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In Libia il conflitto persiste per l’ipocrisia internazionale

Tunisi, 1° febbraio 2020 – Venerdì il Regno Unito ha inviato ai 15 Stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un progetto di risoluzione modificato sulla Libia in cui esprime “preoccupazione per il crescente coinvolgimento di mercenari”, confermando gli impegni internazionali assunti a Berlino il 19 gennaio per rispettare l’embargo sulle armi imposto alla Libia dal 2011, compresa la cessazione di tutto il sostegno di mercenari armati e il loro ritiro. Il testo chiede inoltre di non intervenire nel conflitto o di adottare misure che lo aggravino.

Giovedì il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si era riunito per discutere della crisi libica vagliando una bozza di risoluzione, presentata sempre dalla Gran Bretagna, il 24 gennaio, che chiedeva alle parti libiche belligeranti e ai loro sostenitori regionali di impegnarsi per un cessate il fuoco permanente e duraturo senza fare riferimento ai “mercenari”. Malgrado gli slogan per una soluzione pacifica alla guerra civile in Libia, che si è trasformata in una vera e propria guerra per procura, il Consiglio che in questa fase non ha ancora fissato una data per la votazione del testo, sembra non giungere ancora ad una posizione condivisa e la risoluzione sul cessate il fuoco rischia di non passare. Fonti diplomatiche hanno confermato infatti che la Russia non voterà la nuova risoluzione, rivelando la contrarietà del Cremlino a qualsiasi menzione di mercenari nella risoluzione.

Continua il braccio di ferro tra superpotenze nella guerra civile libica

Il Consiglio Onu d’altronde si è riunito già ben 15 volte senza un nulla di fatto, in quanto una risoluzione per passare ha bisogno di nove voti a favore e nessun veto da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia o Cina, i cosiddetti cinque permanenti. Precedentemente, a poche settimane dall’inizio delle operazioni militari su Tripoli del Libyan National Army (LNA), sotto l’egida del feldmaresciallo Khalifa Haftar, sia la Russia che gli Stati Uniti hanno dichiarato di non poter sostenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco in Libia. La Russia si era opposta lo scorso aprile alla risoluzione redatta dagli inglesi che incolpava il comandante Haftar per l’esplosione di violenza innescatasi quando il suo esercito nazionale è avanzato alla periferia di Tripoli.

È interessante notare che “la Cina sostiene la proposta del presidente russo Vladimir Putin di organizzare un vertice tra i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Scriveva pochi giorni fa l’agenzia “Xinhua”, citando la portavoce del ministero degli Esteri, durante il quinto forum mondiale sull’Olocausto a Gerusalemme. L’iniziativa di Putin sarebbe importante per la Repubblica popolare in quanto i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avrebbero l’occasione di dialogare sulla situazione internazionale, in modo di coordinarsi e cooperare. “Prendendo atto della situazione internazionale sempre più instabile e incerta e dei continui problemi regionali – la portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha sottolineato che – il multilateralismo, come anche il ruolo dell’Onu, si confronta con sfide difficili”.

Pechino e Mosca non sono mai state così vicine, sia per ragioni ideologiche, ma soprattutto per i comuni interessi nello sviluppo di un forte mercato euroasiatico. Nell’ambito della Belt and Road Initiative di Pechino, che ha potuto espandersi in maniera importante nell’Asia centrale e in Africa grazie alla benevolenza di Mosca, la Libia ha un ruolo particolarmente appetibile non solo per il suo petrolio. Le città di Sirte e Misurata, con i loro porti e aeroporti, potrebbero diventare il trampolino di spedizione di merci preziose, materie prime e prodotti finiti provenienti dal continente africano attraverso il potenziamento infrastrutturale di antiche rotte carovaniere. 

Va detto, ad onore di cronaca, che la sintonia tra Russia e Cina in Libia non è del tutto nuova. Già nel 2011, all’inizio dell’intervento NATO nel Paese nordafricano, una dichiarazione congiunta, firmata al Cremlino dall’ex presidente russo Dmitry Medvedev e l’ex presidente cinese Hu Jintao, esprimeva “profonda preoccupazione per la situazione di crisi in Libia”, aggiungendo che per “evitare un’ulteriore escalation della violenza è necessario prevedere la meticolosa aderenza di tutte le parti coinvolte alle recenti risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Libia”. Cina e Russia in quella occasione chiedevano che le Nazioni non consentissero l’interpretazione intenzionale e l’applicazione estesa delle risoluzioni. I due Paesi si sono astenuti in una votazione di marzo 2011 su una risoluzione che autorizzava l’intervento militare in Libia, e criticarono con forza le potenze della NATO, impegnate in attacchi aerei contro il Governo libico di Gheddafi. Russia e Cina accusarono inoltre più volte la coalizione di oltrepassare il proprio mandato per proteggere i civili, una accusa sempre rigettata dagli Stati occidentali.

Infografica - Conflitto Libico

L’asse Mosca-Pechino sembra mettere in difficoltà la politica degli Stati Uniti in Libia, già costretti ad ascoltare le richieste dei suoi maggiori alleati nel Golfo, ma stando attenti a non scontentare i partner europei. I primi, in particolare Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto sostengono o meglio hanno creato il Libyan National Army (LNA) del generale Haftar, mentre gli europei fanno fatica a scollarsi dal Governo tripolino di Fayez al-Serraj, ripetendo come un mantra che è l’unico Governo legittimo, sui cui hanno continuato a riporre le proprie fiducie nell’esasperato tentativo di arginare i flussi migratori. La richiesta del vertice tra i 5 membri permanenti potrebbe riuscire ad ottenere una posizione condivisa sui principali scenari di crisi, Libia compresa. È stata proprio la mancanza di consenso tra Regno Unito, Cina, Francia, Russia e Stati Uniti ad impedire l’approvazione di una risoluzione sulla Libia fino ad oggi. A permettere ad Haftar di avanzare, o se preferite, a Serraj di restare barricato al suo posto.

