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La NATO, il coronavirus e quelle idee dell’altroieri

Il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha detto che “i Paesi NATO hanno impiegato ulteriori fondi per l’acquisto di sistemi di difesa antiaerea e di caccia per il contenimento della Russia”, riferisce RBK come ricordato da Andrey Kadomtsev, noto politologo. Tra l’altro, pressoché tutti gli Stati di cui si compone l’organizzazione si stanno confrontando con la seconda ondata epidemica di coronavirus, e sullo sfondo di nuove minacce, l’ordine del giorno dell’Alleanza nordatlantica appare sempre meno appropriato e sempre più anacronistico. Secondo i dati di fine ottobre, 6 Paesi membri rientrano fra quella ventina di Stati del mondo col maggior numero di casi confermati di contagio da coronavirus. La pandemia costituisce una diretta minaccia per la vita e la prosperità della popolazione dei Paesi di un’organizzazione che da settant’anni si dichiara come elemento chiave per la sicurezza dell’Occidente. A giugno, peraltro, il segretario Stoltenberg aveva definito la preparazione del piano operativo in caso di seconda ondata epidemica come una “cartina di tornasole della robustezza dell’Alleanza”. I segnali di una crisi crescente all’interno della NATO erano iniziati a trapelare distintamente già 30 anni fa, proprio dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, quando l’Alleanza perse da un giorno all’altro due fattori cruciali che avevano giustificato per molto tempo la sua esistenza: il nemico e una missione. Verso la fine degli anni ’90 il principio fondante della “difesa collettiva” divenne di fatto patrimonio storico. Quanto fosse profondo il degrado della componente militare dell’organizzazione lo si vide dopo l’11 settembre 2001. Iniziando la campagna antiterroristica in Afghanistan, gli USA rifiutarono in maniera quasi plateale di utilizzare la gran parte del potenziale NATO, dopodiché Germania e Francia si espressero in modo assolutamente contrario all’invasione dell’Iraq.

La NATO ha raggiunto dei successi formali solamente nel campo dell’allargamento. Per il resto, l’organizzazione ha dimostrato o la sua inapplicabilità o l’incapacità delle sue molteplici strutture a reagire alle sfide dei tempi moderni, anzitutto le sfide poste dalle minacce alla sicurezza costituite dal crimine organizzato e dal terrorismo internazionale. Esistendo ufficialmente in primo luogo come “scudo dell’Europa”, l’Alleanza ha portato pochi benefici agli europei quando centinaia di migliaia di profughi arrivati come una valanga hanno spinto l’Unione Europea sull’orlo della spaccatura, se non di un collasso vero e proprio. La crisi finanziaria del 2007-2009 ha nuovamente mostrato all’Occidente che le minacce principali alla sua stabilità sono da individuare su un piano non-militare. La profondità delle conseguenze negative a livello socio-economico ha rafforzato i dubbi di Washington sull’opportunità di mantenere l’attuale volume di obblighi militari che gravano sull’America. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca è stato l’espressione della preoccupazione di quelle forze, sovraccariche in modo critico, che ha attanagliato un largo strato della società americana. E anche se il Presidente ha persino aumentato la presenza militare americana in Europa fino a quello che è il livello massimo a partire dalla fine della Guerra fredda, nella pratica la questione della partecipazione USA agli affari NATO si è trasformata nella minaccia primaria all’esistenza non solo della stessa organizzazione, ma di tutto il presente modello di “Occidente” nel suo complesso. Proprio qualche giorno fa, l’ex Consigliere di Trump per la sicurezza nazionale John Bolton ha ipotizzato che se l’attuale capo della Casa Bianca verrà rieletto, gli USA potrebbero lasciare la NATO. E ha predetto che, nel caso si realizzasse tale decisione, l’Alleanza si disgregherebbe. Un tale pensiero non sorprende se consideriamo alcune circostanze.

