punti principali sono i seguenti:

In primo luogo, cessano tutte le operazioni belliche e gli uomini delle parti in causa restano sulle posizioni che hanno occupato fino alla mezzanotte. La città di Shusha, per la quale si sono svolti negli ultimi giorni violenti combattimenti, va all’Azerbaigian. In secondo luogo, l’esercito armeno uscirà dalla regione, e al suo posto arriveranno le forze di pace della Federazione Russa, il cui dispiegamento è già iniziato. In questo modo, la Russia svolgerà nella Repubblica del Nagorno Karabakh le funzioni di garante della sicurezza che esercita già in Transnistria e che esercitava in Abcasia e in Ossezia del Sud fino alla guerra del 2008.

In terzo luogo, nel corso del prossimo mese passeranno sotto il controllo di Baku quelli che sono definiti i distretti azeri di Kelbajar, Agdam e Lachin, cioè la maggior parte delle terre perse durante la prima guerra del Nagorno Karabakh e che formavano il cosiddetto cordone di sicurezza intorno alla Repubblica non riconosciuta.

La restituzione di tali territori era la condizione posta dall’Azerbaigian fin dai primi giorni del conflitto per interrompere l’attacco. Nel caso peggiore avrebbe significato la rottura delle comunicazioni tra Armenia e Nagorno Karabakh: i territori che erano stati delineati dal potere sovietico costituiscono infatti un’enclave completamente circondata dall’Azerbaigian. Si è riusciti a evitare l’opzione peggiore: agli armeni rimane una zona di cinque chilometri per il controllo sul corridoio di Lachin, attraverso il quale passa la strada che connette Erevan con Stepanakert: lungo di essa saranno posizionate postazioni di osservazione delle forze di pace russe. Le guardie di frontiera russe, a loro volta, contrelleranno il riavvio dei collegamenti di trasporti e di merci tra l’Azerbaigian e la sua regione autonoma del Nakhchivan, tra i quali si frappone il territorio dell’Armenia e della Repubblica del Nagorno Karabakh. Tali particolarità geografiche di questi luoghi si possono vedere nell’infografica del giornale VZGLYAD, dedicata al conflitto nel Karabakh. L’accordo generale di pacificazione durerà cinque anni e verrà prolungato automaticamente di altri cinque, se nessuna delle parti dichiarerà di uscirne almeno sei mesi prima della data prevista.

Che cosa significa per la Russia

Se partiamo dal presupposto che il piano firmato dalla tre parti verrà messo in pratica, allora significa che Mosca avrà risolto il problema principale presente oggi nel Caucaso meridionale, perseguendo i propri interessi cruciali. Il problema principale era la guerra stessa, o per meglio dire l’operazione offensiva svolta con successo dall’Azerbaigian. Un punto essenziale è il fatto che essa sia stata fermata prima della piena acquisizione dell’Artsakh (ossia, dal punto di vista dell’Azerbaigian, prima della piena riaffermazione della sua integrità territoriale, alla quale puntava Baku). Dopo che gli armeni avevano di fatto perduto la città di Shusha, la presa di Stepanakert, capitale del Repubblica del Nagorno Karabakh, da parte delle truppe azere ormai appariva come imminente.

Video – La fuga dalla città di Shusha

Il mantenimento dell’Artsakh come territorio non controllato da Baku è la garanzia che l’Azerbaigian non possa entrare nella NATO e che la NATO non ottenga così l’accesso al mar Caspio e alla frontiera russa presso l’area del Daghestan. Sembra si sia riusciti a impedire il rapido rafforzamento della Turchia nella regione: Ankara è stata la promotrice di questa nuova guerra e pretendeva di essere garante della sua cessazione, ma alle proprie condizioni. “Sembra”, perché il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, commentando la fine delle ostilità, ha dichiarato le seguenti parole: “Vi sarà una missione congiunta di pace di Russia e Turchia, si tratta di un nuovo formato”.

Tuttavia, la Turchia non viene menzionata né nel testo della dichiarazione trilaterale né nel discorso di Vladimir Putin al riguardo, nel quale figurano soltanto le forze di pace della Federazione Russa.Probabilmente si tratta della partecipazione dei rappresentanti della Turchia al lavoro del centro di supervisione sulla sospensione delle ostilità la cui creazione è stata specificata nella dichiarazione trilaterale, ma comunque non della diretta presenza di soldati turchi nella zona del conflitto. Se Aliyev aveva già fatto in tempo a prometterla a Erdoğan, rimarrà allora una questione relativa ai rapporti tra di loro. Per il momento il quadro per la Turchia è questo: il conflitto da essa fomentato si conclude non in maniera ideale ed essa non ha raggiunto tutti i suoi obiettivi, cosa che ha già generato una precisa teoria del complotto. Ankara sembrava voler impedire il raggiungimento di un accordo di questo genere e potrebbe essere dietro all’abbattimento dell’elicottero russo Mi-24 non lontano dalla frontiera con il Nakhchivan (in cui si dice che stazionino da tempo unità militari turche) Ad ogni modo, Mosca ha deciso di non confondere questo tragico incidente con l’iniziativa di pace.

Che cosa significa per l’Azerbaigian

Baku festeggia la vittoria. Ha chiuso in una tenaglia la Repubblica del Nagorno Karabakh e ha ripreso il controllo di territori importanti, compresa la summenzionata città di Shusha, avente un forte significato simbolico sia per gli armeni che per gli azeri: l’antica capitale del Khanato del Karabakh, chiave di volta delle loro rispettive pretese a un determinato ruolo nella storia della regione. Durante la seconda guerra del Karabakh, l’Azerbaigian si è comportato da aggressore, ricominciando le ostilità con un pretesto. Però, secondo le sue conclusioni, quello che rimane dell’Artsakh armeno che si autogoverna continuerà a esistere proprio grazie alla “buona volontà” di Baku. In realtà sussisterà grazie alla garanzia della Russia, espressa con il contingente di pace, ma la propaganda azera la dirà a modo suo.

