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Intervista a Marco Rizzo: tra sovranisti di cartone e PD partito di banche e monopoli, il governo Draghi non avrà una vera opposizione

In questi giorni strani, sospesi tra la formazione di un nuovo governo e una pandemia che sembra non sapere che direzione prendere, abbiamo chiesto un commento a Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista, già deputato ed europarlamentare, recentemente vittima anch’egli della censura di Facebook, della quale avevamo parlato in un nostro precedente articolo

Infografica – La Biografia dell’intervistato Marco Rizzo

– Onorevole Rizzo,  potrebbe commentare l’incarico a Draghi? Riuscirà a formare un vero governo con numeri adeguati? E soprattutto che tipo di minaccia – o magari di opportunità – rappresenta secondo Lei per il popolo italiano? 

– Siamo ancora alle fasi preliminari della formazione del governo Draghi, ma già alcune cose si delineano chiaramente. Come da tempo sottolineato, la politica in questo Paese sta perdendo di giorno in giorno il suo ruolo di mediazione e i padroni dell’economia dirigono “in presa diretta” la società. I violentissimi litigi che hanno caratterizzato l’ultima stagione si sono placati come d’incanto. Sarà frutto della mancanza di idee, di prospettiva, dei leader politici italiani, oppure delle fortissime pressioni internazionali che essi hanno subito. Fatto sta che mai si è assistito a un inginocchiamento così repentino. Non mi meraviglio più delle giravolte e dei tradimenti che il popolo che ha votato 5 Stelle ha subito in questa legislatura, ma francamente dalla Lega mi aspettavo una maggiore resistenza, non tanto perché è stato il partito che più ha sbraitato – si badi bene, per proprio tornaconto elettoralistico, non certo per convinzione – invocando il voto, ma perché ha dimostrato palesemente l’inconsistenza del suo antieuropeismo. Noi li abbiamo definiti “sovranisti di cartone” e tali si sono rivelati più velocemente del previsto. Persino il partito della Meloni deve fare professione di “lealtà”, pur restando fuori dal perimetro della maggioranza, essendo più utile lì, per non rendere indigeribile a tutti gli altri il loro sostegno a Draghi. Ma sia ben chiaro, il prossimo governo non avrà opposizione: nessuno potrà cercare di lucrare sulla rabbia popolare che si scatenerà non appena le misure in preparazione si abbatteranno sui lavoratori e sui ceti medi italiani. D’altronde, del panorama politico non vale neanche la pena parlare. Il PD è il più conseguente partito delle banche e dei grandi monopoli, tuttavia anch’esso non è riuscito a incarnare i veri interessi della borghesia monopolistica e quindi è stato messo in un angolo. Per ciò che rimane della sinistra socialdemocratica italiana, per loro il governo Draghi suona la campana a morto. Inutili prima, defunti ora. E non va meglio per il sindacato concertativo: qualche flebile richiesta, o meglio qualche richiamo ai problemi che Draghi conosce benissimo, ma mai e poi mai una contrapposizione non dico di principio, ma neanche di facciata. A cosa è chiamato Mario Draghi? A eseguire i diktat euroamericani: concentrazione delle misure dei fondi europei in progetti che salveranno le aziende che continueranno a fare profitti, quelle medio-grandi con propensione all’export e legati alla catena del valore dell’industria tedesca, con smantellamento del resto; concentrazione e ristrutturazione delle banche, principalmente legate al predominio francese; subordinazione alla NATO e impegno nella lotta forsennata che Biden porterà al resto del mondo, con un incremento di sopraffazione, pericoli di guerra e cosiddetto “trinceramento” della cittadella imperialista. Al popolo italiano resterà un’economia particolarmente distrutta rispetto a ciò che è sempre stato il suo aspetto caratteristico, ossia la piccola impresa; poi debiti epocali che potranno essere ripagati solo aggredendo il piccolo risparmio e le piccole proprietà (la Lagarde ha appena ricordato che il debito pubblico non può mai essere ripudiato); infine un mercato del lavoro ulteriormente sottoposto allo sfruttamento selvaggio in nome del “risanamento”.

