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Italia, il senno del poi… e il passo del gambero

Finalmente ha deciso. Sperando che non sia troppo tardi. Tardi forse lo è, troppo si vedrà. Tutto chiuso. Anzi no. Tranne i servizi essenziali e le fabbriche. Le prossime settimane diranno se sia stato corretto tenere aperte le imprese non essenziali. Patetico.

Ecco come era apparso il presidente del consiglio Conte di fronte all’emergenza. E con lui il governo e la sua maggioranza. Indeciso, titubante, ondivago, anche nervoso, eppure sempre lì a ostentare un’autosufficienza che non ha, pronto a declassare a propaganda, e a sciacallaggio, ogni proposta dell’opposizione e della sua stessa coalizione. Salvo qualche ora dopo affannarsi a prendere provvedimenti e a dettare misure che gli erano state suggerite dalla parte avversa o comunque da altri. Decisioni prese successivamente e fatte passare come sue, esclusive, autonome e originali. Davvero incomprensibile e penoso, questo orgoglio mal riposto. Proprio nel momento in cui servirebbe la massima unità di intenti per salvare il Paese dalla catastrofe sanitaria prima ed economica poi, il presidente del consiglio sembra che stia combattendo una battaglia personale, contro ogni logica. Quanto a supponenza, neanche un capo del governo eletto, con una maggioranza omogenea, granitica, arrivata da un voto, saprebbe fare di più. Inadeguato, dicono in molti apertamente o sussurrando, e non solo dall’opposizione. E lui ne prenderà atto forse solo quando rimarrà l’unico a non essersene accorto.

Certo, al momento la gravità della situazione sconsiglia una crisi, tanto più se non c’è una soluzione letteralmente qualche ora dopo, immediata, via un governo e avanti un altro. Ma è anche vero che dai vari palazzi in cui si decide, al di là della tregua imposta dalla dura realtà, non mancano segnali di ricerca di possibili alternative. Si dirà che è facile parlare col senno di poi, tanto più che come spesso accade in situazioni simili, nella penisola oggi si possono contare una sessantina di milioni di virologi e altrettanti economisti. Ma è pur vero che dall’inizio ufficiale del contagio, prima settimana di febbraio, dopo il ricovero dei due cinesi a Roma, è stata una raffica di errori. Si è passati dalla sottovalutazione all’allarme inconsulto, dalla minimizzazione alle misure più draconiane, dai silenzi inspiegabili alle passerelle più inutili e insensate. E in mezzo, le incertezze, la confusione, le comunicazioni ufficiali intempestive, le fughe di notizie. E ancora, gli attacchi di palazzo Chigi alla regione Lombardia, le polemiche tra governo e regioni, gli scarica barile, la demonizzazione di sindaci e governatori che, allarmati quanto i loro concittadini, di fronte a indicazioni contraddittorie o non del tutto comprensibili, hanno provato a decidere autonomamente, se non altro per sollecitare il governo mettendolo di fronte alle sue responsabilità.

Chiudiamo le scuole, no, lasciamole aperte, anzi prolunghiamo la chiusura; blocchiamo i voli e le frontiere, sì, no, forse, vedremo; sospendiamo lo sport e gli spettacoli, sì, no ma a porte chiuse, una poltrona sì e una no; e la movida si può fare oppure no, dipende, però meglio di no; zona rossa Lodi e parte dei Colli Euganei, sì, ma anche tutta la Lombardia e altre 14 province del nord; anzi, meglio tutta intera l’Italia; fermiamo tutte le attività come e più che a ferragosto, ma no, meglio aspettare. Ecco, solo una parte dello stillicidio di decisioni e indecisioni, con il virus che si espande come un incendio incontrollabile, mietendo morti e contagiati. E i cittadini in mezzo, increduli e incerti almeno quanto il governo.

Con gli ospedali ormai al limite, i posti letto insufficienti così come le apparecchiature speciali per le cure contro il virus e le altre gravi patologie al di fuori del contagio ma di gravità almeno pari. Incertezze che hanno attraversato governo e maggioranza, ma da cui non sono stati immuni neanche voci dei partiti di opposizione. Il risultato è un paese disorientato, con l’emergenza sanitaria galoppante l’economia non lontana dal collasso. Una cura drastica fin dal primo momento, un mese fa, metà febbraio forse avrebbe giovato, alla salute e alla situazione economica. Certo, avrebbe avuto costi enormi di carattere economico e sociale, anche politici, molti avrebbero pagato un duro prezzo di impopolarità. Tanto più che ora si prevede di investire, e di perdere, almeno quanto se non di più delle risorse che si sarebbero dovuto approntare fin dall’inizio di febbraio. 

Il governo ha aggiornato le cifre di ora in ora, da tre miliardi e mezzo nel volgere di pochi giorni si è passati a sette, poi a  dieci, poi ancora a venticinque, e altri rilanci sono previsti. E con il versante economico, c’è quello molto più drammatico della perdita di vite umane, mentre il contagio si espande al limite del fuori controllo.

Magari arriverà in soccorso l’Europa, con solidarietà economica e sociale. Ma da come l’Unione si è mossa finora, con la proverbiale lentezza, che in questo caso induce a qualche sospetto, questi aiuti restano soltanto una speranza. Tanto più che il simulacro della politica unitaria continentale deve fare i conti con gli altri paesi contagiati, tutti chi più chi meno, grandi e minori. Il senno del poi… Eppure gli esperti, i virologi, gli epidemiologi non mancano. Come non manca l’esperienza cinese. Difficile pensare che non abbiano consigliato nei modi migliori e non abbiano saputo farlo. Purtroppo anche dalla loro parte sono arrivate incertezze, indecisioni, pareri contrastanti, contraddizioni urlate, minimizzazioni e allarmi scomposti, polemiche comprese. Tutto comprensibile, dal momento che la conoscenza del virus per ora non è una scienza esatta. Tuttavia, un maggiore autocontrollo, vale a dire un profondo senso di responsabilità, sarebbe stato molto utile. 

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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