Però dovrà dirla in qualche modo, perchè l’unico problema che può sorgere per Aliyev a questo riguardo è l’incomprensione con la componente più radicale della società. Dovrà spiegare ai propri generali e alla nazione nel suo complesso il motivo per cui le truppe azere alla fine si sono fermate, non hanno chiuso la “questione del Karabakh” e non hanno acquisito il controllo su tutto il territorio della Repubblica del Nagorno Karabakh, pur essendo in condizione di farlo.

Che cosa significa per l’Armenia

“Tragedia”, “catastrofe”, “incubo”, “tradimento nazionale”: sono questi i termini con cui i fatti vengono descritti in Armenia. Alla dichiarazione di Pashinyan sulla cessazione delle ostilità, Erevan ha risposto coi tumulti. I contestatori hanno preso d’assalto il governo e l’Assemblea nazionale (cioè il Parlamento), trascinandone il portavoce fuori dall’auto per poi picchiarlo. 

I sentimenti degli armeni sono comprensibili: sui territori che adesso passeranno sotto il controllo dell’Azerbaigian non vivono molte persone, ma vi sono molte chiese antiche e altri monumenti nazionali armeni, come ad esempio le rovine di Tigranocerta, città fondata prima della nascita di Cristo. Il legame emotivo con queste terre è fortissimo, è parte dell’epica di questo popolo e dei discendenti di coloro che vi hanno rimesso la vita per vincere la prima guerra.

Costituisce un punto particolarmente dolente Shusha, per la quale sono sempre pronti a combattere per liberarla “a qualunque costo”. Il problema è questa città è una sorta di fortezza: da un lato è circondata dalle montagne, dall’altro rappresenta una quota strategica da cui tenere sotto tiro Stepanakert. Se non sono stati in grado di tenerla, allora riprenderla a maggior ragione sarà impossibile. Gli armeni non vogliono smettere di tentare un ritorno al passato, ma le situazione al fronte si presenta critica. Ammettendo la perdita di Shusha e di altre zone, almeno salvano Stepanakert, nella quale vi è la più grande concentrazione di abitanti del Nagorno Karabakh. Arayik Harutyunyan, presidente del Nagorno Karabakh, per il quale questa la fissazione della sconfitta de facto risulta particolarmente gravosa, lo ha formulato in maniera molto ampia:

“Considerando la pesante situazione che si va delineando e partendo dalla necessità di evitare ulteriori e gravi perdite umane in Artsakh, ho dato il mio consenso alla cessazione delle ostilità”.

Non vi è unità di vedute a questo proposito nella Repubblica del Nagorno Karabakh. La maggioranza dei parlamentari è d’accordo col premier, ma il Segretario del Consiglio di sicurezza Samvel Babayan si è espresso categoricamente contro la fine delle ostilità. I contestatori di Erevan chiedono anche la continuazione del conflitto armato, il passaggio di poteri allo Stato maggiore e le dimissioni immediate del Primo ministro Nikol Pashinyan. Il suo ruolo in un così triste sviluppo degli eventi per il popolo armeno meriterebbe un discorso a parte. Si può ipotizzare che la colpa del leader armeno non stia tanto nell’aver accettato una “vergognosa capitolazione”, perché era una decisione necessaria sotto molti aspetti, ma nel fatto che il conflitto sia in linea di principio giunto a tali estremi. Se avesse avuto più flessibilità tattica e meno baldanza nella fase iniziale degli scontri, i modi per uscirne non sarebbero stati pesanti da pagare come lo sono adesso. In ogni caso, il fallimento politico di Pashinyan è inevitabile. Sui social network circola voce che il premier sia fuggito dal Paese e ora si trovi a Sochi. Anche se fosse soltanto un’insinuazione, molto presto gli scateneranno addosso tutti i segugi del Caucaso meridionale, sia da parte armena che azera. Ma si tratterà di suoi problemi personali.

Un possibile problema per la Russia, invece, è rappresentato dall’enorme dolore e dall’atteggiamento ostile degli armeni, che adesso sono indirizzati verso Pashinyan, ma dopo che quest’ultimo sarà sbranato, allora verranno diretti contro Mosca. In questo momento il popolo armeno non riesce ad apprezzare il fatto che si sia riusciti a salvare l’Artsakh dalla catastrofe finale, ma si indigna per essere stato costretto alla capitolazione. La nuova “architettura della sicurezza” nella regione ha messo Erevan in una posizione di dipendenza militare critica rispetto a Mosca. Solamente le forze di pace russe possono trattenere l’Azerbaigian da una “soluzione finale del conflitto nel Karabakh”, perché la linea difensiva eretta dagli armeni è stata annientata. Si tratta di fatti, ma oltre ai fatti ci sono anche le emozioni, che nel Caucaso sono fortissime e abbondanti. La conseguenza è che determinati gruppi della società armena vedranno la Russia non come una forza di pace, ma come un intralcio.

La diceria che Mosca si sia accordata con Aliyev e abbia prevenuto la fuga degli azeri da Shusha fino a Baku continuerà ad esserci a prescindere, e verrà comunque attivamente coltivata da quella parte dell’élite armena che è orientata verso l’Occidente. Nel futuro, l’effetto della loro propaganda potrà portare alla maturazione di frutti estremamente velenosi. Occorre assolutamente tenerne conto.

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