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La retorica degli “Stati Generali” non salverà l’Italia

E così, tanto per non farci mancare niente, abbiamo anche gli Stati generali. E come in un film con un solo personaggio, il protagonista è e vuole essere lui, il presidente del consiglio Conte. A tutti gli altri, per quanto ai vertici di importanti istituzioni sovranazionali e internazionali, affiancati da personaggi di fama e di indiscusso valore nel campo degli studi economici e sociali, è riservato un ruolo di comprimari, quando non di comparse. 

Francamente non se ne sentiva la mancanza, dopo la dozzina e passa di messaggi alla nazione e solitarie conferenze stampa che il capo del governo ha ritenuto di tenere nell’arco di questi ultimi tre mesi. Ore di omelie, di verbose descrizioni della risaputa gravità della situazione, di annunci di misure e provvedimenti rivolti all’economia che dopo lungo tempo ancora stentano ad avere attuazione, ore di raccomandazioni paternalistiche, più che di comunicazioni urgenti, chiare, telegrafiche, stringate, che proprio in virtù di una tale secchezza avrebbero potuto decuplicare la loro credibilità ed efficacia.

E ora, l’apoteosi: gli Stati generali, denominazione altisonante di quello che poteva benissimo essere un breve convegno, un sobrio raduno di politici ed esperti adeguatamente preparato in cui, se proprio fosse stato necessario, presentare una cornice di iniziative per la ripresa e il rilancio dell’economia, e raccogliere un po’ di idee e proposte all’insegna della più stringente concretezza. Due-tre giorni, non di più, durante i quali indicare gli interventi con i tempi, i costi, gli investimenti necessari, i risultati prevedibili in termini di crescita dell’economia. E in effetti, a quanto si sa, inizialmente di un paio di giorni si era parlato. Giornate che però qualche ora dopo sono diventate cinque, e poi di più, fino a dieci-dodici.E’ lo specchio della bulimia di protagonismo e di presenzialismo di cui si nutre il presidente del consiglio. E della  insopprimibile tendenza di inondare di retorica e di enfasi il suo pensiero e la sua azione di governo. Del resto, tutto si tiene: è lo stesso personaggio che con grande sprezzo del ridicolo due anni fa non aveva esitato a definirsi avvocato del popolo! E magari pensa anche che, se mai lo è stato, il popolo italiano sia ancora, tutto intero, un popolino che non è mai cresciuto, e che il tempo di una pur sana retorica capace di galvanizzare e spronare appartiene al passato ormai remoto. Sarà un dettaglio, quella ridicola autodefinizione, eppure spesso sono proprio i dettagli che fanno comprendere tutto l’insieme. 

Sarà un altro dettaglio, eppure quanto mai rivelatore: nessuno, nel governo e nella maggioranza, e tantomeno tra le file dell’opposizione, sapeva della sua idea di organizzare gli Stati generali. Tant’è che tra irritazione e profondo scetticismo anche sull’opportunità e la necessità dell’iniziativa in sè, ne è seguito un diluvio di polemiche prontamente sopite per non scivolare in un ennesimo scontro tra alleati. La reazione della compagine governativa è stata fredda come il ghiaccio. Dal Pd, che ha accettato obtorto collo l’iniziativa con tante voci scettiche e perfino ironiche, e altre apertamente contrarie, anziché l’offerta di immediata e operosa collaborazione è venuto un ennesimo richiamo alla necessità di una svolta, svolta di concretezza, è stato sottolineato, di un salto di qualità, di un cambio di passo nell’azione di governo. E dai 5Stelle, al di là di qualche entusiasta per necessità, l’idea del presidente del consiglio è stata liquidata come punto di partenza, un primo passo di altri, chissà quali, che ne devono arrivare. E da Italia viva, non facendo mancare un richiamo alla centralità del parlamento, si sono limitati a dire che degli Stati generali hanno saputo dalle agenzie di stampa. E ci sono poi i partiti di opposizione, che non partecipano all’iniziativa, considerandola alla stregua di una passerella autocelebrativa per non dire trionfalistica su quanto è stato fatto finora e su quanto si vuol fare per sostenere l’economia, un’occasione insomma di pura propaganda. Il confronto, hanno detto, deve avvenire nella sede propria, il Parlamento. 

