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‘La Peste’ di Albert Camus dove “Non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare”

A molti sarà capitato di notare sugli scaffali delle top ten delle librerie la riedizione de “La peste” di Albert Camus. Ammetto di aver aspettato diverso tempo prima di prendere in considerazione l’ipotesi di leggere quello che, per quanto ne sapevo, era uno dei capolavori di uno dei maggiori esponenti della cultura del Novecento, in quanto una ristampa così massiccia mi dava l’idea di un’operazione di marketing, anche se probabilmente è stato più una forma di autodifesa psicologica, considerato il periodo che da un anno a questa parte stiamo vivendo.

Riconosco anche di non aver letto granché di Camus in precedenza, sicuramente per un mio limite, in quanto ho preferito studiare ed approfondire scrittori e pensatori che sentivo più affini alla mia forma mentis. Però come l’andamento di una epidemia, tra aumenti dei contagi, cui seguono cali e di nuovo aumenti, il libro continuava ad attirare la mia attenzione ogni volta che entravo in una libreria o passavo davanti alle vetrine di negozi di libri. Per cui, eccoci qui…

Il romanzo vuole essere una sorta di cronaca oggettiva, con uno stile limpido e semplice, in cui l’io narrante cede il passo ad un racconto in terza persona, tanto che solo alla fine di scoprirà che la voce narrante è anche il protagonista del racconto: il dottor Rieux, che, con disillusione dovuta ad una sorta di deformazione professionale, combatte con tenacia contro la peste che ha colpito Orano, una cittadina commerciale della costa algerina in cui “ci si annoia e ci si applica a contrarre delle abitudini” fino al giorno in cui le strade e le case vengono invase dai topi che portano la malattia.

Più andavo avanti nella lettura e più mi sembrava di rivivere gli ultimi dodici mesi, con la pandemia da covid19 che ha colpito il mondo intero. “Dal momento che il flagello non è a misura d’uomo – scrive Camus – pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare”. Erano un po’ questi i sentimenti che abbiamo vissuto nei primi mesi dello scorso anno: dapprima disinteresse per un qualcosa che sembrava essere lontano, che si pensava non sarebbe mai arrivato da noi e sarebbe passato come era già accaduto per la Sars, l’aviaria ed altre epidemie negli ultimi anni; al disinteresse sono seguite la difficoltà di capire, anche per una sorta di bombardamento di informazioni cui eravamo sottoposti, e l’incredulità.

Sembrava che i nostri concittadini – scrive ancora Camus – avessero difficoltà a capire ciò che stava accadendo loro. Quasi tutti erano in primo luogo sensibili a ciò che interferiva con le loro abitudini o toccava i loro interessi. Nel complesso non erano spaventati, si scambiavano più battute che lamentele”.

Anche ad Orano le autorità sono state colte completamente impreparate da quell’onda lunga che stava per travolgere la città, tanto da assumere con ritardo ogni iniziativa di contenimento, più per aver elementi inoppugnabili coi quali convincere l’opinione pubblica dell’ineluttabilità del da farsi. “Ne provavano fastidio o irritazione, e non sono questi i sentimenti che è possibile contrapporre alla peste”, prosegue Camus. Anche ad Orano arrivano i “bollettini dei morti”, che hanno tristemente scandito il rintocco delle ore 18 per mesi anche da noi, soprattutto durante il primo lock-down.

Ed ecco che senza accorgersene, senza aver piena consapevolezza di quanto stesse succedendo, non ci sono più “destini individuali, ma una storia comune costituita dalla peste e sentimenti condivisi da tutti. La malattia, che in apparenza aveva costretto gli abitanti a una solidarietà da assediati, spezzava i legami comunitari tradizionali e abbandonava gli individui alla loro solitudine”.

Ci siamo dovuti chiudere nelle nostre case, un po’ impauriti ma forse più infastiditi da qualcosa che all’inizio continuavamo a percepire come lontano da noi. Finché la situazione non è esplosa in tutta la sua gravità, nella drammaticità dei numeri di ricoveri, terapie intensive, morti. Esattamente come ad Orano, dove “i malati morivano lontano dalla famiglia e le veglie erano vietate”. Ricordo che quando venni informato nella mia regione i posti letto nei reparti di terapia intensiva erano arrivati a saturazione, dissi ai miei genitori che da quel momento non era più consentito ammalarsi. 

Anche ad Orano “le bare cominciarono a scarseggiare, mancavano la tela per i sudari e lo spazio al cimitero. Ci si dovette ingegnare”: non avessi conosciuto il covid19, sicuramente quelle quattro semplici parole non sarebbero arrivate dirette come un pugno nello stomaco. 

Prosegue Camus “Fu deciso di seppellirli di notte, il che dispensava da certi riguardi. Si poterono ammassare molti più corpi nelle ambulanze. Accadeva talora di imbattersi in lunghe ambulanze bianche che sfrecciavano”: ed il ricordo va direttamente alle fila di camion dei nostri militari carichi di bare chiuse in fretta e furia e portate nei forni crematori che erano ancora nelle condizioni di lavorare.

Pur nella semplicità del linguaggio, il romanzo è vibrante: chiaramente l’emergenza sanitaria finirà, esattamente come accadrà da noi se proseguiremo a tenere comportamenti corretti e continueremo (possibilmente potenziandola) la campagna vaccinale.

Il romanzo di Camus non è una sorta di diario di guerra fine a sé stesso. La peste rappresenta una metafora morale: indica il male, dormiente, sempre in agguato, che risulta essere estremamente insidioso quando si esprime a livello di massa. La peste segna una tappa fondamentale in un percorso di maturazione del pensiero di Camus, riconducibile all’idea dell’assurdità dell’esistenza e del mondo, di fronte alle quali le consolazioni filosofiche e religiose risultano palliativi e mistificazioni. Fin qui, nulla di nuovo rispetto ad altri grandi del pensiero occidentale, da Schopenhauer a Nietzsche fino a Bertand Russel, seppur con diverse sfumature.

Proprio con “La peste”, Camus propone una possibile soluzione al problema: l’uomo può superare la disperazione e la solitudine della propria condizione attraverso la rivolta lucida e cosciente contro l’assurdo, ovvero attraverso l’impegno e la solidarietà. Ecco che il protagonista, il dottor Rieux, assolutamente conscio della gravità della situazione, resta al suo posto; ecco che altre figure del romanzo decidono di impegnarsi e rischiare la propria vita nelle attività di soccorso ai malati, ecco che Rambert, giornalista rimasto bloccato ad Orano quando la città è stata posa in quarantena, pur avendo escogitato uno “stratagemma oneroso” per attraversare i posti di blocco, decide di restare e fornire il suo aiuto, perché ne ha “abbastanza della gente che muore per un’idea. Non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano”.

Una sorpresa sia da punto di vista letterario che del pensiero.

Infografica – La scheda del libro ‘La peste” di Albert Camus
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Nato a Milano nel 1980. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte come responsabile dell’Ufficio Legislativo di un Gruppo consiliare. Collaboratore parlamentare per circa un decennio, è stato responsabile della segreteria dell’Assessorato all’Ambiente, Difesa del Suolo e Protezione Civile della Regione Piemonte dal 2010 al 2014. E’ affascinato dai viaggi e dalla montagna, oltre che lettore appassionato di romanzi storici, manuali di filosofia e saggi di attualità.

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