Ma facciamo un passo indietro, il 12 gennaio, il presidente russo Vladimir Putin ha apparentemente raggiunto un accordo con la Turchia chiedendo un cessate il fuoco ai partiti da loro sostenuti in Libia.  Haftar tuttavia ha lasciato l’incontro a Mosca senza firmare alcun consenso sul cessate il fuoco, mentre Ankara ha continuato ad inviare equipaggiamenti e mercenari al Governo di Tripoli. In particolare, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è accusato di aver contribuito, secondo le Nazioni Unite e i numerosi rapporti dell’Osservatorio siriano per i Diritti Umani, a trasferire migliaia di ribelli siriani dalla città di Idlib a Tripoli. Anche dopo la conferenza di Berlino, dove i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza insieme a Italia, Emirati, Turchia, Egitto, Algeria e la Repubblica del Congo hanno ribadito la necessità di rispettare l’embargo sulle armi verso la Libia, Ankara non ha mai smesso di violarlo.

“Reuters” ha rivelato che il trasferimento di mercenari farebbe parte di un’intesa tra Russia e Turchia, detto in parole povere Idlib in cambio di Tripoli. “Esiste un legame tra Libia e Siria”, ha dichiarato Alexis Khlebnikov, esperto in Medio Oriente e analista di politica estera russa presso il Consiglio russo per gli affari internazionali a Mosca. “La Turchia ha iniziato a compiere mosse più aggressive e decisive sul fronte libico in quanto non ha spazio per espandere la sua influenza in Siria”. L’analista ha spiegato che da quando la Russia è stata direttamente coinvolta nel 2015, gli obiettivi della Turchia in Siria, che una volta includevano il rovesciamento del presidente Bashar Al Assad, sono diventati sempre più distanti.

Nel clima di ipocrisia generale, condannato dall’inviato Onu in Libia Ghassan Salamé durante il suo briefing al Consiglio, la Russia non mente quando afferma di porsi in modo equidistante dai partiti libici. Ha sostenuto Haftar, ma non abbastanza da vincere la sua guerra a Tripoli, ha coinvolto Serraj, ma ha anche coltivato fitte relazioni con gli esponenti e la famiglia del precedente regime di Muammar Gheddafi. “La Russia sa bene che l’esercito è più verde che di Haftar” afferma una fonte militare di Bengasi, riferendosi al colore verde della bandiera del periodo della Jamahiriya che identifica gran parte dei membri delle forze armate di Rajma. Lo stesso si può dire della Cina, che per portare avanti eterogenei progetti economici, non ha evitato di fare accordi con Serraj, da una parte, e con le autorità parallele del Governo ad Interim, con base nell’est del Paese, dall’altra. È altresì vero che Haftar si propone alla comunità internazionale in una posizione di vantaggio rispetto ad al-Serraj, controllando i principali porti e campi petroliferi, sebbene le entrate del settore continuino ad essere gestite dalla Banca Centrale della Libia a Tripoli.

Il coinvolgimento straniero in Libia, tra mercenari, ribelli, estremisti e migranti ingaggiati da entrambe le parti, supera quello degli attori interni. Putin, a margine della Conferenza di Berlino, ha ufficialmente preso le distanze dalla presenza di 200 mercenari della compagnia Wagner a sud di Tripoli, affermando che non agirebbero nell’interesse o per conto del Cremlino. Mosca sa benissimo che 200 cecchini non avrebbero fatto la differenza in battaglia, ma sono abbastanza per proseguire il suo gioco da una parte all’altra senza scontentare nessuno. Ciò gli avrebbe permesso di esercitare pressioni sull’Unione Europea nella negoziazione della fine delle sanzioni economiche che Bruxelles ha imposto a Mosca dopo il suo intervento in Ucraina dal 2014. 

L’invio di truppe, ufficiali, mercenari o ribelli siriani dalla Turchia nel Paese nordafricano non fa che altro che complicare la situazione, non solo sul campo allargando la portata del conflitto, ma anche sul piano diplomatico ed in particolare delle discussioni al Consiglio di Sicurezza. 

Il presidente francese Emmanuel Macron, durante una conferenza stampa col suo omologo greco Kyriakos Mitsotakis, ha accusato pubblicamente Erdogan di non rispettare i patti. “Abbiamo visto nei giorni scorsi navi turche che trasportavano mercenari siriani in arrivo nel territorio libico”. Ha affermato Macron, esprimendo il sostegno francese alla sovranità di Grecia e Cipro, danneggiate dagli accordi di Ankara e Tripoli circa una zona di competenza marittima esclusiva nel Mediterraneo orientale. Mitsotakis aveva già avvertito che Atene rifiuterà qualsiasi accordo di pace in Libia, se i Memorandum con la Turchia non verranno cancellati.

Tutto ciò rivela quanto le agende straniere di ciascun Paese abbiano contribuito al conflitto in Libia, dal 2011 a oggi, senza esclusione di colpi. Facendo leva sulla divisione tribale, politica e religiosa, attori terzi continuano a giocare la loro partita. Poco importa se ora più che mai in gioco vi è la loro credibilità collettiva.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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