E’ singolare comunque che il premier, dopo avere snobbato per tre mesi i partiti e le loro proposte, dopo avere rifiutato le offerte in qualche modo di collaborazione, o comunque la si voglia chiamare, dopo aver fatto orecchie da mercante alle sollecitazioni della più alta carica della Repubblica, ora in tutta fretta e senza il minimo coinvolgimento preventivo, come del resto ha fatto con la sua maggioranza, li abbia chiamati a partecipare ai suoi Stati generali.Unite le forze di opposizione nel prendere questa posizione, con una solitaria eccezione, seppure di grande peso: Berlusconi. E’ da tempo che il presidente di Forza Italia, pur criticando anche duramente i suoi provvedimenti e le sue lentezze, lancia aperti segnali di voler in qualche modo collaborare per rimettere in piedi un Paese piegato dagli effetti dell’epidemia. Un intento lodevole, sollecitato anche da figure non sospette, che può anche avere altri scopi laterali peraltro legittimi, come quello di mettere in crisi i rapporti nella maggioranza più di quanto già non lo siano, o anche quello di mantenere Forza Italia e se stesso al centro dello scenario politico. E dunque la sua partecipazione agli Stati generali, con la probabile conquista della scena, avrebbe potuto assumere anche questi significati.

Al di là degli eventuali scopi reconditi, lo spirito di collaborazione emerso a più riprese dal presidente degli azzurri si è attirato le ire del segretario della Lega, che non ha lesinato attacchi nei confronti dell’alleato. E il centro-destra è anche alle prese con le candidature nelle regioni in cui si voterà a settembre, con i tre partiti impegnati in un braccio di ferro molto duro nel tentativo di spuntarla con le loro proposte. Gli accordi comunque dovranno arrivare, ma il rischio è che le polemiche possano disorientare gli elettori fino ad allontanarli. Ma le divisioni più macroscopiche sono quelle che vive ogni giorno la maggioranza, un insieme che sta in piedi solo per uno stato di necessità. Peraltro, non passa giorno in cui qualcuno non dica che, per ora, non ci sono alternative. In molti c’è perfino il sospetto che l’avvocato presidente del consiglio stia lavorando anche pro domo sua. C’è da ricordare che non è nuova la voce secondo la quale il numero uno di Palazzo Chigi mediti di restare in politica con un proprio partito e comunque di entrarci dalla porta principale. E recenti sondaggi attribuiscono a questa ipotesi consensi elettorali importanti, tra il dodici e il quindici per cento. Lui naturalmente smentisce, ma sarebbe davvero difficile trovare qualcuno che nella sua situazione non smentisca. Magari non succederà niente del genere, ma in vista di una possibile caduta del governo, tra fine estate e inverno, c’è anche chi per il presidente del consiglio prefigura una sorta di buonuscita, un incarico di altissimo prestigio tra le più importanti istituzioni italiane, o in sede europea e finanche internazionale. 

Intanto il capo del governo cerca di godersi i riflettori sugli Stati generali. Il punto di partenza, ma potrebbe anche essere di arrivo, è il piano messo a punto dal comitato diretto da Vittorio Colao. Centodue capitoli che coprono tutti i settori dell’economia e della dinamica sociale: come orientare e come sostenere la ripresa economica, dalla produzione di beni, alla valorizzazione del made in Italy, alla tecnologia, alla sburocratizzazione, al turismo, all’ambiente, alla cultura. Un vero e proprio programma di governo, come qualcuno lo ha definito. Gli esperti, suggeriscono diversi commentatori, hanno pescato a piene mani in diverse linee programmatiche del centro-destra. Sarà anche per questo, allora, che il piano Colao sembra che non piaccia molto alla sinistra, o di quel che resta della sinistra, e che abbia invece suscitato un certo interesse nella destra. C’è comunque da prepararsi a spendere bene i centosettanta miliardi che possono arrivare dall’Europa, ottanta a fondo perduto, o comunque così sembra che sarà, e novanta in prestito. Un impegno che non riguarda soltanto questo governo transeunte con la sua maggioranza appiccicaticcia, ma anche e soprattutto i governi che si succederanno nel prossimo decennio. Ma fin da oggi questo programma di sviluppo deve avere basi solide che non sembra possano essere costruite dall’attuale compagine governativa. Ecco, allora, la necessità che a guidare il paese sia o un governo di coesione nazionale, o, più democraticamente, un esecutivo che scaturisca senza equivoci e senza forzature dalle scelte degli elettori. 

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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