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Italia, un governo “meglio di niente”

Un governo con una maggioranza che al mattino c’è e alla sera forse, in attesa del vertice notturno quasi quotidiano, non è quello che merita un grande Paese come l’Italia. Ammesso che ancora sia un grande Paese. Di recente l’agenzia Fitch, che dalle parti della compagine governativa di solito viene presa in particolare considerazione, ha attribuito la valutazione di BBB con tendenza al negativo. Più in basso di così ci sarà ancora qualcosa, e tuttavia al fondo – dove non c’è altro da scavare – non manca molto. E un altro allarme tra i tanti è il crollo della produzione industriale, che perde oltre il quattro per cento. Certo, c’è la difficile congiuntura internazionale, ma è innegabile che l’Italia ci metta abbondantemente del suo.

A fronte di una maggioranza che ha più cose che la dividono di quelle che la uniscono, i risultati non possono che essere questi. Osservatori e commentatori non mancano di dirlo, chi nelle forme più dirette spesso rispecchiando i pareri dell’opposizione, e chi sfumando per carità di patria o per simpatia nei confronti un governo che è meglio di niente, o che è ancora meglio che andare alle elezioni. E, non dimenticando alcuni segnali arrivati dalle recenti elezioni regionali, derubricati forse un po’ frettolosamente a favore della tenuta del centro-sinistra e dell’alleanza di governo, lo dicono anche i cittadini, gli elettori, che in mancanza delle urne, si esprimono attraverso l’unico strumento finora conosciuto al di fuori della scheda elettorale: i sondaggi di opinione.

E in ogni caso c’è un dato incontrovertibile: le ultime elezioni politiche, le quali, seppure con una maggioranza insufficiente, avevano consegnato un Paese che aveva scelto il centro-destra. Acqua passata, sì, ma fino a un certo punto. Anche perché nel corso di due anni si è passati da un’anomalia all’altra, prima col governo giallo-verde, e poi con quello giallo-rosso. E se il primo poteva avere qualche senso perché affidava il Paese ai due partiti che avevano raccolto maggiori consensi, la Lega nel centro-destra vincente e i 5 Stelle in solitaria, quello attuale comprende un Pd che era stato severamente punito dagli elettori, una sinistra uscita perdente dalle urne, un partito che più di ogni altro aveva lanciato, ricambiato, i più duri anatemi nei confronti dei pentastellati. Tutto giustificato anche col principio che viviamo in una democrazia parlamentare, e comunemente accettato il paradosso secondo il quale in Parlamento gli eletti contano più degli elettori.

Divisi su tutto, tuonano tutti i giorni contro il governo i partiti di opposizione. E questo, pur confortato da più di una ragione sulla base dei dati di fatto, rientra nella dialettica politica e nel gioco delle parti. Ma paradossalmente le critiche spesso più dure all’azione del governo arrivano dalla maggioranza stessa. La necessità di un “cambio di passo”, gli infruttuosi vertici quotidiani, gli appelli a smetterla con le picconate, i ricatti e gli ultimatum, altro non sono che la presa d’atto di posizioni inconciliabili, di volta in volta avvicinate a stento attraverso compromessi con cui vengono rinnegati principi ai quali fino a un minuto prima né l’uno né l’altro partito dicevano di poter derogare. Eppure, anche il compromesso, su cui si deve basare la politica, ha bisogno di essere dignitoso. E soprattutto non può mancare il rispetto dei programmi, degli intenti, dei principi con i quali ci si è presentati agli elettori e ai cittadini.

Tra divisioni e precarie ricuciture, tra rinvii, incertezze, cambi di posizione in corsa e tempi lunghi, è tutto un fiorire di contraddizioni, spesso coperte dall’immobilismo: prescrizione, concessioni autostradali, Alitalia, ex Ilva, la Tav che per un ipocrita quieto vivere viene tenuta lontana dall’agenda di governo, e ancora sicurezza, immigrazione, reddito di cittadinanza, quota cento, lo scontro sui vitalizi, e senza dimenticare gli investimenti per le opere pubbliche fermi, la precarietà del lavoro anche quando sembra sicuro e a tempo indeterminato, le condizioni del Sud, e le oltre cento vertenze aziendali che giacciono sui tavoli del governo.

