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Italia, confermato il taglio dei parlamentari la riforma costituzionale correttiva ‘stagna’ in Parlamento

Una inaspettata eterogenesi dei fini. È quella che potrebbe prodursi, secondo molti costituzionalisti, grazie alle proposte di riforma messe in campo dal pdl Fornaro prima, e dal Partito Democratico dopo. Il taglio di deputati e senatori voluto poco più di un mese fa dal referendum, ritenuto dalla maggior parte degli intellettuali “un modo per penalizzare il Parlamento”, potrebbe così finire per rafforzarne il controllo politico sul Governo. 

Il pdl costituzionale del capogruppo di Leu Federico Fornaro tratta delle modifiche agli articoli 57 e 83 della Costituzione. L’articolo 1 vuole modificare la base per l’elezione del Senato da regionale a circoscrizionale; il secondo ridurrebbe i delegati regionali da tre a due; il terzo coordina l’entrata in vigore delle nuove disposizioni con l’entrata in vigore delle modifiche volute dal referendum.

«Il comma uno – spiega l’onorevole Fornaro – ha una duplice finalità. La prima è che la riduzione del numero in Senato, accompagnandosi con una riduzione del numero minimo di senatori per Regione da 7 a 3, provoca un’oggettiva compressione della rappresentanza. Il rischio è che, con l’attribuzione dei seggi su base regionale, un partito che ottiene il 15% in una Regione piccola perdi tutti i suoi voti e non elegga nessuno. Con l’elezione su base circoscrizionale è possibile mettere insieme più Regioni, ma soprattutto fare ciò che già avviene per la Camera, il recupero dei resti a livello nazionale. Così io, cittadino della Basilicata, se non eleggo nessuno da me, so che il mio voto contribuirà alla nomina da un’altra parte». Ma c’è anche un terzo obiettivo: «Contribuire a superare le maggioranze differenti tra Camera e Senato. Il caso più clamoroso nel 2013, con il Porcellum».

Il pdl è firmato da tutti i capigruppo di maggioranza, ma c’è un’opposizione molto dura: 800 emendamenti, ora diventati 400. «Ora li stiamo votando – continua Fornaro -. Contestano soprattutto che l’impostazione originaria delle due camere differenti sia uscita dalla Costituente: è vero, ma quel Senato delle Regioni di fatto non è mai nato, e nei 75 anni successivi si è stratificata una seconda camera di fatto uguale alla prima. Io ho rispetto per l’ostruzionismo, – conclude – ma trovo che utilizzarlo su questo tipo di correttivo, che non è pensato per favorire una coalizione o l’altra, sia eccessivo».

Intanto il ddl sul voto ai 18 enni per il Senato ha già fatto due passaggi, e sarebbe dovuto passare in terza lettura, ma è arrivato lo stop di Italia Viva, che voleva abbassare anche l’età dell’elettorato passivo, da 40 a 25 anni. Un emendamento che Pd e M5S avevano deciso di eliminare per portare a casa almeno l’abbassamento dell’elettorato attivo. 

È stata poi depositata una proposta di riforma costituzionale dal Pd, come promesso dal leader Nicola Zingaretti nel momento in cui la direzione dem ha votato sì al taglio dei parlamentari. «Il punto chiave è uno – racconta l’onorevole e costituzionalista Stefano Ceccanti -, e cioè il passaggio del Parlamento in seduta comune da 945 a 600 membri. Finché erano 945, non poteva che essere un seggio elettorale: non c’era nemmeno posto per tutti per sedersi. Ora può diventare invece un luogo di dibattito, perché il numero è addirittura inferiore all’attuale alla Camera. Cosa, quindi, spostiamo in seduta comune? Tutto quello che rende un po’ ridicolo i duplicati. Innanzitutto, fiducia e sfiducia». Da lì, la proposta del Pd diventa un “meccanismo a catena”: «Che si discutano in seduta comune tutti i provvedimenti sui quali il governo mette la fiducia. E quindi la legge di bilancio, e i decreti legge. Questo è il nucleo duro». Poi c’è l’idea dell’ex magistrato Luciano Violante: «Come posso raccordare il Senato con le Regioni – continua Ceccanti -? Il risultato del referendum del 2016 rende improponibili le scelte “hard”, ma quelle meno radicali sì: possiamo inserire un consigliere per ogni Regione. Questa è la seconda anima del progetto».

Il Parlamento in seduta comune è una proposta in discussione anche tra intellettuali e costituzionalisti. «La fiducia/sfiducia – spiega il docente torinese Enrico Grossocreerebbe meno sfilacciamento tra i due rami. Ma importantissimo sarebbe anche il voto dei decreti legge. Oggi la loro conversione in norma è diventato uno strumento di una sorta di monocameralismo alternato (o “casuale”, secondo l’onorevole Fornaro, ndr). Il governo fa il decreto, il primo ramo a cui arriva fa un po’ di emendamenti (se riesce), a quel punto il secondo non ha più tempo e lo approva così com’è. Ma la seduta comune sarebbe importante anche per il bilancio, per la ratifica dei trattati internazionali. Sarebbe un primo passo verso il monocameralismo: non lo vogliamo? Non lo so. Quel che so – continua Grosso – è che le riforme che volevano differenziare troppo i due rami hanno sempre generato dei pasticci». Il costituzionalista è anche d’accordo con un altro passaggio, presente anch’esso nella proposta dem, la sfiducia costruttiva: «Un istituto tedesco in forza del quale coloro che intendono sfiduciare hanno anche l’onere di presentare un altro progetto e un altro governo». Che per l’onorevole Fornaro, però, «stride con i poteri del Presidente della Repubblica».

Se tutte queste proposte fossero portate avanti e votate, per Grosso (che come altri centinaia costituzionalisti si era opposto al taglio) il risultato del referendum potrebbe diventare positivo: «Ogni crisi – sottolinea – può portare con sé delle opportunità. Almeno all’apparenza il Parlamento sta prendendo atto della necessità che qualche correttivo sia introdotto. Positiva la necessità di parificare l’elettorato attivo di Camera e Senato, e anche la base circoscrizionale voluta dal pdl Fornaro: l’obiettivo è rendere omogenei i risultati. E infine l’altra grande scommessa – conclude – è la riforma dei regolamenti parlamentari, tutti concepiti e confezionati per camere di dimensioni superiori a quelle che saranno in futuro. L’importante è non arrivare impreparati alle prossime elezioni: con un po’ di coraggio, volontà e consapevolezza si possono trarre effetti positivi da una riforma nata con auspici negativi».

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Giulia Ricci, nata a Rivoli in provincia di Torino il 17 Dicembre 1991. Diplomata al liceo classico Massimo D’Azeglio e laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Torino, inizia a scrivere per un piccolo giornale online nel 2012. Due anni dopo diventa collaboratrice di un quotidiano locale, Cronaca Qui, dove scopre una passione inaspetatta: la politica. Oggi scrive per il Corriere della Sera di Torino.

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