Un’opportunità? Certo, un’opportunità per gli sciacalli, come durante ogni guerra. Si potrà pensare che dopo il diluvio ci sarà un nuovo “miracolo italiano”, come quello che caratterizzò gli anni ’50 e ’60? Quel miracolo fu fatto col sudore e il sangue dei lavoratori, ma dovette contrastare un forte Partito Comunista e una forte CGIL che “vendevano cara la pelle”, seppur con forme sempre più rinunciatarie, ma incomparabilmente più incisive di quelle di oggi. E poi c’era la competizione internazionale, un’Unione Sovietica che faceva paura e costituiva un contraltare al capitalismo arrogante. Oggi tutto questo non c’è più. Il capitalismo che stravince e non ha limiti alla propria bulimia non avrà quella capacità propulsiva che nelle fasi di sviluppo lo stesso Marx gli riconosceva già nel 1848. Io prevedo che, senza il dovuto contrappeso della lotta dei lavoratori, assisteremo a un progressivo impoverimento e inaridimento dell’Italia. Dopo un incendio, la biodiversità è eccezionalmente alta e ciò favorisce una nuova ripartenza del bosco: qui la biodiversità economica sarà invece bassissima e lo sviluppo minato fin dalla base.

– Può parlarci della vicenda di censura Facebook che L’ha colpita?

– Vi ringrazio per esservi occupati di questa vicenda. Abbiamo protestato con tutta la forza che avevamo. Non solo pro domo nostra, ma per ristabilire un principio di legalità. Non crediamo che ad agire siano stati gli algoritmi automatici… Se il problema fosse stato la foto incriminata, di certo non l’ho scattata io e non l’ho pubblicata soltanto io. Evidentemente a dar fastidio era il contenuto del mio post, ma francamente non era nemmeno tanto originale: altri hanno fatto la stessa riflessione. E allora, se c’è un’“intelligenza” dietro queste scelte, essa deve essere trasparente. Facebook non è soltanto un sito privato, ma svolge una funzione di servizio pubblico come e molto di più che una televisione o un giornale, quindi dev’essere sottoposto alla medesima legislazione che assicura a tutti parità di accesso. Già lottiamo ad armi straordinariamente impari, se per di più ci legate le mani quando riusciamo ad assestare qualche colpo… Il punto più grave è quello che rimanda alla precedente domanda. Chi comanda davvero? Lenin ha sempre detto che i governi dei padroni sono solo camere di compensazione dei vari settori della borghesia, ma in ogni caso questa funzione di compensazione e direzione la devono svolgere. Oggi siamo in “presa diretta”. Facebook decide cosa può pubblicare e cosa no niente meno che il Presidente USA. Ancora Marx insegna che l’economia capitalistica è “anarchica”, una giungla tutti contro tutti, e la politica serve alla borghesia a questo scopo: mettere un po’ d’ordine nel ring ed evitare una lotta distruttiva. Portare l’“anarchia” nella politica è pericolosissimo. Pensiamo se il bottone che lancia i missili intercontinentali non fosse in mano a una gerarchia che comunque deve contemperare gli interessi di un’aristocrazia monopolistica, ma invece del padrone dei sistemi informatici. Già l’outsourcing della difesa ha portato gli USA alle soglie della guerra civile; pensiamo cosa succederebbe continuando su questa strada. La privatizzazione totale della più mostruosa macchina di distruzione che l’umanità abbia mai conosciuto… vengono i brividi. Per questo diciamo che vi sono Paesi che vanno verso la guerra – e sono quelli in cui è l’economia che ha il predominio – e Paesi in cui, al contrario, è la politica che tiene sotto controllo l’economia e la dirige, che, speriamo, possano opporsi a questa corsa distruttiva.

– A proposito di Internet, crede che l’enorme diffusione di informazioni (vere o verosimili) e di visioni stia creando più confusione o più consapevolezza a livello politico nella nostra società, specie nei più giovani? Rispetto ai vostri temi, vede maggiore consapevolezza oppure omologazione di quanta ce ne fosse per esempio 15 anni fa? 