A fronte di questo scenario denso di difficoltà per la vita quotidiana dei cittadini e per un Paese in costante confronto coi partner europei (alcuni dei quali a loro volta vivono momenti difficili, ma sono capaci di reagire prontamente), in Italia sembra di procedere senza una guida, tantomeno una guida sicura. Troppo elevato il tasso di litigiosità e di inconciliabilità di posizioni nell’alleanza governativa. E a questo si aggiungono i malesseri che affliggono i partiti al loro interno.

In un Pd che ha frenato la sua corsa in discesa dopo aver conservato l’Emilia Romagna e aver conquistato – decimale più decimale meno – uno stabile 20% nei sondaggi, molti sono ancora increduli di avere stretto un’alleanza con il partito che di recente più hanno detestato, lanciando giuramenti tipo mai con quelli. E c’è chi, come Renzi e Calenda, se n’è andato, magari anche con tempistiche sospette, come il politico fiorentino che aveva lasciato il partito un minuto dopo essere entrato nel governo. Finora i risultati di questa scissione non sono stati esaltanti per l’ex premier: stando ai sondaggi, Italia Viva stenta ad arrivare al 5%. Ma sta di fatto che Renzi più che in maggioranza e al governo sembra essersi installato all’opposizione. Con qualche ragione, come la diatriba infinita sulla prescrizione o l’assenza di misure forti per il rilancio dell’economia. Ma certo è paradossale che un partito stia contemporaneamente nella maggioranza e di fatto fuori. Ed è altrettanto difficile giustificare che il suo ex partito accetti questa situazione, accanto alle tante concessioni che giorno dopo giorno, provvedimento dopo provvedimento fa agli alleati 5Stelle. Certo, a memoria repubblicana non è la prima volta che accade, e comunque il realismo in politica, quando non è solo deprecabile convenienza, ha le sue esigenze e fa chiudere più di un occhio.

E in questo caso la convenienza qualche parte la gioca. Perché da una parte c’è l’attaccamento al potere, alla poltrona, come si dice in questi casi. E dall’altra c’è il motivo per il quale ci si ostina a tirare a campare: se non si fosse fatto il governo giallo-rosso si sarebbe andati dritti alle elezioni. E lo stesso accadrebbe in caso di caduta del governo. E qual è il pericolo? Non solo e non tanto di perdere, bensì lo spauracchio degli ultimi mesi: vince Salvini, il male assoluto fomentatore di razzismo, di odio, di chiusura all’immigrazione più o meno selvaggia, di becero sovranismo, di guerra senza quartiere e senza perché all’Europa. E con Salvini vincerebbe la destra della Meloni, a sua volta male da evitare ad ogni costo. Naturalmente tutto enfatizzato ad arte, giacché al netto dai toni con i quali il leader della Lega esprime le sue opinioni soprattutto per compiacere una parte di suoi elettori che, stanchi e delusi dall’arrendevolezza di altri governi questi toni vogliono sentire, in lui non c’è traccia di razzismo, di chiusura delle frontiere, di antieuropa a prescindere. Come tutti possono comprendere, c’è ben altro. Ma ai suoi avversari, o meglio nemici, piace far credere così. Un piccolo esempio arriva dall’atteggiamento europeo sull’immigrazione: con Salvini al governo, chiusura totale, musi duri, nessun dialogo. Uscito lui dal governo, porte non diciamo spalancate, ma seppure a malincuore comunque aperte alla redistribuzione e al dialogo. E se i maggiori partner europei potevano avere qualche ragione purtroppo squisitamente quanto strumentalmente politica per tenere quell’atteggiamento di chiusura – va ricordato che la Lega in Europa è alleata con le destre euroscettiche e ritenute populiste, quindi bisognava ostacolarla in tutti i modi – proprio questi motivi creano un deficit di onestà intellettuale e di credibilità politica. E con ciò, eterogenesi dei fini, in definitiva dando ragione a Salvini medesimo.