In primo luogo, la pandemia ha messo in dubbio in particolar modo la capacità di azione bellica della NATO. La principale “vittima” del coronavirus sono state le manovre “Defender 2020” programmate per marzo. L’obiettivo di una delle più massicce esercitazioni dell’Alleanza dal 1991 era stato fissato nella verifica della capacità americana di portare tempestivamente sul teatro europeo un’intera divisione di 20mila uomini per poi dispiegarla ai confini della Russia. L’epidemia ha cancellato questi piani con una facilità che ha fatto paura agli osservatori occidentali. È stata cancellata anche la maggior parte delle altre esercitazioni. Al tempo stesso gli europei hanno iniziato a ridurre i propri contingenti nelle missioni dell’Alleanza all’estero, con la motivazione di una necessaria concentrazione di tutte le risorse nella lotta al COVID-19 e anche per il timore che i militari stanziati nelle regioni con scarse condizioni sanitarie potessero poi divenire diffusori di contagio. La pandemia ha richiesto di apportare correzioni enormi alle spese statali degli Stati membri, compresa una ridistribuzione dei fondi nell’ambito del budget per la difesa. I denari sono andati alle esigenze della quarantena, alla mobilitazione dei medici militari, alle misure di sicurezza interna e anche al rafforzamento del controllo alle frontiere. In secondo luogo, sullo sfondo del “corona-crisi”, è divenuta “dolorosamente evidente” l’inconsistenza delle attese degli alleati verso la disponibilità e la capacità di Washington di assumersi il ruolo di leader. Invece di prendersi la parte principale nella lotta contro la pandemia almeno per la comunità dei Paesi occidentali, gli USA hanno imposto un divieto unilaterale di ingresso delle persone dai Paesi europei, cioè dai suoi “più stretti (così si intende) alleati”. E poi hanno fatto addirittura vedere un “vergognoso tentativo” di appropriarsi di un promettente vaccino contro il coronavirus in via di studio in Germania. Infine, l’attuale crisi si distingue per la NATO da tutte quelle precedenti anche per il fatto che la dinamica della pandemia è “imprevedibile”. Inoltre, il fianco europeo si era già dimostrato molto indebolito da tutta una serie di crisi che sono avvenute negli ultimi dieci anni, così come è diminuita negli Stati Uniti nel bel mezzo delle elezioni presidenziali, nota Henry Kissinger, “la fiducia del pubblico verso la capacità degli americani di governare sé stessi”.

La pandemia ha pure dimostrato la priorità indiscutibile degli Stati sovrani sia dal punto di vista della legittimità sia da quello delle risorse che possono essere dirette verso la lotta contro una minaccia alla sicurezza di dimensioni catastrofiche. L’Unione Europea è riuscita a stento nel corso di alcuni mesi ad accordarsi su un pacchetto di misure di recupero. Con l’obiettivo di salvare l’economia, sono state ridotte le spese per la politica estera comune e la politica di sicurezza, compresi i programmi di allargamento della cooperazione militare dei Paesi della Comunità. In circostanze simili per la NATO sarà estremamente difficile contare sul fatto che l’Europa acconsenta ad aumentare “ancora di più” le spese per la difesa. Tra l’altro, lo squilibrio tra gli oneri nelle spese militari tra i Paesi membri è diventato negli ultimi anni la pietra di inciampo dei membri NATO. Trump ha intrapreso una precisa politica di monetizzazione dei rapporti di alleanza. Tuttavia, secondo quanto pensano gli europei, l’aumento del debito pubblico o delle tasse per favorire le spese belliche può provocare velocemente una reazione negativa nell’opinione pubblica. È qualcosa che tocca anche la competitività delle economie degli Stati europei. In questa maniera, la politica di Trump indebolisce le posizioni europee nella lotta globale della concorrenza. A Washington sono a loro volta fermamente convinti che la dilazione della questione dell’aumento delle spese per la difesa sia un corso coscientemente condotto dagli europei, i quali vedredderno gli USA uno sponsor della loro sicurezza che dice sempre di sì.

Per quanto riguarda un contesto geopolitico più ampio, nel corso del summit di Londra alla fine dello scorso anno, nel novero delle priorità strategiche della NATO è stata inserita per la prima volta la Cina. E allora, proprio di fronte al coronavirus si è veramente delineato lo spartiacque tra quei Paesi, compresa la Repubblica Popolare Cinese, che dimostrano di avere la capacità di reagire rapidamente ed efficacemente all’epidemia, mobilizzando per la battaglia col virus un apparato statale (militare e civile) ben addestrato, e “quei Paesi occidentali che si sono rivelati impreparati”, dice in un’intervista a Le Figar Lellouche, Segretario di Stato francese per gli affari europei. Al momento attuale, è chiaro come Pechino stia riuscendo a tenere sotto controllo l’epidemia meglio dell’Occidente. E per quanto riguarda l’economia, Pechino senza dubbio “si trova in una posizione forte”, essendo dotata delle maggiori riserve al mondo, di importanti attivi liquidi, di potenza industriale in grado non soltanto di compensare le perdite degli ultimi mesi, ma di dare anche un nuovo e forte impulso all’espansione della presenza geopolitica di Pechino praticamente in ogni angolo del mondo. Tra l’altro, l’Europa e gli USA, che ripetono come un mantra le parole sull’intenzione di “contrastare la Cina”, economicamente “indeboliti” e finanziariamente “indebitati all’eccesso” sono in equilibrio sul filo di una crisi enorme, che potrebbe provocare un altro stop delle loro economie. L’Occidente si sta confrontando con una dilemma caratteristico pe i Paesi del Terzo mondo: che cos’è più importante, cannoni o burro? L’ala europea della NATO, nonostante tutte le sue ambizioni di essere uno dei principali centri di forza, “oggi è diventata una zona cuscinetto nella contrapposizione tra Cina e USA”. Infiacchita dal coronavirus, l’Europa è ormai costretta a limitare la sua attività di politica estera praticamente soltanto all’ambito della retorica. Non bisogna escludere che gli europei debbano chiudersi del tutto in sé stessi per l’intero periodo di recupero dalle conseguenze umane ed economico-finanziarie dell’epidemia.

