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Inizio dell’anno scolastico 20/21: un’occasione persa?

Finalmente ci siamo. Il primo settembre è stato il primo giorno di riapertura delle scuole, il primo giorno dell’anno scolastico. In Piemonte avevamo smesso di andare a scuola dal 21 febbraio scorso, quando il COVID-19 era entrato bruscamente nelle nostre vite per interrompere un’ordinata quotidianità. Da lì in poi è stato un susseguirsi di ordinanze, di note e di decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri. La scuola, per come l’avevamo conosciuta, era finita in limbo apparentemente senza via di uscita. I docenti hanno così dovuto  improvvisare, e riteniamo lo abbiamo fatto anche molto bene, la didattica a distanza, così come in un primo momento consigliato e poi, a partire da aprile, obbligato dal Ministero. Il susseguirsi di DPCM e di odinanze rimandava le future possibili date di riapertura della scuola, e in qualche modo si è giunti così alla fine dell’anno scolastico e all’Esame di Stato “in presenza”.

Come in tutte le realtà lavorative private e in quelle pubbliche, si applicano le regole del distanziamento sociale e le misure precauzionali, quindi anche nella scuola sono state applicate le norme per arginare il contagio da coronavirus. Si sono organizzati Comitati per la sicurezza, che hanno stilato il protocollo sicurezza delle scuole in base alle linee guida diffuse. Ci si è adeguati a ciò che avviene per le altre attività. Tutto è sembrato funzionare per il meglio, ma ci si è accorti che per poter dare la distanza a tutti gli studenti della scuola sarebbe servito uno spazio maggiore. Qualora non fosse possibile, sarebbe necessario suddividere le classi in gruppi meno numerosi. La macchina organizzativa statale ha rilevato la necessità assoluta di poter ripartire con l’apertura delle scuole e ha perciò coinvolto gli Enti locali. Da quel momento in poi, abbiamo vissuto un’estate nella quale ogni settimana uscivano nuovi comunicati sul come e quando riaprire le scuole in sicurezza. Nonostante tutto, si ricomincia allora nelle scuole superiori con i corsi di recupero, tutti “in presenza”, negli stessi locali e con le stesse classi, con gli stessi mezzi di trasporto affollati e con la febbre misurata a casa dalle famiglie, con termometri inevitabilmente diversi. Le misure di sicurezza che valgono in ogni altro settore – pure nelle chiese – nella scuola sembra non servano più. E che dire poi della responsabilità per eventuali contagi che si verifichino all’interno delle strutture scolastiche? I Dirigenti scolastici sono stati lasciati totalmente da soli.

A ciò si aggiunge il fatto che al momento sembra manchino ancora circa 200mila docenti. Altro problema, infatti, è la stabilizzazione dei tanti precari e soprattutto la mancanza di insegnanti di sostegno. Partendo da quest’ultima figura, non si capisce infatti come mai i docenti specializzati attraverso i TFA siano nettamente inferiori rispetto ai posti necessari per l’ordinario funzionamento delle scuole. Ricordiamo che i docenti di sostegno sono docenti assegnati alla classe, ma che seguono in particolar modo gli studenti con particolari disagi. Le scuole oggi sono ancora sprovviste di decine di insegnanti, quindi non possono essere in grado di garantire un servizio adeguato, in special modo per i discenti più svantaggiati. Ci tocca ancora avere un organico dimezzato, che difficilmente potrà programmare in modo adeguato la didattica dell’intero anno scolastico.

Non era più importante soffermarsi sulla scoperta degli strumenti digitali utili a ripensare metodologie, innovare e trasformare la scuola della riforma Gentile in una struttura moderna? Pensare a nuovi spazi di apprendimento diversi, basati su conoscenze infinite presenti on-line sul famosissimo “cloud”, quindi rinnovare la funzione dei docenti in  “tutor d’aula” che facciano da bussola alla curiosità disordinata dei giovani? Ci si chiede perchè non abbiamo passato gli scorsi mesi a parlare di un nuovo paradigma di istruzione, a un modo innovativo di pensare la didattica, a soffermarsi sui metodi già proposti dal Piano Nazionale della Scuola Digitale, il cui manifesto risale al 2015, mentre l’interesse si è focalizzato solo su sedie e banchi a rotelle, che senza metodologie adeguate risultano essere dannosi piuttosto che utili. Manifestiamo forte solidarietà verso le docenti e i docenti, i collaboratori dei dirigenti scolastici, il personale ATA e soprattutto i Dirigenti Scolastici per l’enorme sforzo nel voler ripartire a tutti i costi; purtroppo però la sensazione è quella di sempre: le scuole, luogo di formazione delle menti che porteranno avanti il nostro Paese, sono state dimenticate.

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Fabrizio Pietro Cardillo nasce a Torino nel Luglio 1972. E’ un insegnate di laboratorio di informatica presso l’ITTS “C.Grassi” di Torino, dove ricopre il ruolo di collaboratore del Dirigente Scolastico dal 2010. Durante la vita professionale ha seguito diversi aggiornamenti professionali volti a studiare ed ad implementare i vari modelli di formazione in ambito tecnico professionale all’interno dei paesi dell’unione europea. Nel 2012 ha presentato all’Unione Industriale di Torino la curvatura sulla robotica industriale a partire dal curricolo del’istituto tecnico industriale con indirizzo informatica. Nel 2013 è stato relatore a Didamatica a Pisa di due workshop incentrati sulla curvatura di robotica nell’istituto tecnico industriale. Dal 2013 ha partecipato a diversi progetti Erasmus praticando job shodowing e formazione in special modo in Germania per studiare attentamente il modello duale.

Ha conseguito anche l’attesto di trainer dei trainers al termine di un corso professionalizzante erogato dalla camera estera tedesca in Italia partecipando ad alcuni eventi organizzati dalla camera stessa.

Si è formato inoltre in ambito CLIL conseguendo l’attestato metodologico.

E’ stato relatore in alcuni convegni provinciali in materia di opportunità offerte dall’ Alternanza Scuola Lavoro.

 

 

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