– Difficile dirlo. Oggi c’è un controllo delle coscienze più capillare, più “scientifico” di già solo alcuni anni fa. E questo mi fa paura. Certo, non sono invincibili. Ma è sempre più difficile contrastare la marea del consenso che sono in grado di accumulare in pochi giorni. Basta vedere i sondaggi di gradimento del nascente governo Draghi. Oggi arrivano col contagocce le briciole di “ristori” e la cassa integrazione, la farina distribuita al popolo che ha fame, ma poi questa farina verrà a mancare poco alla volta e il dissenso si scioglierà in rivoli sempre meno combattivi. Per questo noi, ostinatamente, crediamo che solo l’organizzazione dei lavoratori, e intorno ad essa di tutti coloro che campano del proprio lavoro, può dare forza e direzione alla protesta. In una parola, il Partito Comunista.  Notiamo però che già qualcosa è cambiato rispetto alla fase che ha contraddistinto le ultime elezioni politiche. Lì era necessario avere un contenitore che incanalasse il dissenso su un alveo non rivoluzionario e a questa necessità ha risposto il Movimento 5 Stelle. Oggi il potere borghese sembra volersi disfare pure di questo. È una fase inedita del dominio capitalistico. Non è la dittatura terroristica fascista, che alla lunga sotto la cenere fa covare la brace dell’insurrezione popolare. Non è neanche il potere democristiano del consenso comprato con le clientele e la sopraffazione delle proteste. È la fase suprema del TINA (There Is No Alternative) fatta ingoiare non con l’olio di ricino, né col manganello della celere, ma con la pervasività della strategia dell’emergenza, del tecnicismo, dell’economia elevata al rango di divinità, di forza incontrastabile della natura.

– Si sta davvero delineando dopo la pandemia un nuovo ordine sociale ed economico? Sono segnali veri o è solamente ciò di cui una certa élite vuole convincerci?  Pensiamo all’intervista a Enrico Letta alla trasmissione “Propaganda Live” di La7) 

– La pandemia è un acceleratore di processi che sono in atto da tempo, come la concentrazione monopolistica e il debito eterno. L’emergenza entra direttamente nelle nostre vite quotidiane. Il Nuovo Ordine Mondiale non è una novità di oggi, è il parto di una mentalità che affonda le sue radici in ambienti atlantici che vedono nella contrapposizione col resto del mondo la soluzione all’irresolubile crisi del declinante capitalismo occidentale. Il “ritrinceramento” in cui si parla in questi ambienti, per indicare la guerra al resto del mondo, è solo la fase di accumulazione delle forze e rinserramento dei ranghi per affrontare la madre di tutte le battaglie, quella contro la Cina. La contraddizione storica e strutturale di questo schieramento è che esso non ha una “testa” politica ed è dominato da interessi economici contrastanti, tra Germania, Giappone, vari settori in guerra tra loro anche entro gli USA, come la vicenda dell’avvicendamento alla Casa Bianca ha dimostrato plasticamente.

– Per molte persone il comunismo è terminato col XX secolo. Tuttavia partiti con questo nome esistono ancora ovunque. In Italia e in Europa quali sono i temi pressanti su cui la vostra visione diventa speranza o reale chance di lotta, invece che un semplice richiamo nostalgico come molti invece intendono? 