Sullo sfondo di immensi fallimenti nella sfera della salute pubblica così come dei danni economici che al momento è impossibile conteggiare, per i politici europei sarà estremamente difficile convincere gli elettori della necessità di aumentare le spese belliche nel prossimo futuro. Sarà difficile anche per i politici americani, in particolare dopo la campagna elettorale di quest’anno, incredibilmente incandescente a livello politico e che unitamente al COVID-19 ha rimarcato la già profondissima scissione tra democratici e repubblicani. E sarà ancora più difficile argomentare il mantenimento delle precedenti priorità della NATO. Il cambiamento di carattere e di dimensioni della minaccia diventa sempre più evidente anche per i comuni cittadini. Molti nella NATO cercano di presentare all’opinione pubblica il rafforzamento della sovranità di Russia e Cina tradizionalmente in qualità di “sfida” e di “pressione crescente”. Tuttavia, persino in Europa “le minacce da parte di Mosca” sono “evidenti” solamente per la Polonia e gli Stati del Baltico. Gli altri europei giudicano la situazione in modo molto più realistico. Ad esempio sono favorevoli a un cambio delle priorità al fine di garantire sicurezza sul fronte meridionale dell’Alleanza. Nel frattempo, quella Russia che dovrebbe “minacciare” la NATO, ha coerentemente parlato a favore del mantenimeto del Trattato INF. Il 26 ottobre il presidente russo Vladimir Putin ha nuovamente esortato la NATO ad annunciare, congiuntamente a Mosca, “una moratoria sul dispiegamento in Europa di missili a corto e medio raggio basati a terra”. I vertici della Federazione Russa stanno facendo tutto quello che è in loro potere, avanzando proposte costruttive, anche per il mantenimento del Trattato New START.  Infine, già da molti anni proprio la Russia invita i vicini europei a riconsiderare la sicurezza del Continente conformemente a quelli che sono i principi di “indivisibilità della sicurezza” e parità di diritti di tutti i partecipanti.

Sostanzialmente, le misure principali di superamento dell’odierna “corona-crisi” e anche delle eventuali minacce future interessano solo di riflesso il campo delle organizzazioni militari oppure sono ad esso totalmente estranee. Inoltre, le opinioni dell’America e dell’Europa riguardo al futuro della NATO divergono sempre di più. Una serie di Paesi dell’Europa centrale e orientale si affidano in maniera crescente sullo sviluppo delle relazioni militari e strategiche bilaterali con gli USA. Peraltro, le élite americane vedono nella NATO poco meno che un sostituto dell’Unione Europea nel ruolo di nuovo “unificatore” del Continente. Altri esperti, al contrario, ipotizzano che “il modo migliore per fare un passo avanti sia la riorganizzazione della NATO che vada a spostare il fardello di più sull’Europa”. Nel complesso è necessario ammettere che il coronavirus ha assestato un colpo potentissimo alla reputazione di quasi tutti gli entri sovranazionali, e che un domani potrebbe spostarli definitivamente in secondo piano nelle questioni di politica mondiale. La NATO non ha fatto eccezione: la folta burocrazia dell’Alleanza, con i suoi piani di modernizzazione costosa e affrettata dei sistemi d’armamento, con tutta evidenza non si può definire come un obiettivo di rafforzamento dell’autosufficienza nazionale e dell’autonomia nelle relazioni economiche. Quindi nel momento in cui la pandemia sarà superata, il modo in cui i membri guardano all’Alleanza potrebbe essere ancora più incerto di oggi.

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