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In Canada scarsa trasparenza sulla distribuzione dei fondi anti-crisi

Nonostante la promessa fatta nel 2015 dal premier canadese Justin Trudeau di un’amministrazione più aperta e trasparente, sono sorte parecchie ombre intorno ai 240 miliardi di dollari che il governo federale ha distribuito nei primi otto mesi di pandemia a più di cento programmi. Se da un lato sono state dichiarate le somme date, dall’altro è spesso passata sotto silenzio la loro destinazione: infatti solamente pochi dipartimenti hanno reso noto quali siano stati gli individui, i gruppi o le aziende ad aver ottenuto i fondi statali. Incalzata dalle domande dell’opposizione, il ministro delle Finanze Christina Freeland ha glissato dicendo che ora è il momento di concentrarsi sul salvare le vite dei cittadini e sul preservare l’economia nazionale, perché “mentre l’aereo è in volo, uno non può mettersi a cambiare i motori”. I nomi non sono stati fatti nemmeno dall’Export Development Corporation, compagnia incaricata di gestire il programma di distribuzione del credito e il conto per l’emergenza business: ha rivelato solo l’identità di mezza dozzina di società beneficiarie, mentre per le altre si trincera dietro l’assenza del loro esplicito consenso ad essere nominate. Eppure molte aziende dell’Alberta, specialmente le piccole imprese, stanno ancora aspettando gli aiuti federali che potrebbero salvarle. A impedire l’ottenimento dei fondi ci sono diverse ragioni di burocrazia; ad esempio, il costo dell’accertamente tributario per comprovare la necessità dell’aiuto si rivela più oneroso dell’aiuto stesso!

E per far rispettare i regolamenti anti-Covid, le autorità canadesi usano sempre più spesso le maniere forti. Si è già verificato il quarto caso di reazione all’obbligo di mettere la mascherina nei luoghi pubblici nella Columbia Britannica. La settimana scorsa una donna è stata arrestata per essersi rifiutata di indossare la mascherina  in un centro commerciale e poi di uscirne. L’accusa è di aver disturbato lo svolgimento di un’attività economica e di aver ostacolato un pubblico ufficiale. E la scure si abbatte anche sui personaggi famosi che prendono posizione contro la vulgata ufficiale: il cantante Mark Donnelly, celebre in patria, è stato licenziato dalla squadra di hockey  per la quale intonava l’inno ufficiale prima delle partite, i Vancouver Canucks. La motivazione è l’aver partecipato a un raduno di protesta contro le limitazioni alla libertà personale imposte dal governo per contenere la pandemia. Intanto c’è chi si organizza a livello legale per contrastare questi regolamenti. Pur senza successo per il momento, in Alberta alcuni cittadini e chiese hanno esposto denuncia per violazione dei diritti costituzionali di esercitare il culto, di riunirsi per ragioni sociali, di viaggiare e di esercitare la libertà di espressione.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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