– La nostra ideologia non ha nulla di nostalgico. Anzi. Il comunismo è la gioventù del mondo. È l’unica soluzione per mettere fine una volta per tutte alla sopraffazione, allo sfruttamento, alle guerre di rapina e ai pericoli di guerra generalizzata. Socialismo o barbarie. Ma il nostro non è un millenarismo, un’attesa messianica di un Salvatore o di un evento salvifico. Il percorso verso quell’obiettivo si costruisce giorno per giorno, nelle lotte quotidiane dei lavoratori. Bisogna convincere milioni di persone normali, che ogni giorno sono immersi nella lotta quotidiana per arrivare a fine mese, che battersi per i loro diritti e per le loro condizioni di vita è un piccolo passo per un obiettivo più grande, che è quello di cambiare il mondo. Anche nei momenti più bui ci sono stati uomini che hanno tenuta accesa la fiaccola della speranza di riscatto. Pensiamo a come potessero sentirsi gli uomini che si massacravano nelle trincee della Prima guerra mondiale, a come potevano sentirsi i comunisti che marcivano nelle prigioni fasciste o nei lager nazisti. Eppure da quei momenti terribili è venuto fuori un mondo nuovo, un mondo che davvero stava per ribaltare una volta per tutte l’ultima società in cui vige lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, prima con la Rivoluzione d’Ottobre e poi con la creazione del campo socialista. Siamo riprecipitati indietro. Ma non è mai un ritorno alla casella di partenza. Se si è fatto una volta, si può e si deve rifare. I nostri nemici hanno imparato tanto dai loro errori e soprattutto dai nostri, ma ad ogni tornante della storia la forza degli uomini, i lavoratori, che metteranno fine a questa barbarie sono sempre di più nel mondo. Noi occidentali siamo abituati a guardare il nostro ombelico. Nel mondo ci sono un centinaio di partiti comunisti e molti di questi oggi sono ancora al potere. Ma anche laddove non lo sono, la lotta di classe scuote il mondo. Chi ci ha parlato del più grande sciopero fatto da milioni di lavoratori che stanno bloccando l’India?

– Forse non è corretto metterla in questi termini, ma potrebbe dirci chi sono oggi i “nemici” contro cui combattete? Hanno nomi e cognomi oppure sono gruppi e categorie? 

– I nostri nemici non sono le persone, ma la borghesia monopolistica, ossia quei settori finanziari e industriali che hanno il dominio dell’economia in Italia, in Europa e in generale in Occidente. Naturalmente questa classe sociale è impersonata da uomini in carne e ossa, ma ciò è relativamente poco importante, perché essi possono cambiare, ma il capitalismo resta. Poi vi sono i servitori di tale classe, che stanno a Washington, a Bruxelles e a Roma. Sono coloro che si vedono, ma essi sono solo i cani da guardia del potere borghese. Il nostro nemico è il capitalismo. Se vuole però che faccia un nome, oggi la nostra propaganda si incentra sulla figura di Draghi, che rappresenta la sintesi che in Italia viene fatta del potere economico e finanziario che dirige in prima persona la politica.

– Le sue posizioni sono spesso condivise e richiamate anche da chi si dichiara di destra o addirittura anticomunista. C’è confusione di etichette o magari c’è un sentimento traversale che unisce persone apparentemente distanti? 

– Nel mio profilo Facebook entrano spesso persone che confessano di essere di destra, ma che manifestano apprezzamento per le mie posizioni. Si tratta di gente comune e non certo dirigenti di partito coi quali non voglio avere nulla a che fare. La confusione politica ci danneggerebbe più di ogni altra cosa. In realtà questo fenomeno si spiega molto facilmente: è gente delusa dalle finte promesse che la destra ha fatto loro e sa riconoscere un discorso chiaro e onesto espresso non in politichese. Quanti sono coloro che una volta votavano a sinistra e poi si sono rivolti per disperazione dall’altra sponda per disperazione? Non sono comunisti. Ma dobbiamo convincere i non comunisti, quanto meno dobbiamo portarli a mettere in discussione le loro erronee convinzioni, coloro che vivono del loro lavoro e che sono stomacati dei tradimenti di questa finta sinistra. Non c’è da unire persone distanti, c’è da unire persone che condividono la stessa condizione di classe, anche se fino a questo momento hanno dato fiducia ad altre formazioni.  Nelle riunioni del mio partito parlo a comunisti, ma nei miei post pubblici parlo a tutti. Eppure, mi creda, le cose che dico non sono diverse. Non ho una parola per i miei compagni e un’altra per l’esterno. E questo chi mi legge o chi mi ascolta lo percepisce.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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