Speculare a quella del Pd è la posizione dei 5Stelle e del Presidente del Consiglio: rinviare il più possibile il ritorno alle urne per evitare il successo di Salvini. Ma nei pentastellati c’è qualche motivo in più: allontanare il giorno in cui prendere atto definitivamente che il movimento non c’è più, o comunque è ridotto a una presenza marginale, anche se con una capacità di diventare ago della bilancia, condannato a continui aggiustamenti di linea politica e di programmi e costretto a compromessi che mal si conciliano con quel “radicalismo” che aveva attirato militanze e consensi. Insomma, un partito come tanti altri. Prendere atto, in sostanza, che si è trattato di un fuoco di paglia durato un decennio, e una volta al governo principi e programmi si sono diluiti fino a disperdersi.

I loro elettori, del resto, appaiono ampiamente delusi tanto dal governo nazionale quanto dai sindaci delle due principali città, Roma e Torino, in cui il partito è arrivato al potere. I pentastellati in crisi profonda hanno dovuto far dimettere il capo Di Maio, logorato da troppi compromessi e rinunce e dall’assenza di una linea politica ferma e riconoscibile. A margine, vale la pena di ricordare che l’ex capo, dopo essere stato vice presidente del consiglio, non ha avuto remore nel ritagliarsi un posto in primissima fila nel governo giallo-rosso assumendo il carico di un ministero, quello degli Esteri, che appartenne a figure di autorevolezza e di prestigio internazionale come De Gasperi, Moro, Andreotti, De Michelis, Gaetano Martino, Renato Ruggiero… E su questo incarico né nel partito, né tra gli alleati nessuno, almeno pubblicamente, ha avuto da ridire. Questo per sottolineare che talvolta c’è un velleitarismo che rasenta la temerarietà. Tra i parlamentari c’è comunque malcontento e troppi sono ormai coloro che hanno lasciato il partito, mentre in altri, anche in periferia, fuori dai palazzi romani, cresce il mugugno, la delusione e l’insofferenza.

Nel centro-destra le acque sembrano relativamente più calme, anche se non mancano problemi come i travagli che vive Forza Italia tra fronde, defezioni e consensi sempre più marinali, nonostante il successo in Calabria. Berlusconi spera di recuperare qualche elettore e per farlo ce la metterà tutta, e tuttavia l’impresa sembra ardua davvero. I tre partiti, al netto dei reciproci appelli alla compattezza, sono anche alle prese con la scelta dei candidati presidente nelle sei regioni che a maggio andranno alle urne. A parte il Veneto, dove è sicura la ricandidatura di Zaia, le altre sono in discussione anche perché legate tra loro dall’attribuzione che verrà fatto all’uno o all’altro partito, con Fratelli d’Italia in costante crescita e la Lega su scala nazionale abbondantemente primo partito della coalizione. In questa fase, il leader della Lega nonostante i sondaggi favorevoli è in difficoltà – imperdonabile quel campanello suonato all’abitazione del presunto spacciatore di droga, chiunque e a maggior ragione un personaggio con le sue responsabilità politiche non suona campanelli ma va dai Carabinieri – soprattutto per via delle vicende che vedono in campo le aule parlamentari legate ai blocchi delle navi cariche di immigrati nel Mediterraneo, provvedimenti che è impensabile non siano stati condivisi dal Presidente del Consiglio, dall’altro vice Di Maio, dall’intero Governo e da tutta la maggioranza giallo-verde, a meno che non si voglia pensare che la compagine governativa fosse un’armata brancaleone in cui ognuno fa quello che gli pare all’insaputa degli altri o contro il parere degli altri, i quali così avrebbero lasciato fare voltandosi dall’altra parte. Intanto, gli ex alleati e sodali – a cominciare da Conte – con incredibile disinvoltura lo lasciano al suo destino, e il finale è ancora da scrivere. 

Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

  • Elisabetta Mezza
    14 Febbraio 2020 at 10 h 15 min

    Sembra di leggere un dettagliato e puntuale referto medico di un esame diagnostico… Come quando si fanno le radiografie ai reperti archeologici…. Preistorici mammuth che riusciranno ad evolvere di nuovo in elefanti!
    Grazie Battaglia

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